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C'è chi li ha definiti "mostruosa malattia della natura": sono i vulcanelli agrigentini di Macalube

I vulcanelli delle Macalube si estendono su un'area di un centinaio di ettari a sud est del paese di Aragona, in provincia di Agrigento. Sono tante le leggende relative all'"Occhiu di Macalubi"

Maria Cristina Castellucci
Giornalista di viaggi
  • 7 luglio 2021

L'ultima esplosione è stata il 20 maggio dello scorso anno. Un forte boato ha accompagnato il “ribaltamento”, così viene chiamato, dei piccoli vulcani delle Macalube, mentre grigia argilla liquida veniva scagliata a grande altezza. Non c'era nessuno, per fortuna, perché da sette anni tutta la zona A della riserva che protegge quest'area è chiusa al pubblico, dopo che un'analoga esplosione aveva causato la morte di due bambini.

I vulcanelli delle Macalube si estendono su un'area di un centinaio di ettari a sud est del paese di Aragona, in provincia di Agrigento. Per arrivarci occorre addentrarsi fra i campi lungo una strada stretta e bianca. Di tanto in tanto si scorge una bassa casa colonica nel verde e nel giallo delle distese vegetali.

Le Macalube compaiono quasi inattese sulla destra, una distesa grigia che sembra un frammento di luna caduto sulla terra. In seguito al citato incidente, i visitatori possono accedere solo alla zona di preriserva e non più avvicinarsi ai vulcanelli, come era stato possibile fino al 2014.



Addentrarsi in quel grigiore friabile, col solo rumore del ribollire dei "vulcanelli", era un'esperienza incredibile, come trovarsi su un altro pianeta. Guy de Maupassant, che visitò la Sicilia nel 1885, recandosi ad Agrigento si soffermò a vedere questa “mostruosa malattia della natura” e ne restò molto impressionato.

Il fango solidificato, percorso da una ragnatela di spaccature, il lento tracimare dal suolo, gli apparvero come una “mostruosa malattia della Natura”. Si tratta, in realtà, della manifestazione esterna di sorgenti idroargillose che non ha nulla a che vedere con fenomeni vulcanici. Il gas si raccoglie nel sottosuolo e ne fuoriesce, a causa della pressione, trascinando con sé acqua e argilla che, depositandosi e solidificandosi, crea i piccoli "coni vulcanici".

Periodicamente, quando le vie di sfiato dei gas si ostruiscono per l'eccessivo accumulo di fango, o la pressione nel sottosuolo aumenta in modo incontenibile, l'intera superficie delle macalube viene sconvolta da una sorta di terremoto, accompagnato da fragorose esplosioni di fango.

L'intera zona ne viene rivoluzionata: ciò che era sollevato viene spianato e viceversa. Non per niente il nome macalube deriva dalla parola araba “maqlub” che significa proprio “ribaltamento”. Di questo singolare fenomeno geologico, che si verifica solo in poche altre zone del mondo, scrisse già Platone, e tanti scienziati si sono soffermati a studiarlo, occupandosi non solo degli aspetti geologici ma anche della inattesa ricchezza botanica di quest'area dove vegetano, ad esempio, alcune specie di orchidee.

Più che su storia e scienza, però, ci piace soffermarci sulle leggende relative all'Occhiu di Macalubi, come localmente viene chiamata la collinetta, per via della sua forma e del candore delle polveri che vi si depositano. La più affascinante è quella che vede protagonista un gallo d'oro. Si narra che in questo luogo, in un'epoca remotissima, sorgeva una città chiamata Cartagine.

Un giorno, mentre vi si svolgeva il mercato, scoppiò una furiosa lite, durante la quale venne tremendamente offesa una divinità. I fedeli di quest'ultima gridarono al sacrilegio e invocarono sulla città una punizione esemplare. Essa, terribile, non si fece aspettare. Come spesso fanno le divinità, che non si lasciano scoraggiare da valutazioni etiche (e decisamente sconoscono le mezze misure), l'entità offesa decise di distruggere ogni cosa, senza remissione di peccati.

La terra prese a tremare e spaccarsi con spaventoso fragore e, ribaltandosi, inghiottì l'intero abitato. Nelle sue viscere scomparvero le bancarelle del mercato, case e templi, fedeli e infedeli insieme. Ogni sette anni, a mezzanotte, un gallo d'oro appare al centro della desolata distesa grigia che ha preso il posto di Cartagine e al suo canto la città riappare magicamente e la vita riprende esattamente dal punto in cui si è interrotta.

Chi avrà il coraggio di avventurarsi per il mercato, vedrà tramutarsi in oro ogni oggetto acquistato prima dell'alba, allorché la città sprofonderà nuovamente nel grigiore fangoso per altri sette anni. Non resta che attendere il 2027.
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