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Con loro "Palermo deve rinascere": la sfida dei giovani che scelgono di restare

Seguendo l’esempio di Don Pino Puglisi, questi ragazzi vogliono mettersi in gioco, lottare per una vita più giusta e trasformare i disagi in opportunità

Nicoletta Sanfratello
Studentessa di Lettere classiche
  • 27 maggio 2026

"Palermo deve rinascere"

Sono circa quindicimila i giovani siciliani che ogni anno abbandonano l’Isola. Una fuga silenziosa che porta lo spopolamento progressivo di paesi, città, quartieri di una terra che sembra non poter dare ai giovani una vita dignitosa, una possibilità di poter scegliere se restare o andar via.

Chi rimane, invece, lo fa con consapevolezza e con la volontà di cambiare realmente il contesto che vive, incidere sulla realtà di ogni giorno, che vede protagoniste le strade di Palermo che vengono abbandonate all’incuria, svuotare di presidi sociali e lavorativi. Chi rimane lo sa bene, scegliere di restare vuol dire scegliere di impegnarsi giorno dopo giorno per costruire possibilità e prospettive diverse: creare lavoro dove non c’è, garantire servizi dove mancano, dare un modello diverso a tutti i giovani che giornalmente si chiedono se abbandonare la propria terra o meno.

Da questa spinta nasce l’associazione "Palermo deve rinascere". A fondarla è il giovane palermitano Fabrizio Landolina, che ha scelto di restare, trasformando la sua scelta in un progetto collettivo.

La sua scommessa? Coinvolgere attivamente i giovani che vivono nei quartieri del capoluogo, sia popolari che no, per migliorare insieme una città tanto bella quanto complessa: «Abito tra i quartieri Ciaculli e Brancaccio, che per me sono un’unica grande dimensione – racconta a Balarm Fabrizio Landolina -.

La voglia di mettermi in gioco nasce dai racconti su Don Pino Puglisi che ho sentito fin da bambino: avendo frequentato la scuola media a lui intitolata ho avuto modo di conoscerlo e di tessere un rapporto forte con questa figura. Mi ricordo che a scuola c’era questa frase, che rimbombava nel mio cuore e che ho scelto di custodire gelosamente, fino ad oggi: “Se ognuno di noi fa qualcosa, si può fare molto”.

L’anno scorso, dopo il diploma, mi sono trovato, come molti giovani siciliani, a dover scegliere tra il restare e l’andare via dalla mia terra. Credo che ci voglia coraggio a partire, ma molto più a restare. Allora ho fatto la mia scelta: mettermi in gioco per la mia città e cercare di cambiare le cose».

Da questo presupposto, quasi per caso, ha avuto inizio il percorso di costruzione della realtà animata dai ragazzi dei quartieri di Palermo: «È iniziato tutto da una chiacchierata tra amici rispetto a un problema comune a tutti i quartieri, la mala gestione dei rifiuti.

Ci siamo resi conto che quel problema non era solo nostro, ma era condiviso. Quindi abbiamo iniziato ad usare i social come megafono per amplificare la nostra voce, provando ad arrivare a più persone possibili, per mettere in relazione persone di quartieri diversi che vivono gli stessi problemi, dimostrando che insieme qualcosa si può fare.

In breve tempo i video hanno iniziato a circolare non solo nel mio quartiere, ma anche fuori. Così, le persone hanno iniziato a contattarmi per segnalare i problemi che vivevano giornalmente ed io ho iniziato a documentare anche quelle testimonianze, con interviste e servizi fatti tramite la pagina social.

Credo sia importante che siano i giovani a mettersi in gioco in prima persona, per migliorare il proprio futuro ed incidere sul proprio presente. Per me, la politica vera nasce dai quartieri, dal basso, da chi vive le contraddizioni; non da chi, barricato dentro un palazzo, osserva da lontano condizioni che non conosce».

Ma segnalare non basta, per i ragazzi è necessario portare la volontà dei cittadini all’interno dei palazzi delle istituzioni, guardando ad esse come uno strumento per risolvere le problematiche sollevate: «Abbiamo incontrato la terza commissione, abbiamo incontrato anche il sindaco ma non basta. Siamo andati al Parlamento siciliano, portando anche in quella sede le nostre istanze come giovani.

Abbiamo sollevato le nostre preoccupazioni in merito al futuro che questa terra può offrire ai giovani che la abitano, ma anche in merito alla sicurezza dei cittadini: sono infatti presidente del comitato “Palermo Sicura” – aggiunge Landolina -, attraverso cui abbiamo dialogato con il Sindaco, grazie al supporto della consigliera Sabrina Figuccia, per proporre delle soluzioni concrete a questa problematica».

Con il passare del tempo, però, Fabrizio si è reso conto di una questione tanto semplice quanto importante: per costruire qualcosa di solido, serve costruire anche una rete e lavorare insieme: «Andando avanti mi sono reso conto che non potevo portare avanti questa lotta da solo. Allora molti ragazzi hanno iniziato a cercarmi per collaborare. A un certo punto con questi tanti amici giovani come me, ho deciso di fondare un’associazione.

Questa associazione, però, doveva mandare un messaggio forte sin da subito: serve rinascere; e serve che questa rinascita parta proprio da noi giovani dei quartieri, da chi sa ascoltare e può portare le istanze nelle istituzioni. Allora l’associazione non poteva non chiamarsi “Palermo deve rinascere”, perché è questo il messaggio che sin da subito vogliamo dare.

Crediamo soprattutto che sia importante, come giovani, prendere uno spazio di parola: dobbiamo essere noi in prima persona a poter parlare dei problemi che viviamo ogni giorno, non vogliamo che siano altri a farlo al posto nostro».

Il gruppo conta giovani che vengono da esperienze e quartieri diversi, uniti dalla volontà di fare la differenza nella propria città, portando alla luce le contraddizioni che vivono, per risolverle: «Per noi è particolarmente importante fare in modo che le periferie non vengano abbandonate a loro stesse, ma che al contrario possano essere collegate al resto della città: per questo ci capita di fare sui social degli “esperimenti” provocatori, come vedere la differenza tra l’andare da Ciaculli allo stadio con i mezzi o con la macchina.

Questa connessione, però, è importante che venga sentita e tessuta dagli stessi giovani che animano l’associazione. È bello che si stiano unendo giovani di tanti quartieri: Brancaccio, Ciaculli, Sperone, Zen, ma anche Politeama e Via Libertà. Quello che ci lega è proprio la volontà di far rinascere Palermo a partire da noi giovani, e lo stiamo facendo».

Il modo in cui i ragazzi scelgono di agire è semplice: presenza, costanza e supporto. Per loro, è fondamentale stare per le strade della città e parlare con chi vive i disagi, per poterli comprendere al meglio e riportare nelle sedi opportune per fare la differenza.

«Ogni giorno i ragazzi mi raccontano episodi assurdi, anche vicino ad ambienti universitari. È essenziale prestare attenzione al problema della sicurezza in città. Stiamo portando avanti dei progetti con il comune, come ad esempio l’affidamento del tempietto della musica al Politeama.

Ma questo è solo l’inizio: noi non ci fermiamo, abbiamo voglia di crescere sempre di più e fare la differenza. Sono molto orgoglioso di quello che tutti insieme stiamo creando, e sono contento, guardandomi indietro, di aver scelto di rimanere e di mettermi in gioco per la mia terra».

La sfida che i ragazzi si pongono è anche quella di farsi modello per tutti i giovani siciliani, dimostrando che è possibile restare, interessarsi alla politica e fare la differenza: «Spesso tanti giovani sono distanti dalla vita politica, pensando che sia una cosa distante da loro e che non li riguarda. Ma per me la vita politica è avere voce in capitolo, dire la propria, lottare.

Da ragazzo che viene dalla periferia, voglio dar voce a chi non ne ha, a chi spesso viene ignorato o ascoltato solo sei mesi prima delle elezioni dal politicante di turno a caccia di voti.

È chiaro che all’interno delle istituzioni ci siano anche persone valide, però la realtà dei quartieri (soprattutto delle periferie), è questa. Allora noi vogliamo ribaltare la piramide istituzionale: prima ascoltiamo i giovani, le persone e i disagi che vivono, poi tutti insieme portiamo le rivendicazioni di chi vive i quartieri nelle istituzioni che contano.

Ed è proprio in queste istituzioni in cui spesso si possono anche trovare alleati pronti ad ascoltarci: serve capire che non tutta la politica è fallimentare, ci sono degli uomini delle istituzioni che credono ancora nei giovani e che possono aiutarci a portare i nostri problemi dove questi possono essere finalmente risolti».

Allora, seguendo l’esempio di Don Pino Puglisi, questi ragazzi vogliono mettersi in gioco, lottare per una vita più giusta e trasformare i disagi che vivono in opportunità per fare la differenza.
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