Con lui se ne va un pezzo di Sant'Erasmo: Antonio, il pescatore che parlava col mare
In mezzo alle gru e ai ristoranti c’era una casuzza nica nica, tutta piena di murales, con un uomo sulla porta d’ingresso intento a sistemare una vecchia rete da pesca
Antonio il pescatore di Sant'Erasmo
Antonio Sinagra, storico pescatore di Sant’Erasmo e cuore pulsante di un luogo sospeso nel tempo che risponde al nome di “Casa Caldaia”, è venuto a mancare pochi giorni fa. E con lui si chiude una storia della costa est palermitana che durava da oltre cento anni. A darmi la notizia è stata la figlia di Antonio, Melina, con la quale sono rimasto in contatto negli anni dopo il mini documentario “I Pescatori di Sant’Erasmo” che ho girato nel 2022.
Quattro anni fa mi trovavo in giro per il centro di Palermo a piedi, avevo il mio drone e la mia macchina fotografica. Era una giornata di sole perfetta per fare qualche foto, magari per girare qualche video dall’alto da usare come sfondo per uno dei miei contenuti.
Da piazza Marina faccio strada verso il Foro Italico e mi spingo fino al molo di Sant’Erasmo. Non lo avevo ancora visto con il vestito nuovo, non avevo visto la nuova banchina, i ristoranti e la passeggiata in legno.
Arrivato sul luogo, però, vedo una curiosa costruzione vecchia, diversa rispetto a tutte le altre presenti su quel molo. In mezzo alle gru e ai ristoranti con ampie vetrate c’era una casuzza nica nica, tutta piena di murales, con un uomo sulla porta d’ingresso intento a sistemare una vecchia rete da pesca.
Mi avvicino per dare un’occhiata e vengo accolto da Antonio e da suo cognato Nino, anche lui pescatore. Iniziamo a fare due chiacchiere e mi innamoro sin da subito della loro storia.
Io, nipote di un nativo dell’Acquasanta e operaio ai Cantieri Navali per tutta la vita, ho un forte debole per le storie di mare, quindi resto in silenzio ad ascoltare fino a quando non prendo coraggio e chiedo: «Vi posso registrare mentre mi raccontate la vostra storia?».
Menza parola, come si dice da noi. Posiziono la macchina fotografica, la metto in modalità video e inizio a registrare senza mai fermarmi, era essenziale riprendere tutto dal vivo e in maniera spontanea. Antonio, mentre cuce una rete, mi inizia a spiegare che la sua vita era tutta lì, tutta dentro Casa Caldaia. Da adolescente faceva viaggi verso Ustica per caricare la sua barca di meloni rossi da rivendere poi a Palermo.
Mi dice che ha dedicato tutta la sua vita al mare e che non possedeva niente se non i vestiti che indossava. E qui si aprì un siparietto con alcuni amici di Antonio che, incuriositi dalla macchina fotografica, si erano avvicinati.
Antonio diceva di non avere nulla e partivano le risatine e i commenti degli amici che, con tipico fare palermitano, pigghiavano pi fissa ad Antonio e sotto i baffi gli davano del bugiardo. Amichevolmente, ah, sia chiaro.
Antonio ci parlava, col mare. Non come si parla a un panorama, ma come si parla a un fratello maggiore: con rispetto e senza troppe parole. E questo diventava sempre più chiaro mentre mi parlava.
Era resistenza, Antonio. Mentre tutto intorno a lui cambiava, lui continuava imperterrito a fare le cose che aveva sempre fatto: la pesca all’antica, le reti fatte a mano, e gli amici di una vita.
Chissà se col tempo e con gli anni ha smesso di mangiare minuzzagghia, come mi raccontava in uno dei passaggi più delicati del documentario. C’era talmente tanta povertà che Antonio e i suoi familiari mangiavano ciò che il pastificio vicino casa rifiutava di vendere.
Sant’Erasmo continuerà a guardare il mare, con il suo look moderno. Ma chi l’ha conosciuta con Antonio sa che, per un tempo preciso e irripetibile, quel pezzo di mare ha una voce molto rauca e un volto che ricorda quello di tanti dei nostri nonni.
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