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Da sinagoga a chiesa, la multiculturalità nel cuore di Palermo: la Chiesa di San Nicolò da Tolentino

Si trova in quella che era il "quartiere ebraico” che, come molti sanno, è il Guzzet che comprendeva una parte dell’Albergheria, il Giardinaccio e la via Calderai e non solo

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 27 agosto 2021

Dettaglio della Chiesa di San Nicolò da Tolentino

Carissimi lettori, di sicuro siamo abituati a leggere e rileggere articoli riguardanti i viaggiatori arabi di varia estrazione sociale (dai commercianti agli intellettuali) che vennero in Sicilia per raggiungere la capitale Palermo.

Grazie ai loro resoconti ci lasciavano descrizioni meravigliose sulla città ed i suoi monumenti paragonandole alle magnificenze delle altre città dell’Al–Andalus, descrivendo minuziosamente le strutture degli apparati governativi, non trascurando di contare le ipotetiche 300 moschee (di cui la maggior parte private) in essa conservate ed elogiando la grande moschea “Gami” (dell’adunanza) su cui poi venne ricostruita la base dell’odierna Cattedrale di Palermo.

I viaggiatori stranieri amavano molto la Sicilia, tanto che molti di loro (la maggior parte arabi) dedicarono poesie piene di amarezza nel momento in cui furono costretti ad abbandonare l’Isola, e per tutto questo non possiamo che essere riconoscenti.



Ma lo sapevate che oltre agli arabi viaggiavano anche i dotti ebrei che facevano visita ai gruppi stanziati in altre città del mediterraneo? Ce ne parlano due fonti: “Gli Ebrei di Palermo” di Aldo Saccaro è “Le città di Palermo e Messina nel tardo Quattrocento dalle lettere di ‘Ovadyah Yare da Bertinoro’” di Giuseppe Campagna. Entrambi i testi descrivono la città ed i suoi cittadini dal punto di vista del visitatore da Bertinoro.

Innanzitutto facciamo conoscenza con il diarista: Ovadyah Yare da Bertinoro è un famoso (all’epoca) rabbino nato intorno al 1455, cresciuto nella comunità giudaica di Città di Castello in Umbria, esperto in qabbalah e conoscitore della tradizione halakica, e che sbarcò a Palermo il 13 luglio del 1487 in attesa della “coincidenza marittima” che l’avrebbe portato a Gerusalemme. Quindi nemmeno doveva passare da qui, ma come al solito le coincidenze in Sicilia non esistono (in tutti i sensi).

Le sue lettere sono di fondamentale importanza per capire la situazione topografica di Palermo in quel periodo poiché, dai documenti, possiamo individuare esattamente l’area del “quartiere ebraico” che, come molti sanno, è il Guzzet (che comprendeva una parte dell’Albergheria, il Giardinaccio e la via Calderai) e non solo, poiché gli ebrei abitavano la zona del Cassaro e della Conceria.

Altro aspetto interessante è la conformazione sociale degli ebrei di Palermo e, come fecero i viaggiatori arabi, si sofferma su alcune peculiarità descrivendo la grandezza e magnificenza della città e il numero di famiglie ebree che ammontano a 850 e le condizioni sociali di quest’ultime: artigiani del rame e del ferro, facchini e braccianti, ma, soprattutto, come gli ebrei di Palermo «sono assai lassisti» sulle norme generali ebraiche (tranne che per la produzione del vino ebraico commissionato per la maggior parte dai Cristiani i quali rischiavano la scomunica).

Isomma quasi la stessa descrizione di lassismo che facevano i viaggiatori arabi sui loro connazionali, ora capite da chi abbiamo preso per “sparraciunamiento”.

Ma andando avanti tra i documenti la perla che risalta sicuramente è la descrizione della Sinagoga di Palermo e vi prego di immergervi con la mente e la fantasia all’interno del percorso poiché «non ha al mondo l’eguale ed è in assoluto degna di lode».

La Mesquita o Meschita presenta un cortile esterno, con colonne contornate da piante di vite, che ci inserisce in «una corte circondata, da tre lati da un portico, con grandi sedili» ed un pozzo. La Meschita è «di forma quadrata, lunga quaranta bracci e larga altrettanto» con la porta d’ingresso sul quarto lato mentre sul lato orientale è situato l’hekal «una bella struttura di pietra, a forma di cappella» a cui si accedeva da due ingressi posti a sud e a nord e la cui custodia è affidata a due membri dell’aljama.

Nell’hekal (al posto dell’aron) vengono custoditi i rotoli della Torah: «completi del loro involucro e sormontati dalle corone e dai pinnacoli di argento e pietre preziose» ed inoltre abbellito con magnifici tessuti per un valore di 4.000 monete d’oro. La tevah era il palco di legno su cui i 5 officianti recitano le preghiere ed era posto al centro del luogo di culto.

Ovadyah Yare da Bertinoro ci racconta inoltre l’ufficio cultuale svolto nei sabati e nelle feste «con intonazioni e melodie armoniose» mai sentite nelle varie comunità visitate dal rabbino. Inoltre la sinagoga possedeva «un ospizio, che dispone di letti per gli ammalti e per gli stranieri», il miqweh e la «grande e bella sala dei rappresentati della comunità». In questa sala si riunivano i 12 rappresentanti nominati annualmente per sistemare «varie questioni [...] di imporre tributi, di infliggere ammende e di comminare pene detentive».

Questa è la descrizione della Sinagoga di Palermo, oggi c’è la Chiesa di San Nicolò da Tolentino che, guarda caso, richiama a se’ la multiculturalità di quei secoli.

È proprio vero, ogni cosa nasce e vive per un fine specifico.
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