Dopo l'estate, anche l'autunno preoccupa in Sicilia: è allarme cicloni, coste a rischio
Il forte caldo potrebbe continuare ad avere effetti negativi anche più in là, tra l'autunno e l'inverno, provocando tempeste e cicloni. Occhio alle case sul mare
Maltempo al Foro Italico di Palermo, una foto del ciclone Harry
Con il caldo che continua a disturbare i sonni di migliaia di siciliani e l’ulteriore innalzamento delle temperature in questo periodo di fine estate sono poche le persone davvero al sicuro dal cambiamento climatico. Ad impensierire però gli esperti del clima e gli amministratori locali non è solo però il bel tempo, ma anche gli effetti negativi di questo surriscaldamento che si percepiranno più in là, in autunno e in inverno inoltrato.
È difatti ormai noto il collegamento fra il surriscaldamento estivo del Mediterraneo e l’arrivo durante i mesi invernali di tempeste in grado di spazzare via la costa, come avvenuto l’anno scorso quando l’intera regione ha dovuto affrontare il ciclone Harry. Se siete quindi fra coloro che auspicano l’arrivo delle piogge per dire addio al caldo, sappiate che questo inverno potrebbe essere molto turbolento, proprio per quel cambiamento climatico che tanto a lungo gli ambientalisti hanno temuto.
Oltre però alla devastazione portata dagli incendi e dagli allagamenti, la nostra isola risulta ancora più fragile per un problema atavico che riguarda esclusivamente noi, ovvero l’eccessiva cementificazione delle coste siciliane.
Le nostre coste difatti sono divenute nel corso degli anni sempre più fragili di fronte alle alluvioni e al mare mosso anche perché abbiamo costruito dove non andava fatto, modificando linee di costa che un tempo erano considerate al sicuro da qualsiasi tipologia di fenomeno di erosione, proprio per la natura stessa del territorio.
Levando dune, piattaforme naturali e scogliere non abbiamo fatto altro che indebolire il sistema naturale di difesa dell’isola di fronte alle tempeste, come se da un’isola caraibica avessimo tolto volontariamente la barriera corallina da cui trae la sua stessa esistenza.
Ad arrivarci non sono stati solamente gli scienziati e gli ambientalisti, ma anche i tecnici della Protezione civile e della Regione, che si stanno esponendo pubblicamente per ribadire come si debbano riconsiderare tutti quei progetti che ricadano sulla costa.
Tra questi tecnici c’è il capo della Protezione civile siciliana, Salvo Cocina, che di recente sui social ha anche sollevato un altro gravoso problema, ovvero di come la nostra isola sembra talvolta impreparata ad affrontare le future mareggiate e gli altri disastri naturali. «Oltre ai picchi di temperatura sopra i 43° C e all’aumento della temperatura del mare, che provoca un accumulo di notevole energia pronta a sprigionarsi, dobbiamo stare attenti agli scenari preoccupanti per il prossimo autunno, come temporali, alluvioni e mareggiate» ha dichiarato Cocina.
«Dobbiamo essere pronti attuando le procedure dei piani a tutti i livelli dal Comune, alla Provincia, alla Regione! L’esperienza dell’uragano Harry ci ha confermato che la carta vincente è la previsione e l’allerta precoce tre giorni prima dell’uragano!»
Cocina ha anche ribadito come in futuro i danni alle case e alle strade prospicenti al mare, come le strutture presenti vicino alle zone a rischio frana e esondazione, non potranno essere evitati e che quindi la politica è chiamata ad effettuare una scelta. O si proteggono tali case, spendendo milioni di euro anche solo per metterli in sicurezza, oppure bisogna cominciare ad abbandonare e togliere le strutture che si trovano nelle aree a rischio.
Dello stesso avviso è Tommaso Castonovo, presidente di Legambiente Sicilia, che ha diffuso un’importante nota stampa. «Il capo della Protezione civile regionale, Salvo Cocina, ha detto una cosa che in Sicilia in pochi hanno il coraggio di dire, ovvero che in alcuni luoghi la natura non accetta le case, che vanno quindi rimosse dalle aree più esposte ai rischi di frane, alluvioni e mareggiate, sempre più frequenti ed estremi a causa dei cambiamenti climatici. Se è così, bisogna aprire subito un percorso di delocalizzazione delle case e delle infrastrutture più a rischio, con una mappa delle aree pericolose, tempi certi e risorse per chi deve trasferirsi».
Secondo Legambiente, inoltre, va subito chiusa una falla normativa. «La legge regionale 78/1976 vieta di costruire entro 150 metri dalla battigia, ma lascia ancora aperta un'eccezione per le zone A e B dei piani regolatori, nata nel 1976 per fotografare l'esistente e oggi, di fatto, utilizzata per continuare a costruire e ampliare sulla costa». Per gli ambientalisti, considerando anche i danni provocati dal ciclone Harry in Sicilia, va subito fatta rispettare la legge dei 150 metri, senza eccezioni legate alla zonizzazione.
Il problema forse però più grave è che - dopo il ciclone Harry – molte opere sono state semplicemente ricostruite nelle aree colpite dalle mareggiate, senza tenere nuovamente conto delle necessità attuali e della legge. «Sono stati ricostruiti anche parcheggi, piste ciclabili e piazzette che si sarebbero potuti sacrificare per restituire profondità alla spiaggia. Ed è proprio la profondità della spiaggia a dissipare l'energia delle onde, la stessa energia che poi si scarica sulle fondazioni delle case» ha dichiarato Castronovo.
Queste dichiarazioni ovviamente non fanno altro che evidenziare il profondo stato di crisi che attualmente permane in Sicilia, con un territorio che è stato nuovamente ferito – anche quando si aveva l’occasione di riparare vecchi torti – da presunte ricostruzioni e ristrutturazioni realizzate in fretta e furia.
È difatti ormai noto il collegamento fra il surriscaldamento estivo del Mediterraneo e l’arrivo durante i mesi invernali di tempeste in grado di spazzare via la costa, come avvenuto l’anno scorso quando l’intera regione ha dovuto affrontare il ciclone Harry. Se siete quindi fra coloro che auspicano l’arrivo delle piogge per dire addio al caldo, sappiate che questo inverno potrebbe essere molto turbolento, proprio per quel cambiamento climatico che tanto a lungo gli ambientalisti hanno temuto.
Oltre però alla devastazione portata dagli incendi e dagli allagamenti, la nostra isola risulta ancora più fragile per un problema atavico che riguarda esclusivamente noi, ovvero l’eccessiva cementificazione delle coste siciliane.
Le nostre coste difatti sono divenute nel corso degli anni sempre più fragili di fronte alle alluvioni e al mare mosso anche perché abbiamo costruito dove non andava fatto, modificando linee di costa che un tempo erano considerate al sicuro da qualsiasi tipologia di fenomeno di erosione, proprio per la natura stessa del territorio.
Levando dune, piattaforme naturali e scogliere non abbiamo fatto altro che indebolire il sistema naturale di difesa dell’isola di fronte alle tempeste, come se da un’isola caraibica avessimo tolto volontariamente la barriera corallina da cui trae la sua stessa esistenza.
Ad arrivarci non sono stati solamente gli scienziati e gli ambientalisti, ma anche i tecnici della Protezione civile e della Regione, che si stanno esponendo pubblicamente per ribadire come si debbano riconsiderare tutti quei progetti che ricadano sulla costa.
Tra questi tecnici c’è il capo della Protezione civile siciliana, Salvo Cocina, che di recente sui social ha anche sollevato un altro gravoso problema, ovvero di come la nostra isola sembra talvolta impreparata ad affrontare le future mareggiate e gli altri disastri naturali. «Oltre ai picchi di temperatura sopra i 43° C e all’aumento della temperatura del mare, che provoca un accumulo di notevole energia pronta a sprigionarsi, dobbiamo stare attenti agli scenari preoccupanti per il prossimo autunno, come temporali, alluvioni e mareggiate» ha dichiarato Cocina.
«Dobbiamo essere pronti attuando le procedure dei piani a tutti i livelli dal Comune, alla Provincia, alla Regione! L’esperienza dell’uragano Harry ci ha confermato che la carta vincente è la previsione e l’allerta precoce tre giorni prima dell’uragano!»
Cocina ha anche ribadito come in futuro i danni alle case e alle strade prospicenti al mare, come le strutture presenti vicino alle zone a rischio frana e esondazione, non potranno essere evitati e che quindi la politica è chiamata ad effettuare una scelta. O si proteggono tali case, spendendo milioni di euro anche solo per metterli in sicurezza, oppure bisogna cominciare ad abbandonare e togliere le strutture che si trovano nelle aree a rischio.
Dello stesso avviso è Tommaso Castonovo, presidente di Legambiente Sicilia, che ha diffuso un’importante nota stampa. «Il capo della Protezione civile regionale, Salvo Cocina, ha detto una cosa che in Sicilia in pochi hanno il coraggio di dire, ovvero che in alcuni luoghi la natura non accetta le case, che vanno quindi rimosse dalle aree più esposte ai rischi di frane, alluvioni e mareggiate, sempre più frequenti ed estremi a causa dei cambiamenti climatici. Se è così, bisogna aprire subito un percorso di delocalizzazione delle case e delle infrastrutture più a rischio, con una mappa delle aree pericolose, tempi certi e risorse per chi deve trasferirsi».
Secondo Legambiente, inoltre, va subito chiusa una falla normativa. «La legge regionale 78/1976 vieta di costruire entro 150 metri dalla battigia, ma lascia ancora aperta un'eccezione per le zone A e B dei piani regolatori, nata nel 1976 per fotografare l'esistente e oggi, di fatto, utilizzata per continuare a costruire e ampliare sulla costa». Per gli ambientalisti, considerando anche i danni provocati dal ciclone Harry in Sicilia, va subito fatta rispettare la legge dei 150 metri, senza eccezioni legate alla zonizzazione.
Il problema forse però più grave è che - dopo il ciclone Harry – molte opere sono state semplicemente ricostruite nelle aree colpite dalle mareggiate, senza tenere nuovamente conto delle necessità attuali e della legge. «Sono stati ricostruiti anche parcheggi, piste ciclabili e piazzette che si sarebbero potuti sacrificare per restituire profondità alla spiaggia. Ed è proprio la profondità della spiaggia a dissipare l'energia delle onde, la stessa energia che poi si scarica sulle fondazioni delle case» ha dichiarato Castronovo.
Queste dichiarazioni ovviamente non fanno altro che evidenziare il profondo stato di crisi che attualmente permane in Sicilia, con un territorio che è stato nuovamente ferito – anche quando si aveva l’occasione di riparare vecchi torti – da presunte ricostruzioni e ristrutturazioni realizzate in fretta e furia.
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