È l’isola del vento e dell’Oro Verde: il luogo in Sicilia dove smarrirsi tra le meraviglie
Terra che produce oblio da far pensare che questa sia la misteriosa Ogigia l’Isola di Calipso che “nascose” la mente ad Ulisse per 7 anni promettendogli l’immortalità
Dall’alto è uno scoglio di ossidiana nero, scagliato tra due mondi; è una scheggia di fuoco. Pantelleria, non appartiene interamente all’Europa, ma neanche all’Africa che la tinge al tramonto con i colori del deserto. Visitarla è geografia per l’anima che viaggia su terre protese che non sono solo fisiche.
Distante 65 km dalla Tunisia (Capo Mustafà) e circa 110 km dalla Sicilia (Capo Granitola) è tra miraggi e realtà. Crea vertigine arrivare qui, travolge il Maestrale e lo Scirocco che mescolano i due continenti. Pantelleria è figlia del vento, come sembra fosse chiamata dagli arabi ma è anche Cossyra come la chiamavano i romani, ed è Patellaria, legato alla forma dell’isola, tutto è particolare ed unico persino le radici del nome. Qui la storia si calpesta, non si legge: è nelle pietre, nei Dammusi, nei centimetri di terra scura che eroici contadini hanno addomesticato nei secoli.
Terra che produce oblio tanto da far pensare che questa sia la misteriosa Ogigia, l’Isola di Calipso, la ninfa che “nascose”, la mente ad Ulisse per 7 anni promettendogli l’immortalità e impedendogli di ricordare passato presente e futuro. I primi abitanti furono i Sesi misteriosi costruttori dell’età del Bronzo, poi i Fenici, Romani e Bizantini, Arabi che qui portarono la loro sapienza architettonica in grado di mettere in relazione uomo e ambiente.
Pantelleria non si concede facilmente , qui è meglio scordare un turismo mordi e fuggi , non vi sono spiagge, ma discese al mare remote e selvagge, a volte impervie da raggiungere, niente aperitivi e movida , ma saune naturali da trovare, grotte di pomice, getti di vapore, picchi e balate su un mare blu, c’è persino uno specchio di mare basso e tranquillo che guarda un mare che s’infrange con fragore sulle rocce, ed un lago , dove si dice si specchiava Venere prima dei suoi incontri amorosi.
Originariamente un vulcano, oggi è rimasta la sua Caldera dove lasciarsi cullare come nel ventre materno. Il colore assolutamente straordinario è frutto dello zolfo e dei cianobatteri. È d’obbligo smarrirsi fra queste meraviglie che creano quel senso di straniamento che non è vuoto intrattenimento ma che esige qualcosa di diverso e più profondo.
Qui l’agricoltura diventa eroica, nelle contrade vengono costruiti i Giardini Panteschi, torri circolari in pietra per proteggere anche solo un albero dal vento e dalla salsedine permettendo di produrre i suoi frutti, e c’è un gioiello che nasce dalla roccia, resiliente e orgoglioso, capace di fiorire tra le pietre. È il Cappero “l’enigma biologico”, pianta potente e forte che prospera dove altre piante morrebbero.
Presente nella Bibbia nell’Ecclesiaste si narra dei suoi poteri afrodisiaci, considerata medicina naturale, arrivò dall’Asia minore, diventando un ingrediente ricercato e apprezzato per il suo inconfondibile sapore. La Capparis Spinosa è una pianta perenne capace di penetrare nelle fessure dei muretti o delle scogliere rocciose e vulcaniche per cercare l’umidità. Straordinario il suo fiore è un’Orchidea, ed il suo fiorire è raccontato da una leggenda. Un delfino s’innamorò della pianta, ricambiato, i due si guardavano a distanza per il mammifero era impossibile raggiungere la pianta. Venne in aiuto una tempesta che attraverso i suoi marosi, portò in alto il delfino. I due si toccarono e fu estasi. A seguito di questo momento d’amore la pianta generò un fiore effimero e spettacolare dagli stami, lunghi i filamenti viola, dal profumo sottile.
Nella Chimica del gusto siamo attratti dal bocciolo di questo fiore e dal suo frutto, il cucuncio. Pantelleria è il regno del cappero che è uno dei tratti identitari dell’isola che tramite il” terroir vulcanico” gli conferisce profumo intenso, sapidità e nota di amaro. Ma non è solo la terra che lo rende unico il Cappero, perché a Pantelleria la sua raccolta diventa eroica, sfida gli elementi naturali e obbliga ad una raccolta che può essere fatta solo a mano, in ginocchio sapendo cosa cogliere e cosa lasciare, passando sulla stessa pianta ogni 8/10 giorni, rendendo il raccoglitore con la sua “selezione millimetrica” un manutentore del paesaggio.
Se per caso qualcuno pensasse di coltivare la pianta sul proprio balcone, desistete, il cappero si raccoglie non si coltiva, la sua resistenza capace di spaccare la roccia vulcanica di vivere ai venti desertici, alla siccità, di fronte ad un vaso e tanto amore, si arrende e muore. L’ambiente confortevole è “una trappola mortale”. Senza verticalità, con la terra bagnata, e senza la digestione dei semi da parte di insetti, uccelli ed il trasporto delle formiche nelle fessure, il Cappero non nasce e prolifica e non c’è modo di “ingannarlo” credetemi, è praticamente impossibile.
Ma dove vedere questo oro verde? È sui i terrazzamenti baciati dal sole, nella parte orientale e interna dell’Isola, nella scalinata di San Gaetano, nei fossati del Castello Barbacane, e nei vecchi Dammusi abbandonati, magari li troverete anche in uno dei Dammusi dove alloggerete, come ho fatto io avvolta da un silenzio che non isola ma riempie, provando quella pulizia mentale che asciuga il superfluo.
Ed è in questo meditare che ho trovato una singolare simmetria tra il Cappero e Pantelleria: Il bocciolo - resistenza e il silenzio – è come le contrade interne; il fiore – bellezza e sacralità- come lo Specchio di Venere; il frutto, il cucuncio, con la sua consistenza ruvida come la pericolosa Balata e l’Arco dell’Elefante. Andare a Pantelleria è un privilegio sottile per chi sa attendere e vuole lasciarsi nascondere dall’Isola senza cercare la bellezza classica o la comodità, per chi sa rispettare i ritmi sacri dei luoghi, per chi non teme l’iniziale “magnetico sgomento”, ma si lascia prendere da un’estetica primordiale, cogliendo un’Eco purissima: quella del mondo prima dell’uomo.
Distante 65 km dalla Tunisia (Capo Mustafà) e circa 110 km dalla Sicilia (Capo Granitola) è tra miraggi e realtà. Crea vertigine arrivare qui, travolge il Maestrale e lo Scirocco che mescolano i due continenti. Pantelleria è figlia del vento, come sembra fosse chiamata dagli arabi ma è anche Cossyra come la chiamavano i romani, ed è Patellaria, legato alla forma dell’isola, tutto è particolare ed unico persino le radici del nome. Qui la storia si calpesta, non si legge: è nelle pietre, nei Dammusi, nei centimetri di terra scura che eroici contadini hanno addomesticato nei secoli.
Terra che produce oblio tanto da far pensare che questa sia la misteriosa Ogigia, l’Isola di Calipso, la ninfa che “nascose”, la mente ad Ulisse per 7 anni promettendogli l’immortalità e impedendogli di ricordare passato presente e futuro. I primi abitanti furono i Sesi misteriosi costruttori dell’età del Bronzo, poi i Fenici, Romani e Bizantini, Arabi che qui portarono la loro sapienza architettonica in grado di mettere in relazione uomo e ambiente.
Pantelleria non si concede facilmente , qui è meglio scordare un turismo mordi e fuggi , non vi sono spiagge, ma discese al mare remote e selvagge, a volte impervie da raggiungere, niente aperitivi e movida , ma saune naturali da trovare, grotte di pomice, getti di vapore, picchi e balate su un mare blu, c’è persino uno specchio di mare basso e tranquillo che guarda un mare che s’infrange con fragore sulle rocce, ed un lago , dove si dice si specchiava Venere prima dei suoi incontri amorosi.
Originariamente un vulcano, oggi è rimasta la sua Caldera dove lasciarsi cullare come nel ventre materno. Il colore assolutamente straordinario è frutto dello zolfo e dei cianobatteri. È d’obbligo smarrirsi fra queste meraviglie che creano quel senso di straniamento che non è vuoto intrattenimento ma che esige qualcosa di diverso e più profondo.
Qui l’agricoltura diventa eroica, nelle contrade vengono costruiti i Giardini Panteschi, torri circolari in pietra per proteggere anche solo un albero dal vento e dalla salsedine permettendo di produrre i suoi frutti, e c’è un gioiello che nasce dalla roccia, resiliente e orgoglioso, capace di fiorire tra le pietre. È il Cappero “l’enigma biologico”, pianta potente e forte che prospera dove altre piante morrebbero.
Presente nella Bibbia nell’Ecclesiaste si narra dei suoi poteri afrodisiaci, considerata medicina naturale, arrivò dall’Asia minore, diventando un ingrediente ricercato e apprezzato per il suo inconfondibile sapore. La Capparis Spinosa è una pianta perenne capace di penetrare nelle fessure dei muretti o delle scogliere rocciose e vulcaniche per cercare l’umidità. Straordinario il suo fiore è un’Orchidea, ed il suo fiorire è raccontato da una leggenda. Un delfino s’innamorò della pianta, ricambiato, i due si guardavano a distanza per il mammifero era impossibile raggiungere la pianta. Venne in aiuto una tempesta che attraverso i suoi marosi, portò in alto il delfino. I due si toccarono e fu estasi. A seguito di questo momento d’amore la pianta generò un fiore effimero e spettacolare dagli stami, lunghi i filamenti viola, dal profumo sottile.
Nella Chimica del gusto siamo attratti dal bocciolo di questo fiore e dal suo frutto, il cucuncio. Pantelleria è il regno del cappero che è uno dei tratti identitari dell’isola che tramite il” terroir vulcanico” gli conferisce profumo intenso, sapidità e nota di amaro. Ma non è solo la terra che lo rende unico il Cappero, perché a Pantelleria la sua raccolta diventa eroica, sfida gli elementi naturali e obbliga ad una raccolta che può essere fatta solo a mano, in ginocchio sapendo cosa cogliere e cosa lasciare, passando sulla stessa pianta ogni 8/10 giorni, rendendo il raccoglitore con la sua “selezione millimetrica” un manutentore del paesaggio.
Se per caso qualcuno pensasse di coltivare la pianta sul proprio balcone, desistete, il cappero si raccoglie non si coltiva, la sua resistenza capace di spaccare la roccia vulcanica di vivere ai venti desertici, alla siccità, di fronte ad un vaso e tanto amore, si arrende e muore. L’ambiente confortevole è “una trappola mortale”. Senza verticalità, con la terra bagnata, e senza la digestione dei semi da parte di insetti, uccelli ed il trasporto delle formiche nelle fessure, il Cappero non nasce e prolifica e non c’è modo di “ingannarlo” credetemi, è praticamente impossibile.
Ma dove vedere questo oro verde? È sui i terrazzamenti baciati dal sole, nella parte orientale e interna dell’Isola, nella scalinata di San Gaetano, nei fossati del Castello Barbacane, e nei vecchi Dammusi abbandonati, magari li troverete anche in uno dei Dammusi dove alloggerete, come ho fatto io avvolta da un silenzio che non isola ma riempie, provando quella pulizia mentale che asciuga il superfluo.
Ed è in questo meditare che ho trovato una singolare simmetria tra il Cappero e Pantelleria: Il bocciolo - resistenza e il silenzio – è come le contrade interne; il fiore – bellezza e sacralità- come lo Specchio di Venere; il frutto, il cucuncio, con la sua consistenza ruvida come la pericolosa Balata e l’Arco dell’Elefante. Andare a Pantelleria è un privilegio sottile per chi sa attendere e vuole lasciarsi nascondere dall’Isola senza cercare la bellezza classica o la comodità, per chi sa rispettare i ritmi sacri dei luoghi, per chi non teme l’iniziale “magnetico sgomento”, ma si lascia prendere da un’estetica primordiale, cogliendo un’Eco purissima: quella del mondo prima dell’uomo.
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