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Farsi campare da una prostituta era il loro obiettivo: chi erano i "ricottari" di Palermo

Da questi personaggi discendono altri epiteti che nella nostra lingua vengono tutt’ora utilizzati per definire situazioni sentimentali ed economiche alquanto particolari

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 29 giugno 2021

Un tempo quando qualcuno ti indicava come ricottaro era un insulto gravissimo che sicuramente avrebbe portato ad una rissa, anche perché questo tipo di offesa era del genere trasversale in quanto colpiva personalmente l’integrità morale delle persone care femminili.

Ma chi erano questi fantomatici “ricuttari”?

Antonino Cutrera ce ne parla nel suo libro “I ricottari – la mala vita di Palermo nell’800”. Un lavoro pubblicato dopo un paziente e lungo periodo di osservazione che ha prodotto questo piccolo saggio sulla sociologia criminale dell’epoca.

Il ricottaro palermitano, non dissimile da quello napoletano, è un uomo che fa parte della malavita e l’espressione “ricottaro” che lo identifica, per quanto singolare, ha un significato molto simbolico poiché intende indicare quegli uomini che non vogliono lavorare e campano alle spalle delle prostitute proclamandosene "innamorati".



C’è da pensare, inoltre, che da questo personaggio discendono anche altri epiteti singolari che nella nostra lingua vengono tutt’ora utilizzati per definire situazioni sentimentali ma anche economiche e sociali alquanto particolari.

Come per esempio: avi a ‘nnammurata o è a ‘ngarzata o ‘ngarzatu (ciò ci fa comprendere in quale sfera sociale vengono considerati i destinatari della frase) e poi c’è l’aspetto sociale ed economico con la frase ad effetto aviri s… francu e quasetti di sita”, frase quest’ultima scritta a pennello e che descrive l’essenza stessa del “ricottaro”.

Il Cutrera, uomo attento e preciso, ha cura di sottolineare come questo genere di personaggio è tipico solo della città di Palermo (quindi non è diffuso in Sicilia) ed il suo compito preciso, oltre a quello di fare il gradasso, era di difendere l’onore (si fa per dire) della propria innamorata e di farla rispettare sia dai clienti (che cercavano di fare il tappo, cioè non pagare la prestazione) che dagli altri "ricottari".

Ma in realtà l’unico obiettivo dell’innamorato era quello di farsi “campare” e di spremere il più possibile la sventurata vittima per i propri fini e divertimenti.

Immaginate, quindi, cari lettori, queste povere ragazze che oltre all’infame destino (causato da violenze, seduzioni, fame o altro) avevano al collo anche l’innamorato e tutta una struttura che le si cingevano attorno per spremerla (esattrici, usuraie, servitù, padrone, ecc.) e questo, purtroppo, è un tratto della vita della città davvero triste sviluppatasi, ahimè, sotto l’ala splendente di quelle famiglie imprenditoriali che avrebbero fatto di Palermo la Capitale d’Europa.

Questa malsana classe di ricottari era costituita da giovani traviati e che avevano una età media dai 18 ai 30 anni. Si dividevano in due rami ben precisi: una di infima specie e una composta dai giovani dell’alta borghesia, sicuramente due classi differenti ma unite in unico scopo: essere campati.

C’è da sottolineare, comunque, che il ricottaro non è un mafioso poiché nella organizzazione, sin dalla fine dell’800 e agli inizi del ‘900, non erano ammessi personaggi che avessero legami con la prostituzione e che percepissero fonti di guadagno da questa attività, ciò è confermato anche dall’esperienza di Lucky Luciano che non venne ammesso nel gotha dell’organizzazione mafiosa fino al 1950 poiché si occupava di bordelli.

Termino l’articolo, carissimi lettori, raccontandovi cosa accadeva quando un ricottaro si ‘ngarza con una prostituta.

Si solennizzava l’avvenimento con un pranzo offerto dalla prostituta (ovviamente) alla padrona del bordello e agli amici della coppia e che tecnicamente veniva chiamata festa dell’ingarzamento con tanto di scambio di anelli che vincolavano i due, stabilendo anche diritti e dei doveri della coppia (un vero matrimonio praticamente).

Il ricottaro, dopo l’unione, imponeva alla prostituta dei vincoli.

Il primo era quello di non avere tra i suoi clienti dei parenti o amici (soprattutto perché è considerato uno sfregio al Ricottaro titolare, il che comportava battaglie tra clan), riserbare delle ore per se, imponeva le posizioni che non dovevano essere usate dalla prostituta, e via discorrendo.

L’unico vincolo del Ricottaro era quello di difendere la sua innamorata anche fino alla morte (cosa che facevano).

Questo è lo spaccato storico di una Palermo di fine ‘800, quella del “vicolo stretto”, dei lupanari e di una situazione sociale ed economica gravissima sullo sfondo invece dei grandi nomi che resero la città il nuovo punto di riferimento dei Regnanti d’Europa.
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