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Ha portato la Sicilia sulle colline toscane: Antonio, il Mastru Gilataru "rivoluzionario"

Il maestro Battiato assaggiando una delle sue granite disse: “Qui c’è il senso della vita”. Questa è la storia di un siciliano che a Firenze ha donato (anche) il gelato artigianale e ora non possono più farne a meno

Marta Genova
Giornalista
  • 22 giugno 2022

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Nelle sue parole c’è tutto l’amore per la sua terra, la Sicilia, e per Patti, il suo paese di origine in provincia di Messina in cui il suo bisnonno alla fine dell'800 cominciava d'inverno a raccogliere la neve dai Nebrodi, per creare un composto appena denso: la granita.

Tutto questo amore, Antonio Lisciandro lo ha portato con sé, quando trentadue anni fa è partito con sua moglie per Firenze. E a Firenze, sulle colline toscane, ha ricreato una piccola Sicilia, partendo dal gelato, che significa, materie prime, arte, cura, ricerca.

«La mia storia è quella di tanti siciliani che non si vogliono rassegnare. Ho sempre sostenuto, fin da ragazzo, che la Sicilia è una terra meravigliosa dove si può fare tanto e che chi va via lo fa solo perché ci sono alcune logiche che poi portano ad un bivio, e quindi o fai un salto e fai della prepotenza un modello di vita o vai via. E andare via è quello che ho fatto io quando ho capito che non avevo scelta, che il mio sogno qui non me lo avrebbero fatto realizzare.



Volevo aprire un chiosco di gelati artigianali e granite, ma le mie richieste venivano regolarmente cestinate, rimanevano inevase, un giorno, dopo ripetute richieste mi dissero che non mi avrebbero dato l’autorizzazione per un problema legato al paesaggio… stiamo parlando di un lungomare che era veramente ridotto male e quel mio chioschetto forse avrebbe portato un pizzico di bellezza e dolcezza.

Fu così che decisi di non soccombere e di non fare, come fanno in tanti, le cose in maniera abusiva, mio padre era un carabiniere, era un uomo di fiducia di Dalla Chiesa quando lui era ancora colonnello, non avrei mai potuto tradire quella che era stata la mia educazione. Così una giornata di luglio io e mia moglie, che ai tempi era ancora la mia fidanzata, decidemmo di andare via. Il 28 ottobre ci sposammo e il giorno dopo partimmo».

Iniziò così la sua avventura. «La scelta di Firenze fu ponderata - racconta -, intanto conoscevo la passione dei fiorentini per le granite siciliane e poi volevo scegliere un punto ad alta densità turistica, quindi la valutazione era tra Roma, Venezia e Firenze … scelsi quest’ultima che non conoscevo dove avrei potuto portare il mio gelato artigianale, le prime due le conoscevo e non “sentivo” che fossero la scelta giusta, così scegliemmo la Toscana. E sono qui da trentadue anni.

Nel 1989 venni a Firenze, vidi e restai – mi dice sorridendo -. Ero già andato prima per una settimana per vedere, e i prezzi erano folli, io avevo 25 anni, pochi risparmi. Stavo per tornare a Patti quando ebbi un incontro all’ultimo momento, un signore di origine napoletana, e in 10 minuti definimmo le condizioni dell’acquisto, vendeva un locale in via Ricasoli (a due passi dlla galleria dell'accademia), lui mi disse che potevo pagare in nove anni… pagai in meno. Arrivammo a produrre 500 chili al giorno di gelato in sei anni».

Il gelato per Antonio è una tradizione di famiglia, interrotta per una generazione e ripresa con lui quasi per caso. Il nonno paterno morì tre mesi prima che suo padre nascesse infatti, «io iniziai per puro caso, un amico di famiglia mi chiese di preparargli dei gelati, io presi degli appunti del mio bisnonno, liggiu sta cosa, feci la miscela, la mantecazione e venne fuori una cosa che fu molto apprezzata. Credo di avere lo spirito di mio nonno accanto a me, lo sento spesso, gli artigiani trovano sempre una soluzione».

"Carabè" è il nome che ha dato alla sua “creatura”. «Sta per carisma, abilità ed esperienza - spiega - è un acronimo, bisogna avere capacità empatica, abilità, esperienza, il valore tecnico e umano vanno dfi pari passi. Mi rifaccio sempre alla frase di san Francesco, "Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista". Nella vita è importante come facciamo quello che abbiamo da fare, bisogna sempre puntare al massimo…».

Nel 1999 venne inaugurato un nuovo punto vendita a Forte dei Marmi. Per Antonio Lisciandro fu presto un successo, il suo gelato è diventato famosissimo. Veniva (e viene) chiamato per i grandi eventi, in Italia e non solo, al Café de Paris di Montecarlo per la Settimana Della Lingua Italiana Nel Mondo, all’hotel La Meridienne Hotel con l’ambasciata italiana, «gente abituata a stappare bottiglie di Château Pétrus e impazziscono di fronte alle tue gelature… questo è impagabile soprattutto per uno che viene dalla scuola delle acque profumate dei gelati, come la crema alla menta...».

Dieci anni dopo sulle colline di Terranuova Bracciolini, Lisciandro crea un grande centro di produzione e formazione gelatiera, Parco Carabè, immerso tra gli alberi di uno storico frutteto e delle famose “balze” di argilla «Sì, è una mia visione, un mio bisogno… tutto nacque quando ebbi mandato per fare il primo Gelato festival di Firenze e dovevo selezionare i migliori gelatieri e internazionalizzare l’evento con eccellenze del mondo, figure artigiane nelle varie regioni. Nel “parco” chiunque avesse qualcosa poteva venire qui e promuoverlo, raccontarlo perché qui tutto è una storia da raccontare.

In questo luogo si vive a contatto con la natura, con i cavalli che allevo e con ciò che produciamo, non solo frutta. Facciamo anche il gelato all'olio di oliva di nostra produzione. La gente viene, prima assaggia il gelato e poi sceglie che olio comprare. Anche la regina di Olanda è venut qui. Credo di aver realizzato l’avamposto più lontano della Sicilia che rappresenta la sicilianità. Ho portato su la pietra dei Nebrodi che ha una caretteristica, quando piove fa un profumo particolare. e vorrei mettere lo spazio a disposizione delle pro loco, collaborando con le maestranze del settore agrolamentare ma questo ancora non sono riuscito a farlo ed è un mio rimpinato».

Antonio produce gelato tutto l’anno oltre alle speciali granite, cannoli e cassate. L’impegno è davvero grosso ma la gratificazione è tanta. «Ogni giorno tanta gente e ci sono persone che tornano a trovarci dopo tanti anni, dicendo di avere ancora il ricordo di un sapore. Motivo di grande orgoglio, perché in ogni cosa esce la sicilianità: gusti come “Spirito siciliano” gatto con mandarini, arance e limone, oppure “Ciuri ciuri” con una base di limone con basilico e menta, profumato che non te lo puoi immagina.

Nel mio piccolo ho portato la cultura siciliana e antica nel mondo e nel resto d’Italia. Purtroppo gli ultimi 10 anni hanno decretato al fine dell’identità della storia siciliana, perché gli artigiani si formano in bottega e non con corsi di mezza giornata… quando viene meno l’artigianato regionale, viene meno ciò che identifica un popolo, le radici di un popolo».

E se buon sangue non mente, in quello di Antonio scorre quello del nonno materno, Antonio Vinci che fu sindacalista e non è un caso infatti che oltre ad essere un maestro gelatiere e un sognatore, da circa 20 anni è anche presidente del
Comitato "Le Vittime di Podere Rota" per la chiusura della discarica Podere Rota (la più importante del Valdarno aretino). Il comitato si occupa di sensibilizzare e richiamare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni un problema molto grave che perdura nonostante centinaia di denunce e richiami, un problema di salute pubblica, di inquinamento delle falde acquifere che ha portatolo scorso aprile anche all'apertura di una inchiesta da parte della procura.

La chiacchierata prosegue, come è inevitabile quando parli con un siciliano che da anni vive lontano e che è felice di potersi raccontare a un altro siciliano, anzi, una siciliana in questo caso.

«Ho sempre dato, sono un po’ stanco questo lo ammetto - mi dice poco prima dei saluti -. Ho 58 anni e mi voglio fermare quando ho ancora voglia di vivere. La mia vita è qui ma io voglio tornare nella mia Sicilia, io sono legato a doppio filo con la mia terra. La terra chiama chi è andato via, al di la di ogni ragionevole dubbio, un cordone ombelicale, che ci alimenta e sostiene, il mio corpo è qui ma il mio spirito è gia in Sicilia».
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