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I frutti (scomparsi) dell'autunno in Sicilia: il minicucco, le giuggiole e le nespole d'inverno

Sono molte le specie che stanno scomparendo dai nostri giardini e di conseguenza dalla memoria collettiva, al punto da risultare sconosciute alle giovani generazioni

Carmelo Sgandurra
Insegnante e divulgatore scientifico
  • 22 ottobre 2022

Sorbus domestica (Berlin botanical garden)

L’autunno siciliano con il suo clima mite è una stagione generosa di frutti, molto apprezzati e ricercati, come noci e castagne, melograni e loti, solo per citarne alcuni. Ma nella nostra tradizione sono molto più numerosi i frutti autunnali che comparivano sulle nostre tavole dalla fine dell’estate e si conservavano per l’inverno.

Se ne ricavavano anche conserve, sciroppi e liquori. Molte specie stanno scomparendo dai nostri giardini e, di conseguenza dalla memoria collettiva, al punto da risultare sconosciute alle giovani generazioni.

Un albero che in Sicilia è ancora abbastanza diffuso è il bagolaro, che a seconda della zona viene chiamato favaragghiu, minicucco o millicucco, e anche càccamo. Caccamo oltre ad essere un cognome abbastanza diffuso nell’Isola è il nome di un noto borgo medievale della provincia di Palermo e non è escluso che il toponimo derivi proprio dalla presenza della pianta nel suo territorio.
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È una specie spontanea, conosciuta quindi sin dall’antichità, molto rustica, tenace e versatile apprezzata anche per la uso chioma ombrosa. Si adatta a molti suoli e cresce bene anche con lungo le strade asfaltate, per questo trova impiego nelle alberature stradali.

Dal suo legno si ricavavano molti attrezzi utili nell’agricoltura. I frutti, dolciastri, sono commestibili quando diventano di colore bruno. I bambini ne facevano incetta per usarli come proiettili per le loro cannazzole, cerbottane rudimentali costruite con le canne, con cui ingaggiavano battaglie interminabili all’uscita di scuola.

Tra le specie spontanee annoveriamo anche il sorbo domestico i cui frutti sono le sòrbole, in siciliano zorbe. È una pianta diffusa in tutta l’Europa meridionale, apprezzata anche per il suo legno. Come molti altri frutti autunnali, le sòrbole sono ricche di tannini ed hanno proprietà antinfiammatorie e astringenti.

Oggi è possibile reperirle solo in qualche mercatino rionale, perché fuori dai canali della grande distribuzione, eppure in passato erano molto comuni. Si raccolgono acerbe e si lasciano maturare in casa per evitare che il maltempo possa rovinare i frutti. Quando si vuole dire che nella vita bisogna saper aspettare un proverbio molto conosciuto nella penisola, nella versione siciliana recita: cu lu tempu e cu la pagghia maturanu li zorbi.

Un altro albero che offre i suoi frutti alla fine dell’estate è lo zizzolo. Si tratta di una specie che proviene dall’Oriente e pare sia stata introdotta in Italia dai Romani. In Sicilia l’albero delle zinzule, così sono chiamati in dialetto i suoi frutti, si è perfettamente adattato al clima.

Non è una pianta di cui si ha memoria di vere e proprie coltivazioni, ma in passato era molto presente nei nostri giardini. I suoi frutti, grossi come olive e dal sapore simile al dattero, sono rossastro-bruni, molto zuccherini e sono anche detti giuggiole. Una curiosità, nel 1600 si diffuse nel nord Italia una bevanda che si preparava facendo bollire nel vino le giuggiole appassite condite con aromi, il brodo di giuggiole.

La sua fama fu tale che nell’immaginario collettivo è rimasta l’espressione “andare in brodo di giuggiole” per descrivere un momento di gioia incondizionata. Tra le piante che stanno scomparendo dai nostri orti e giardini c’è sicuramente il melo cotogno, quasi sconosciuto alle nuove generazioni.

È un albero da frutto coltivato, tra i più antichi del Mediterraneo. Originario dell’Asia minore si distingue per il portamento arbustivo e le vistose fioriture bianche. I frutti, le mele cotogne, hanno proprietà astringenti e trovano impiego nella preparazione di confetture.

Fino a pochi decenni or sono in Sicilia con il termine marmellata si intendeva quasi esclusivamente la cotognata e la sua preparazione era un rito familiare, un appuntamento fisso dell’autunno. Non c’è famiglia che non conservi i tipici stampi di terracotta usati per farla asciugare, anche se sono in pochi ormai a realizzarla in casa.

Si consumava morbida e una parte si lasciava asciugare per l’inverno perché, soprattutto a Natale, veniva utilizzata per farcire le cudduredde, una sorta di biscotti ipercalorici ripieni di ogni ben di dio.

Un vecchio detto siciliano recita “Quannu viriti nespuli chianciti, chistu è l’urtimu fruttu ri la stati”. Per i molti che non conoscono la pianta del nespolo germanico o nespolo d’inverno, questo proverbio può suonare strano, perché le molto più comuni nespole giapponesi in realtà annunciano l’arrivo della primavera.

Ma il nespolo d’inverno è un’altra pianta, ormai praticamente sparita dai nostri giardini, che in un passato non troppo lontano era l’unica conosciuta in Sicilia. I frutti venivano raccolti acerbi e legnosi in autunno e lasciati maturare nella paglia o appesi dentro casa anche per mesi prima di essere consumati.

Quelle citate rappresentano una testimonianza della nostra cultura popolare, riconoscibili anche nel nostro paesaggio agrario, che per secoli hanno contribuito a disegnare.

Un paesaggio fatto di frutteti dove si potevano trovare tutte le specie necessarie all’autosufficienza, in cui i frutti si avvicendavano nella maturazione per quasi tutto l’arco dell’anno. Si trattava sempre di essenze adatte al clima e al suolo, poco esigenti e con un basso impatto su risorse come l’acqua, un bene prezioso. Questa civiltà sembra essere del tutto scomparsa, la moderna agricoltura più votata alla ricerca del profitto ha visto la prevalenza delle monocolture.

Ci sono nell’Isola dei tentativi di recuperare queste coltivazioni, anche solo per non perderne la memoria, un’operazione che negli ultimi tempi ha avuto un’accelerazione con i grani antichi e che, c’è da scommetterci, potrebbe presto riguardare anche questi alberi da frutto.
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