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I suoi video sulle buche sono un format a Palermo: Ciolino, un tiktoker alle elezioni

Una storia partita da un allagamento sotto casa si è trasformata in un fenomeno social che ora guarda alle urne. Chi è Alessio Ciolino, 37 anni e 190mila follower su TikTok

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 5 marzo 2026

Alessio Ciolino, foto da Facebook

Quasi centonovantamila follower su TikTok, oltre novantamila su Facebook. A Palermo questi numeri non sono solo una metrica social: sono una comunità, una piazza, un potenziale bacino elettorale. E quando chi li possiede inizia a parlare di Comunali 2027, la curiosità diventa concreta.

Negli ultimi anni la politica in città ha imparato a convivere con questo nuovo spazio: lo smartphone. Non più soltanto sezioni di partito, assemblee e comitati, ma dirette dai quartieri, video tra buche e cassonetti, storie girate mentre si attraversano le periferie. Il consenso si costruisce con le visualizzazioni, si consolida con l’interazione e poi, forse, prova a tradursi in voti. È in questo passaggio che si colloca Alessio Ciolino.

Trentasette anni compiuti proprio ieri, mercoledì 4 marzo, padre single, ex militare, un passato da imprenditore, «un allevamento di galline avviato a soli nove anni con i soldi della prima comunione» e un periodo di lavoro in una multinazionale in Kazakistan. Oggi guida mezzi speciali per produzioni cinematografiche, ma a Palermo molti lo conoscono per altro: i video ironici girati tra marciapiedi dissestati e buche che lui stesso ribattezza “crateri”. È lì, tra dirette e segnalazioni, che Alessio Ciolino si è trasformato in uno dei volti più riconoscibili dei social cittadini. «Io i quartieri li giro davvero», dice.

La sua storia non parte da un simbolo elettorale ma da una strada allagata, via Olio di Lino, asse di collegamento tra Palermo e Monreale che per oltre quarant’anni si trasformava in un lago a ogni pioggia. «È sempre stato così», si sentiva ripetere come un mantra che a Palermo suona familiare. Ed è proprio quella rassegnazione, più dell’acqua, ad averlo spinto a reagire.

Quando decide di affrontare il problema sotto casa, non lo fa con un programma politico ma con email, richieste, video. Documenta tutto, pubblica ogni passo. «Mi prendevano per pazzo», racconta. Dopo un anno di pressioni, però, la situazione si sblocca: nuovi tombini, ampliamento dello scarico, intervento gestito da più enti. «Ho coordinato io i lavori», racconta. Non lo dice per vantarsi, ma per sottolineare l’assurdo: che un problema rimasto irrisolto per decenni sia stato sbloccato da un cittadino.

È in quel momento che la traiettoria cambia. Le segnalazioni diventano quasi un format e si allargano a tutto: buche, marciapiedi dissestati, verde pubblico abbandonato, rifiuti. L’ironia è la cifra, la costanza il metodo, Palermo il suo set. Sempre più persone iniziano a scrivergli, a mandare foto, a segnalare problemi, e i follower aumentano: «Hanno capito chi sono. Un papà, uno diretto, senza filtri». Nei suoi profili convivono segnalazioni e vita privata, animali e figlio, arrabbiature e battute; una miscela che costruisce familiarità.

Nel frattempo rivendica risultati concreti: strade asfaltate, piccoli interventi ripristinati, problemi sollevati fino a costringere gli enti a intervenire. Ma per lui il punto non è solo il singolo tombino sistemato, è l’effetto contagio. «Vedo che ora le persone denunciano di più. Ho cercato di influenzare i cittadini a farlo». In altre parole: non solo risolvere, ma scuotere.

La politica arriva dopo tutto questo, quasi come conseguenza. «Non mi sono svegliato e ho deciso di candidarmi. Sono stati i cittadini a spingermi, perché mi sono fatto un po’ il portavoce del popolo», dice senza troppi giri di parole. Ogni giorno, d’altronde, attraversa quartieri diversi, ascolta, raccoglie lamentele, trasforma le richieste in video. «Vado a sentire quelli che molti non ascoltano» perché, in fondo, l’idea è semplice: dare voce a chi non ne ha, o almeno a chi si sente ignorato.

Si definisce apartitico, lontano dalle etichette tradizionali, e racconta di una lista civica per le elezioni comunali 2027, con il suo movimento "Il Sud alza la testa", ma senza ancora chiarire il ruolo. Sindaco o consigliere? «Non devo essere io a dirlo. Saranno i palermitani a farlo».

Il suo discorso, più che amministrativo, è etico. Parla di servizi uguali per tutti, di periferie dimenticate, di sicurezza che non è solo decoro ma diritto. Il suo obiettivo, dice, è prima di tutto culturale. «Voglio cambiare un po’ la mentalità, abbattere il muro tra il popolo e la politica». Dare priorità alle periferie, rendere i servizi efficienti in tutte le zone, non solo «dove c’è l’amico, l’assessore, il consigliere».

Sa però che il terreno è scivoloso: «Lo sto facendo a fondo perduto», ammette. Senza certezze, senza garanzie di ritorno. «Io voglio continuare a camminare per strada a testa alta». Ed è qui che entrano in gioco le parole del padre, che cita spesso come radice della sua scelta: «I soldi vanno e vengono, la dignità no». Non è una frase da campagna elettorale, è un principio che usa per spiegare perché dice di non voler promettere favori né comprare consenso.

Poi un proverbio siciliano, che sintetizza il limite e l’ambizione insieme: «‘Na nuci nun sacca un saccu» (ndr. “Una noce non riempie un sacco”): da solo non cambi Palermo, ma puoi iniziare a scuotere qualcosa, a rompere la rassegnazione del “è sempre stato così”.
In quella distanza tra l’individuo e la città si muove la sua sfida. Ma resta la domanda che accompagna ogni parabola nata sui social: il consenso digitale può diventare consenso elettorale? «Per strada mi dicono che il voto è mio. Con le parole, con i fatti non lo so». È una risposta che non suona come una strategia, ma come una presa d’atto.

A Palermo il passaggio dal video alla scheda non è mai automatico. I like non sono croci, le visualizzazioni non sono preferenze, ma nel vuoto di fiducia che attraversa la politica tradizionale, persone come Ciolino intercettano qualcosa: rabbia, desiderio di riscatto, bisogno di qualcuno che dica le cose senza filtri. E infatti una storia partita da un allagamento ora guarda alle urne. Il 2027 dirà se resterà una parabola social o diventerà una storia politica.
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