ARTE

HomeMagazineCultura

Il Trionfo della Morte: la storia dietro la misteriosa e imponente opera di Palermo

Tra i più grandi capolavori di tutti i tempi, fa da calamita per centinaia di turisti: di autore ignoto, è una vera cronaca della Sicilia del Quattrocento, piena di dettagli curiosi

Tiziana Pantaleo
Artlover & Palermoaddicted
  • 9 marzo 2018

Il "Trionfo della Morte" a palazzo Abatellis

Un affresco imponente e unico, tra i più grandi capolavori di tutti i tempi, dalla potenza rappresentativa sconvolgente. Realizzato indicativamente tra il 1440 e il 1450, di preciso non si sa né quando sia stato dipinto, né tantomeno - ahinoi - l’identità dell’autore.

È l’opera stessa a essere la sua più importante e attendibile fonte documentaria e nonostante i dettagli sconosciuti e le scarse notizie certe, è capace di darci molte informazioni e dirci tante verità: stiamo parlando del Trionfo della Morte di Palermo, e la sua storia inizia quasi 600 anni fa.

Siamo in Sicilia, a metà del XV secolo, in una Palermo Ispanica e vivace. Sotto il regno di Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo, sovrano colto e illuminato, avvengono fervidi scambi artistici e culturali con altre città e Paesi. Ma erano anche anni socialmente drammatici, in cui il diffondersi di epidemie, carestie e l’ombra della Peste nera, cambiò il modo di percepire la morte, fino alla formazione di una sensibilità espressiva nuova, che portò alla nascita di una vasta letteratura sul tema e un intenso sviluppo figurativo sulla sua iconografia.

È in questo mondo che nasce Il Trionfo della Morte, divenendo forse l’espressione artistica più significativa ed emblematica dell’epoca tardo-gotica.

L’affresco venne realizzato nel cortile di Palazzo Sclafani, costruito nel 1330 su volere del Conte Matteo Sclafani, in prossimità del Palazzo dei Normanni. Dopo la sua morte e una lunga lotta per la successione, nel 1400 il palazzo venne confiscato e assegnato ad una nobile famiglia spagnola, che però, tornata in Spagna, lo lasciò ad un progressivo abbandono.

Trent’anni dopo, quando un’apposita commissione - riunita proprio dal “Magnanimo” - venne incaricata di accorpare i ventidue "pichuli" e "malamenti sirvuti" ospedali cittadini, per lo più di pertinenza religiosa, il luogo decretato per concentrarli in un’unica struttura fu appunto l'abbandonato palazzo degli Sclafani, dove nel 1435 si insediò definitivamente l'Ospedale Grande e Nuovo, primo ospedale pubblico della città di Palermo.

Con la volontà di dare il giusto lustro alla grande impresa che fu la costituzione dell’Ospedale Grande, si pensò a un corredo di opere d’arte per il cortile, con sculture, dipinti e affreschi, che in qualche modo potessero accompagnare e alleviare, spiritualmente, gli ospiti nelle loro sofferenze terrene.

È certo che nell’arredo pittorico del cortile di Palazzo Sclafani, oltre al Trionfo della Morte (di cui oggi vi è una riproduzione), ci fosse un vero e proprio ciclo sul tema dei quattro novissimi, ossia le cose cui l'uomo - secondo l'escatologia cristiana - va incontro al termine della vita: la Morte, il Giudizio, l’Inferno e il Paradiso.

Il grande affresco rimase nel cortile dell’Ospedale per cinque secoli, e fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale si mantenne in condizioni pressoché perfette, poiché negli anni vi avevano sempre riservato cure particolari.

Ma i bombardamenti su Palermo nel 1943 lo misero gravemente a rischio, la copertura a volta crollò esponendolo alle intemperie e, quando l’intonaco cominciò a cadere, divenne inevitabile la pianificazione di un trasferimento. Considerate le dimensioni, si rese necessaria una delicatissima spartizione dell’opera, che venne divisa in quattro parti per poter essere più agevolmente staccata dalla parete.

In un primo momento venne spostata nella Sala delle Lapidi di Palazzo Pretorio per volere del sindaco di allora, il conte Lucio Tasca d'Almerita, che si era dichiarato subito disponibile a dare ospitalità alla preziosa opera d'arte. Lì restò fino a quando nel 1954 alla Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis iniziarono i lavori di riqualifica e il riordinamento espositivo, con il ricercato allestimento dell’architetto veneziano Carlo Scarpa.

Nel frattempo l’affresco era stato in parte inviato a Roma, all’Istituto Centrale del Restauro, dove sotto la direzione di Cesare Brandi, vennero colmate le numerose ed estese lacune, presenti soprattutto nei punti più vicini ai "tagli", e che avevano compromesso l’integrità della scena. Un successivo restauro - eseguito tra gli anni Settanta e Ottanta a Palazzo Abatellis - cercò di limitare l’abbondante reintegrazione pittorica precedente, riconsegnandogli il suo aspetto originale, lacunoso ma fedele.

Il Trionfo della Morte potè così trovare pace e una sistemazione sicura e definitiva, nella parte del Museo che un tempo era una cappella, e oggi - nonostante i secoli, le bombe, lo smembramento e gli spostamenti - si trova in uno stato di conservazione molto buono.

Ma cos’è esattamente il Trionfo della Morte? È una rappresentazione di carattere morale, un ammonimento rivolto a tutti, che riesce ad esprimere qualcosa di molto preciso: la transitorietà dell’esistenza, la fragilità della vita, la caducità umana, e ricorda che l’incombenza della morte riguarda tutti indistintamente, a prescindere dalla posizione sociale e dal ceto a cui si appartiene.

Una "enciclopedia iconografica", un’allegoria medievale che ha dentro l’essenza del tutto: la vita e la morte, la bellezza, la vecchiaia, gli agi e la povertà, la tristezza, l’amarezza, lo stupore, lo sdegno, la cura, la compassione, l’amore e la speranza.

La scena si svolge in un giardino lussureggiante in cui si vede irrompere la Morte che - come in una tipica scena di caccia - ha appena scagliato l’ennesima freccia letale. La nera signora si impone al centro del quadro, in sella a un cavallo scheletrito, surreale e visionario, che come ha raccontato Guttuso, pare abbia ispirato Picasso per la sua Guernica.

La lettura dell’opera viene paradossalmente guidata dalla divisione che ai tempi l’aveva smembrata in quattro parti, quasi a sottolineare la rigorosa composizione quattrocentesca.

Da un lato la rappresentazione di un mondo reale, lieto, gradevole, colto e raffinato, e dall’altro il suo opposto, un mondo metafisico, di dramma e morte.

In basso si vedono i cadaveri delle persone già colpite, le vittime sono le autorità, i potenti e i facoltosi: re, imperatori, papi, vescovi e frati. A destra l’ambiente cambia e si popola di gioventù aristocratica, dame e cavalieri, ma anche musici, poeti, letterati, che - apparentemente disinteressati a quello che accade - perseverano nel godersi la vita e la bellezza.

Sopra di loro una fontana, da cui sgorga l’acqua simbolo di purificazione e rinascita. Fanno da contraltare, sulla sinistra, gli ultimi, i poveri, gli emarginati, che quasi invocano la morte come sollievo alle proprie sofferenze.

Tra di loro si fanno notare due personaggi particolari, due ragazzi dall’aria arguta, il cui sguardo esce fuori dalla scena e si rivolge a noi: senza ombra di dubbio sono lo sconosciuto autore e il suo assistente, con in mano gli inequivocabili strumenti del mestiere, pennello e colori.

Il misterioso maestro non ci ha lasciato la firma, ma ci ha lasciato il suo volto, e forse si sarà anche divertito nel farlo… Questo elemento ci fa tornare su uno dei punti cruciali dell’opera: l’identità dell’autore.

Sono stati avanzati tanti nomi compatibili col periodo di attività e con lo stile del “Maestro del Trionfo della Morte”, ma non vi è nessuna certezza.

C’è chi lo avrebbe identificato nel francese Guillaume Spicre, o nel sommo pittore spagnolo Peris Gonzalo, o ancora nell’inglese Maestro di Barthélemy; una leggenda lo riconoscerebbe in uno straniero che, guarito da una grave malattia, l’avrebbe realizzato in segno di ringraziamento, per arrivare fino ad una davvero improbabile attribuzione al giovane Antonello da Messina…

L’ipotesi però che fosse straniero è plausibile, a conferma del fatto che con la dominazione spagnola confluivano in città moltissimi artisti esteri, di sicuro aveva un bagaglio di conoscenze molto ampio, con richiami alla cultura catalana e francese, ma anche quella del Nord Italia e quella napoletana.

Chi fosse davvero - probabilmente non riusciremo mai a saperlo, ma a questo punto forse non è neanche più rilevante. Certamente è stato un’artista capace di creare un’opera modernissima, un capolavoro che va oltre ogni tempo, un monito che è valido ancora oggi e sempre lo sarà.

Un’artista che ha fatto dell’eterno combattimento tra il bene e il male una splendida allegoria, o forse una tragica metafora della sconfitta umana.

articoli recenti