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In Sicilia la prima fu Gabriella e ancora Lia, Marisa, Anna: (l'atroce) elenco senza fine

Ci sono tanti tipi di "predatore" e ognuna di queste donne ha incontrato il suo. La Sicilia però, al di là di ciò che si crede non è la regione italiana con più femminicidi

Susanna La Valle
Storica, insegnante e gosthwriter
  • 25 novembre 2023

foto di Lorella Aiosa

I predatori fiutano la preda, solo che qui non centra niente la sopravvivenza, o per lo meno non è quella che immaginiamo, è il perdurare di codici arcaici del maschio che estende il dominio sulla donna.

Predazione che ci porta allo stadio rettiliano, la parte più antica del nostro cervello, dicono gli scienziati, ma che si realizza attraverso ambiti molto più moderni e tecnologici.

Una violenza che può portare alla morte o al suicidio, che sfrutta le fragilità di donne talvolta sole e senza più autostima o in condizione di debolezza.

Tanti predatori a iniziare da quello economico, che attiva nella donna la predisposizione alla protezione facendola sentire indispensabile, è colei che salva e nutre "il bambino povero indifeso", per poi spogliarla di ogni bene e ricchezza.

Il predatore di immagini, che si avvicina come il principe azzurro che lusinga una bellezza forse sfiorita, per poi estorcere scatti compromettenti in una spirale senza fine di ricatti.
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Il predatore sessuale che si muove anche in branco, ma non solo, che stupra con violenza e accanimento la sua preda. Poi il predatore in casa, l’insospettabile, che agisce con infamità lavorando sui sentimenti, che realizza il suo piano attraverso l’isolamento e l’allontanamento della donna dalla famiglia d’origine e dagli amici.

Isola la sua preda rendendola incapace di chiedere aiuto, attivando meccanismi di umiliazione e vergogna. Ogni femminicidio, ogni violenza , non prescinde da dominio e predazione, come nel caso che ha svegliato tutti noi da un comodo torpore, mi riferisco a Giulia colpevole di essere più brava, di essere arrivata prima alla laurea e di aver scelto di realizzarsi professionalmente.

Ma non solo, abbiamo sentito dire: "Se ti vesti in un certo modo ed esci la sera, o bevi un po' troppo, il lupo lo trovi". Una dichiarazione che paragona senza troppi giri di parole, un uomo a una bestia.

Ma qui non si tratta di istinto primario ma di perpetuazione di sopraffazione che non contempla l’autodeterminazione di una donna, spesso molto più intelligente e preparata. I dati raccontano di un aumento progressivo e drammatico, premeditato e realizzato con ferocia ed efferata crudeltà.

Una percentuale che guardando i dati della Sicilia da quel primo femminicidio registrato il 1956, vede nel progredire del tempo tanti altri eventi. Un triste lento computo sino ad un’accelerazione che inizia sull’Isola dopo il primo decennio del 2000 e che diventa drammatico dal 2018 con 9 femminicidi, 12 nel 2019, fino a 10/13 vittime per ogni anno dal 2020 al 2022, 12 solo quest’anno.

Ma la Sicilia non è tra le regioni con più femminicidi, il triste primato spetta alla Lombardia, non è quindi strettamente legato a modelli culturali sociali ed economici che hanno caratterizzato nell’immaginario collettivo non solo la Sicilia ma tutto il Meridione.

È un dominio che porta, all’incapacità di amare senza possedere, all’ipervalutazione di se, che nasconde complessi di inferiorità a cui si aggiunge il disagio di non saper elaborare il lutto "dell’amore perduto", un amore indispensabile perché compensa e spesso nasconde debolezze, paure e frustrazioni.

È un tristissimo elenco che dati alla mano non ha un Nord o un Sud. Lottare è l’unica strada percorribile, come fece Franca Viola, che riuscì a coinvolgere anche la sua famiglia, una lotta condivisa, un’icona di coraggio tutta siciliana.

Per nulla scontato, considerando quel lontano femminicidio del 1956, quando Gabriella studentessa di 19 anni, fu uccisa da un suo coetaneo innamorato respinto.

Gabriella venne dimenticata mentre il suo assassino fu quasi giustificato "era impazzito per amore". Codici e comportamenti che si attivano anche nel 1983.

Lia viene uccisa in quella che sembrò una rapina finita male, solo anni dopo si scoprirà grazie ai collaboratori di giustizia che rientrava in quel codice di onore di Cosa nostra, Lia aveva deciso di separarsi. Il padre della donna così avvallerà la condanna a morte della figlia: "Meglio una figlia morta che separata".

Tanti nomi tante atroci storie fino ad oggi, 2023, con gli ultimi due delitti avvenuti a settembre pochi giorni l’uno dall’altro: Marisa ha una bimba di 4 anni, nel 2020 lascia il compagno che non accettando la fine della storia incomincia ad avere comportamenti persecutori. Marisa sporge denuncia che poi ritirerà convinta che la sua bimba ha bisogno "dell’amorevole padre".

Sarà uccisa un pomeriggio durante la gestione condivisa della piccola con un’arma da fuoco, che il compagno poi rivolgerà contro se stesso su un viadotto, dopo essere fuggito.

L'ultimo a Pantelleria, Anna Elisa dopo l’ennesima lite con il compagno, è convinta ad andare a un "ultimo appuntamento", nella loro casa viene data alle fiamme, con ustioni sul 90% del corpo, morirà atrocemente dopo due giorni.

Premeditazione, depistaggi, crudeltà inaudita, maltrattamenti in famiglia, predazione, crimini che anche se denunciati troveranno udienza spesso quando la tragedia si è compiuta, dove oltre la perdita di una vita, vi saranno famiglie distrutte e orfani.

Cosa fare, rinchiudere e buttare la chiave una volta individuati i responsabili?

Non basta, c’è bisogno di cultura contro la violenza di genere, strumenti educativi che insegnino una sana affettività e sessualità, a iniziare dai giovani, e non solo, attivare anche soggetti adulti che possano percepire e comprendere quello che le donne non dicono o nascondono.

Forse solo così oltre un centinaio le vittime quest’anno in Italia, non saranno morte invano e perché Non una di meno non sia più solo uno slogan.
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