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L'allievo di Basile che disegnava in modo quasi ossessivo: Salvatore Cardella, l'architetto-artista

Tra le poche realizzazioni cardelliane del capoluogo siciliano, la Casa Castro nel quartiere Libertà, resta opera tra le più armonizzate al contesto modernista subito attorno

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 13 febbraio 2021

Casa Castro a Palermo, progetto e ultima residenza di Salvatore Cardella

Salvatore Cardella è senza ombra di dubbio una delle figure più singolari del panorama progettuale, accademico e artistico della prima metà del secolo scorso in Sicilia.

Nato a Caltanissetta 1896, nel 1918, allievo di Ernesto Basile, si laurea presso la Regia Scuola di Applicazioni per architetti e ingegneri, conseguendo inoltre il diploma di Architettura presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Assistente di Antonio Zanca e Michele Albeggiani, il giovanissimo Cardella consegue nel 1932 la libera docenza in Architettura elementare e disegno subentrando lo stesso anno alla cattedra di fin lì tenuta dal suo maestro Zanca e divenendo, nel 1944 il primo docente della neofondata Facoltà di Architettura a insegnare Composizione architettonica, materia che insegnerà fino al congedo dall'ateneo solo nel 1966.

Nuovi studi condotti solo di recente sul materiale pressoché inedito conservato presso l’Archivio Cardella grazie alla lungimiranza del direttore scientifico del fondo, l'architetto Margherita Lo Iacono, stanno mettendo in luce preziosi risvolti relativamente alla figura di Cardella ma anche rispetto all'ambiente culturale della Palermo a cavallo tra i due conflitti mondiali.



Segmenti temporali questi in cui in Nostro partecipa alla frizzante stagione dei concorsi di architettura, scrive saggi importanti di Storia dell'architettura e composizione architettonica, intrattiene rapporti epistolari con Enrico Calandra e Marcello Piacentini a Roma, Con Giulio Carlo Argan a Torino, con Maria Accascina e Giuseppe Samonà tra Roma e Messina, partecipa ad importanti mostre di pittura durante la parentesi di Ritorno all'ordine.

Egli appare tra le figure più poliedriche e raffinate della Sicilia del ventennio Littorio, capace di spaziare dalla pittura alla caricatura, dall’architettura al pensiero filosofico applicato alla composizione, in un unicum linguistico capace di mostrarsi pienamente coerente e con chiarezza attraversando gli stili.

Se per Cardella, il ventennio che precede la seconda guerra mondiale è contraddistinto da una attività realizzativa quasi in sordina, realizzando a Palermo la cappella Martorana (1928) e la sopraelevazione del Palazzo Di Martino (1937), cominciando la costruzione della Casa del Fascio a Caltanissetta, è la stagione del boom economico e del piano Marshall a rappresentare per lui come per molti altri talenti, il teatro ideale su cui sperimentare la propria poetica architettonica.

Tra le poche realizzazioni cardelliane del capoluogo siciliano, la Casa Castro nel quartiere Libertà, resta opera tra le più armonizzate al contesto modernista subito attorno. Esteso in altezza per tre piani fuori terra, memore forse della lezione basiliana del Villino Ida nella vicinia via Siracusa, Cardella orienta la piccola costruzione nella medesima posizione di quest'ultimo, con due fronti sulle strade (Enrico Albanese e Simone Corleo) e due fronti immersi nel rigoglioso giardino privato, scelta controcorrente rispetto alle sostituzioni dei villini modernisti eseguite con i dilaganti condomini di tipo intensivo.

Ma se la scelta planimetrica è subito decifrabile, la composizione dei prospetti su strada rappresenta la misura più suggestiva che il progettista mette in campo per qualificare anche lo spazio pubblico circostante la costruzione. Ciò che a primo impatto potrebbe rivelare un tardo innamoramento lecorbusieriano seppur presente, nasconde la ricerca che Cardella porta avanti sin dai primi anni Venti messi nero su bianco nelle migliaia di schizzi e studi, nervosi e rapidi, curati e precisi, talvolta ripetuti in maniera quasi ossessiva ritrovati presso il suo archivio.

Disegni capaci di spiegarne il pensiero critico, tracce esemplate sulla pratica costante e vissuta come missione intellettuale a supporto della comunità, spesso piccole opere d'arte in cui l'autore dimostra l'assoluta mancanza di compartimenti stagni tra l'essere architetto e l'essere artista, opere all'interno del quale è possibile rintracciare allineamenti ed euritmie, giochi di masse piene contrapposte a vuoti generatori tutti di ombre gravi, e tutti elementi quasi silenti ma rintracciabili ancora oggi sulle due facciate urbane a prevalenza di toni bianchi.

Non Purismo né Razionalismo, anche e non solo, ma soprattutto la visione coerente e matura di un maestro ancora troppo poco indagato, le cui opere ancora sono capaci di narrazioni suggestive e inedite. Delle quattro case/studio/atelier in cui Cardella opererà per oltre mezzo secolo, cinque se contiamo anche la casa romana, Casa Castro è l'ultima in cui vivrà, continuando a disegnare e dipingere, spegnendosi il 17 settembre del 1973.

Forse una targa esplicativa con tecnologia capace di narrazioni veloci e multimediali, potrebbe essere un primo pallido tentativo coerente di tributare il giusto ricordo per questo singolare titano che riempirà di parecchie storie inedite la scena culturale dei prossimi anni.
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