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Lo scontro tra gesuiti e domenicani nella Palermo del '700: il motivo? Gli studenti

Un bel giorno il Papa decise che i frati di San Domenico di Palermo potevano concedere la Laurea: un privilegio che per 4 secoli ha avuto solo l'università di Catania

Sandro Mammina
Restauratore e operatore culturale
  • 21 giugno 2019

La chiesa di San Domenico a Palermo

Una biblioteca è uno scrigno di sapere e di cultura ma a volte anche il posto in cui si nascondono storie mai raccontate o perlomeno poco conosciute, è il caso di una vicenda svoltasi secoli fa a Palermo e che ha per protagonisti ed avversari due potenti e prestigiosi ordini religiosi, un Papa ed un re.

Attori di questa storia nella Palermo del Settecento sono i Domenicani e i Gesuiti, nomi con i quale come sono comunemente conosciuti, ovvero l'Ordine dei Frati Predicatori e la Compagnia di Gesù, ambedue fondati da spagnoli: la prima nel XIII sec. da Domenico di Guzmàn e l'altra nel 1534 da Ignazio di Loyola.

Da sempre tali ordini si contraddistinguono per l'importanza data allo studio e all'istruzione oltre che alla formazione culturale e teologica dei loro appartenenti e proprio sulla teologia tra i due ordini religiosi a volte si sono avute dispute anche aspre.

Un esempio su tutti lo scontro tra il XVI e il XVII sec. in particolare sul complesso rapporto tra “grazia” e “libero arbitrio” passata alla storia col nome di “De Auxiliis”.

La nostra storia è raccontata e documentata negli “Annali del real convento di S. Domenico di Palermo” curati da un illustre domenicano tale Lorenzo Olivier nato a Palermo nel 1710, architetto ed astronomo, nonché bibliotecario in quel di San Domenico per ben diciotto anni, suo tra l'altro il disegno per lo splendido arredo ligneo della sacrestia della chiesa.

L'anno in cui tutto ha inizio è il 1726 quando Papa Benedetto XIII attraverso una bolla dal nome Pretiosus concede ai Domenicani dei privilegi tra cui quello di conferire agli “studenti secolari” delle loro scuole, e cioè a quelli non appartenenti ad ordini monastici, la “laurea dottorale” in teologia.

Nel convento di san Domenico la gioia alla notizia è grande, arriva addirittura una copia della bolla, a questo punto il passo successivo era quello da parte del priore Luigi Naselli di ottenere l'exequatur regio, ovvero il permesso per l'esecutività delle disposizioni papali, al fine di mettere quanto prima in pratica tale privilegio che avrebbe interessato tutti gli istituti domenicani della provincia di Sicilia.

Ma purtroppo per i domenicani c'era un problema non di poco conto e cioè il fatto che in campo teologico tale prerogativa a Palermo era di esclusiva pertinenza dei Gesuiti, che appresa la notizia della bolla papale non fecero certo i salti di gioia ma decisero di guastare la festa.

Ai gesuiti non era certo sfuggito il fatto che Papa Benedetto XIII proveniva proprio dall'ordine domenicano motivo per il quale tale disposizione era apparsa quanto meno faziosa e di parte. La contromossa a questo punto fu immediata, ma scaltramente non volendo comunque inimicarsi il Papa e tanto meno non volendo apparire disubbidienti ai suoi voleri i gesuiti sollecitarono l'Università di Catania di sollevare dubbi sulla legittimità della concessione del Papa.

L'Università di Catania ricordiamo è la più antica di Sicilia, viene fondata nel 1434 con il titolo di Studium Generale su volere di Alfonso d'Aragona re di Spagna e di Sicilia e godeva del diritto di rilasciare titoli di studio riconosciuti legalmente, tra le discipline studiate figuravano: Medicina, Giurisprudenza, Arti e Teologia.

Per ben quattro secoli Catania ebbe facoltà esclusiva di rilasciare lauree nel regno di Sicilia, tale privilegio era conosciuto con il nome di “privativa”.

Con le disposizioni papali secondo i gesuiti si pregiudicavano i diritti dell'Università nonché si ledeva il diritto regio, si decise allora di adire per le vie legali e mettere tutta la questione in mano alla Giustizia.

I domenicani a questo punto fecero una contromossa, temendo le conoscenze ed il potere economico dei gesuiti, avendo paura quindi che il parere dei tre giudici del tribunale potesse essere influenzato dall'intervento di qualcuno o addirittura che tali giudici potessero essere corrotti, il priore Naselli chiede a re Carlo VI di ottenere dei giudici aggiunti, in tal modo sarebbe stato più difficile corromperli tutti.

Il re accoglie la richiesta, evidentemente ritenendo plausibili i timori dei domenicani, e dispone che ai tre giudici già nominati se ne aggiungano altri quattro e cioè un consultore e tre giudici della Gran Corte.

I domenicani scelsero tra avvocati, alleganti e causidici i migliori difensori che esercitavano a Palermo ma malgrado ciò la controversia andò per le lunghe fino a quando finalmente si arrivò ad una decisione.

La sentenza vide due giudici a favore dei domenicani senza alcuna riserva, altri tre si pronunciarono anch'essi favorevolmente ma con una clausola, quella cioè che da parte del re ci fosse il pieno consenso, gli ultimi due giudici invece emisero voto avverso.

Per i domenicani era una mezza vittoria bisognava a questo punto convincere Carlo VI ad avvalorare la sentenza concedendo l'exequatur anche perché dall'inizio del processo erano ormai trascorsi ben 7 anni si era infatti arrivati al 1734.

Purtroppo per i domenicani il tempo fu un avversario ben più ostico dei gesuiti poiché proprio quell'anno cambia il governo dell'isola, i borbone scalzano gli austriaci e un appena diciottenne Carlo III viene incoronato re di Sicilia, per i domenicani è la fine di tutte le speranze e come scrive Olivier nei sui diari: “L'affare restò affatto arenato”.

Un singolare caso giudiziario vecchio di tre secoli ma “portati” benissimo, una storia che ci riporta incredibilmente a temi sempre attuali e contemporanei come quello sulla giustizia e la sua complessità, le sue lungaggini, l'interpretazione della legge, l'onestà e l'imparzialità di chi giudica.

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