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Altro che Trono di Spade e Signore degli Anelli: le avventure (fantasy) le vivi in Sicilia

Vi spieghiamo perché, secondo noi, un pubblico giovane, abituato alla saga ispirata all'opera di Tolkien o alla nota serie tv dovrebbe seguire ancora l'arte antica sicula

Daniele Ferrara
Esperto di storia antica
  • 10 giugno 2023

In Sicilia il fantasy non è mai stato un genere "per ragazzi", come oggi in maniera estremamente erronea la critica letteraria italiana e anche l’opinione pubblica purtroppo intendono, era tutt’altro.

Per di più, il fantasy usciva dai libri, diventava legno, metallo e stoffa, diventava voce e movimento: diventava pupo, l’Opera dei Pupi! Animali favolosi, cavalieri imbattibili, mostri orrendi, amazzoni coraggiose, maghi e streghe, armi magiche, interventi soprannaturali, oggetti prodigiosi, insieme a congiure e complotti, battaglie epocali, difficili scelte che cambiano il destino, la lotta per la libertà e per la giustizia: queste e molte altre cose troviamo in queste nostre storie che cominciarono forse nel tardo Settecento, non manca nulla.

È un’arte e un genere che ha rischiato di sparire, ingiustamente, e che in quest’epoca può e deve rifiorire. Furono la novità del cinema prima e della televisione poi a soppiantare l’Opera dei Pupi nel secolo scorso, ma in una società annoiata come quella odierna, la cosa più entusiasmante potrebbe essere tornare all’origine con occhi nuovi e mente più aperta.
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Il vasto corpus dell’Opera dei Pupi – di tradizione catanese, palermitana o napoletana – spazia dai copioni e i canovacci degli opranti ai romanzi che potremmo definire "neo-cavallereschi" realizzati spesso a posta per fare da repertorio, ed è costituito in maniera preponderante da materiale di genere fantastico, e questa è la sua peculiarità come teatro di figura.

Anziché nascere in romanzi di precisi autori, il fantasy "puparesco" nasceva per il teatro, con copioni e canovacci, e delle storie scritte nella fase più antica spesso non conosciamo nemmeno gli autori; sfortunatamente quelli noti non vengono ancor presi in considerazione nemmeno nella letteratura locale, per il loro stile semplice, a dispetto della loro immensa creatività.

Il nucleo dell’Opera dei Pupi è "I Paladini di Francia", la raccolta di poemi e romanzi del ciclo carolingio che nel 1860 furono cuciti assieme dal palermitano Giusto Lodico, con l’aggiunta di storie e personaggi nuovi d’invenzione siciliana. Tale è l’importanza delle imprese di Orlando e Rinaldo che addirittura erroneamente si crede che l’Opera dei Pupi non sia fatta d’altro!

Questa nostra letteratura ha quattro grandi prolifici autori: Gaetano Crimi, padre della tradizione catanese, che nel primo XIX secolo scrisse i primi copioni della “Storia Greca” (gli eroi greci) e quasi tutte le storie neo-cavalleresche (alcune rappresentate anche a Palermo).

Rosario Gargano che nel 1880 cominciò con il "Bellisario da Messana" la lunga "Storia di Messina" e altri drammi, Costantino Catanzaro catanese che completò la "Storia Greca" e tra 1904 e 1906 pubblicò i romanzi che divennero la storia più lunga (cronologicamente) dell’Opera ovvero "Guido di Santa Croce", e Giuseppe Leggio palermitano che fu editore di pressoché tutti i romanzi cavallereschi utili all’Opera e autore egli stesso d’alcuni d’essi tra cui i sequel ai “Paladini di Francia”.

Perché il fantasy piace? Perché stimola la naturale fantasia (appunto) umana, permette di proiettare in altre dimensioni storie e figure ideali o archetipiche, esplorare tutte le possibilità di ciò ch’è stato, è e sarà. Perché un pubblico moderno, un pubblico giovane, abituato a “Il Signore degli Anelli” e a “Il Trono di Spade” dovrebbe seguire ancor oggi l’Opera dei Pupi?

La risposta è semplice: proprio perché è abituato a quelle opere! Seguitando la letteratura cavalleresca rinascimentale e barocca, che già aveva abbandonata la storicità in favore della fantasia pur mantenendo il mondo reale come ambientazione, in Sicilia il filone è continuato in una forma che si colloca nel mezzo tra quello che potremmo definire il “fantasy arcaico” (cavalleresco appunto) e il "fantasy moderno" che comincia con gli autori d’inizio Novecento.

Nel nostro, il mondo reale apparentemente è ancόra l’ambientazione delle storie, ma invero esso è trasformato ed è anzi la "proiezione fantastica" del nostro mondo, il suo riflesso su qualche specchio magico: la geografia se disegnata dalle descrizioni apparirebbe diversa, cominciano già ad apparire reami fantastici che prefigurano la creazione di sana pianta di mondi immaginarî che sarà propria di John R.R. Tolkien e gli altri che ci hanno donati i loro mondi mirabili e memorabili.

Nel corpus abbiamo persino molteplici “razze” ricorrenti, quasi un must del fantasy, con peculiari pregi e difetti: oltre gli Umani, troviamo le Maghe d’inverosimile bellezza e grande potere magico, i Giganti rozzi e violenti e spesso stolidi, i Diavoli che talvolta sono nemici e talaltra schiavi, gli antichi Centauri d’aspetto ferino e irrequieti, persino gli Dèi che altro non sono che esseri d’inusitata potenza ma nient’affatto onnipotenti.

Ci sono poi altre razze meno frequenti, quali Selvaggi, Angeli e Nani. Per capire i tempi, il ciclo di Kull di Valusia di Robert E. Howard cominciò nel 1929, “Lo Hobbit” di Tolkien uscì nel 1937 e “Il Signore degli Anelli” nel 1954, “Le cronache di Narnia” di C.S. Lewis nel 1950: per certi aspetti il nostro fantasy ha precorso e al tempo stesso è stato pienamente parte della scia che, in maniera ininterrotta, ha portato al genere che oggi sempre più conquista gli allori, in barba alla critica letteraria italiana.

Nelle storie dei pupi noi troviamo i tre maggiori sottogeneri fantasy: l’epico (“high fantasy”), l’eroico (“sword and sorcery”) e quello che definirei “verista” (per esempio, le “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R.R. Martin, più spesso definite “grimdark”), costantemente mescolati tra loro, gli uni talvolta più spiccati degli altri.

Il fattore strettamente epico sta più sullo sfondo, con l’idea cristiana che c’è stata una creazione e ci sarà una fine, inframezzato da una costante lotta tra il bene e il male nella quale i personaggi sono chiamati a prendere parte.

Non ci sono – come ne "Il Signore degli Anelli" oscuri signori che minacciano i popoli, ma grandi potenze smaniose di conquista che quindi, per forza di cose, incarnano il male, e le più epiche delle battaglie sono quelle che vedono epocali scontri tra imperi, da scongiurare per evitare immani tragedie, come avviene nell’“Erminio della Stella d’Oro”, incredibile profezia delle guerre mondiali (e in tempi non sospetti).

Che cosa sono le vicende dei Paladini di Francia se non la contesa tra le casate di Chiaramonte e Magonza, l’una per difendere l’Imperatore e l’altra per ripristinare l’antico diritto al trono? Politica, guerra, intrigo, in quasi tutti i romanzi e i drammi il bene trionfa sì, ma dopo essere passato da tragedie truculente, spesso con amarezza come nel sottogenere realista e crudo de "Il Trono di Spade", "Cronache del Ghiaccio e del Fuoco" di George Martin, dove sembra quasi che “il bene” non arrivi mai.

Si alternano agli eventi geopolitici le vicende d’eroi ed eroine costantemente in viaggio (come in molti romanzi cavallereschi) in un mondo pericoloso e infame alla ricerca d’avventure, che puntualmente trovano, guadagnando oggetti magici e talvolta immischiandosi volenti o nolenti in affari più grandi.

Questo è il cosiddetto fantasy eroico, che ritroviamo con i personaggi Kull di Valusia e Conan il Barbaro di Howard e, più di recente, con Geralt di Rivia (“The Witcher”) di Andrzej Sapkowski, e nel nostro patrimonio ricorre soprattutto nella “Storia Greca” e molto nei “Paladini di Francia” (ma non solo!).

Il discorso potrebbe durare per pagine, ma qui non le ho, e preferisco che il pubblico sperimenti da sé quanto io ho illustrato.

Alla luce di tutto quanto vi ho detto, sono sicuro che il mondo che gli opranti con i pupi portavano e portano in scena è tutt’altro che lontano dai gusti e dai nostri valori odierni: parte importante d’un genere ormai divenuto universale e amatissimo, esso è più che mai oggi capace di suscitare in maniera unica e peculiare quelle emozioni di cui abbiamo bisogno. Che dire, dame e cavalieri? Torniamo a guardare l’Opera dei Pupi!
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