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“Uno sparo in caserma”, la replica a lungo negata

  • 16 gennaio 2007

Il quattro marzo, è una data che molti ricordano per una nota canzone. Alcuni hanno invece un ricordo diverso. Quel giorno, nel 1995, un uomo dello Stato, un Carabiniere, padre e marito, giunge alla determinazione di togliersi la vita. Lo fa con la sua beretta d’ordinanza nell’atrio della caserma Bonsignore a Palermo in corso Vittorio Emanuele, dopo un colloquio con alcuni suoi superiori. Un luogo frequentato da personaggi eccellenti come l’allora colonnello Mori (oggi generale e già direttore del SISDE), il capitano (oggi tenente colonnello) De Caprio, alias “Ultimo”. Un luogo denso di storie per ovvi motivi poco o affatto noti, un crocevia di sforzi investigativi, di energie umane spese rincorrendo obbiettivi importanti, molto importanti. “Uno sparo in caserma” di Daniela Pellicanò (Città del sole edizioni, 12 euro) è la cronaca di una di queste storie, ma vuole essere soprattutto una possibilità di replica per l’uomo che abbiamo citato, il maresciallo Antonio Lombardo.
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Una possibilità che a lui, in quanto Carabiniere “uso ad obbedir tacendo e tacendo morire”, costretto in una accelerazione di eventi negli ultimi giorni della sua vita, lontano dal potere mediatico, non è stata concessa. Se non nella affannosa e spesso strumentale interpretazione della lettera che egli scrisse poco prima di uccidersi. Il nostro, lo ricordiamo, giunge al suicidio alcuni giorni dopo essere stato pesantemente accusato da Leoluca Orlando e Manlio Mele di non fare il suo dovere di Carabiniere, ciò nel corso della trasmissione televisiva “Tempo Reale”, condotta da Michele Santoro. In quegli anni era impegnato nella delicata operazione di rientro in Italia del boss Gaetano Badalamenti, il cui ritorno prometteva rivelazioni pesanti su vicende giudiziarie di enorme spessore allora in corso. Tra le altre cose pare che il boss di Cinisi avesse avuto elementi per mettere in discussione la affidabilità di Tommaso Buscetta, il notissimo collaboratore di giustizia allora perno di molte teorie della Procura di Palermo, ad esempio nel processo Andreotti. Negli ultimi giorni della sua vita, Lombardo vede crollare nella polvere anni di lavoro certosino e pericoloso e il 23 febbraio subisce l’attacco televisivo dei due politici, senza avere la possibilità di replicare se non con una querela, atto formale che rimane molto meno potente della eco di una trasmissione televisive.

Encomiabile dunque in questo senso il lavoro della autrice, che raccoglie e mette a disposizione del lettore numerosi atti ufficiali e le trascrizioni delle trasmissioni TV che hanno prima dato inizio alla fine del carabiniere per poi continuare a raccogliere audience sul suo cadavere. Difficile prendere posizione sulla figura di quest'uomo, obbiettivamente difficile, forse impossibile. Questa - sia chiaro - è e forse rimarrà una delle troppe storie italiane destinate a non avere mai una parola di vera chiarezza. Il lavoro dell'autrice offre al lettore notizie e risvolti fondamentali, importantissimi, perfino educativi sul reale spessore di molti dei personaggi pubblici coinvolti in questa triste vicenda, forti coi deboli e gli assenti quanto timidi e prudenti di fronte al rigore del magistrato che li interroga, ma anche sulle dinamiche tutt’altro che virtuose della lotta tra bene e male osservabili - ahimè - in casa dei “buoni”. Fondamentale dunque leggere questo libro per chi volesse un punto di vista differente e più completo, non solo sulla vicenda in questione. Purtroppo non raggiunge - a nostro avviso - il risultato di offrire una soluzione rigorosamente scientifica al caso, le conclusioni alle quali infatti si arriva, partono da ipotesi che offrono ben più di una interpretazione valida. Non un teorema dal rigore matematico dunque quello di Daniela Pellicanò, ma la cruda immagine, resa dal realismo impietoso di scripta troppo lontani dal pubblico, di una classe politico-giornalistico-investigativa fatta spesso di uomini piccoli.

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