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Non solo mafia e boss: a Corleone c'è la dolceria di 100 anni che vende ancora i Tetù

I Tetù erano (e sono) biscotti fatti rimaneggiando e riutilizzando tutto ciò che rimaneva dall’impasto usato per fare altri dolci: la "dolceria" di Corleone ha più di cento anni

Giuliana Imburgia
Giurista e fashion addicted
  • 14 gennaio 2019

L'antica dolceria di Corleone

In quel di Corleone esiste ancora oggi un piccolo pezzo di storia della pasticceria siciliana di tradizione.

“Dolceria - Droghe Liquori Gelati”: questa la storica insegna che, da oltre 100 anni, capeggia ancora oggi nella piazza principale del paese di Corleone, piazza Nascè.

La dolceria (oggi, più comunemente, pasticceria) è una piccola bottega a conduzione strettamente familiare che nel 1951 fu rilevata dalla famiglia Iannazzo dai vecchi proprietari la famiglia Miragliotti.

Attuali proprietari sono i coniugi Rosa e Vincenzo Iannazzo.

«Mio marito Vincenzo - racconta Rosa - è uno dei nipoti ai quali, di padre in figlio, è stata tramandata l’arte e la tradizione della dolceria. Negli anni Cinquanta il concetto della dolceria era molto diverso da quello delle pasticcerie di oggi. Cassate, cannoli e bignè bastavano ed avanzavano, non c’era bisogno di tutta questa varietà».

«Oggi ovviamente ci siamo dovuti evolvere ed aggiornare per metterci al passo con i tempi, ma ricordo ancora quando, 35 anni fa, la cassata siciliana era la regina indiscussa del bancone espositivo».

La Dolceria è uno dei pochi posti in cui ancora oggi i veri cultori ed intenditori della pasticceria siciliana di tradizione possono trovare i Tetù.

«Un Tetù - spiega Rosa – altro non era che un biscotto che veniva realizzato dai maestri pasticceri rilavorando, rimaneggiando e riutilizzando tutto ciò che rimaneva dall’impasto usato per fare altri dolciumi».

«In pratica, tutto ciò che rimaneva, per evitare di essere buttato, veniva usato per impastare un altro biscotto che veniva infine glassato e ricoperto di zucchero».

«Ancora oggi produciamo i Tetù, ma in una versione aggiornata e corretta - spiega ancora- Usiamo la pasta delle taralle che vengono poi glassate secondo diversi gusti. Li chiamano "gli italianissimi"».

«Spero tanto che i miei figli vogliano continuare questa attività che vanta una storia centenaria, perché sarebbe un vero peccato non continuare a tramandare, di generazione in generazione, l’esperienza ed il bagaglio culturale che ci ha regalato chi di pasticceria siciliana se ne intendeva veramente».

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