Palermo seduce ma è ferita: "Più turisti, teatri riaperti ma i giovani vanno via"
La visione di Marco Carapezza sulla città tra contraddizioni, slanci improvvisi e ricadute dolorose. Guardare al futuro culturale significa accettarne la complessità. L'intervista
Marco Carapezza
Palermo è una città che non si lascia mai definire fino in fondo. Vive di contraddizioni, di slanci improvvisi e di ricadute dolorose, di bellezza ostinata e di ferite che restano aperte. Guardare al suo futuro culturale significa, prima di tutto, accettare questa complessità, senza scorciatoie narrative né indulgenze romantiche. È da qui che parte la riflessione di Marco Carapezza, che restituisce l’immagine di una città capace di attrarre e, allo stesso tempo, di respingere.
«Palermo è, per definizione, una città contraddittoria. È un luogo comune che trova però conferme puntuali nella realtà quotidiana. Negli ultimi anni la città è diventata un polo d’attrazione per il mondo dell’arte e per il turismo internazionale; diversi artisti e intellettuali hanno scelto di stabilirsi qui operativamente, dando vita a iniziative di rilievo. L’ultima in ordine di tempo è la riapertura del Teatro Garibaldi alla Kalsa, un felice esempio di collaborazione tra pubblico e privato, dove gruppi di lavoro locali dialogano con personalità venute da fuori. In fondo anche questa è una metafora della città: è la quarta o quinta volta che il teatro riapre, speriamo che questa sia quella buona!».
Palermo seduce. Lo fa con la sua luce, con il clima, con il cibo, con una qualità della vita che, almeno in apparenza, resta accessibile. Ma questa vitalità convive con un fenomeno che rischia di svuotarne il senso più profondo: la fuga dei giovani. «Certamente Palermo attrae per la sua bellezza, il clima, la qualità del cibo e i prezzi degli immobili ancora accessibili. Tuttavia, questa vitalità convive con una ferita aperta: l’esodo dei giovani.
Ogni anno la città perde moltissimi ragazzi; il saldo tra chi arriva e chi parte è decisamente negativo. Credo che Trump metterebbe dei dazi per contrastare il fenomeno. Una città – aggiunge Carapezza - da cui i giovani fuggono perché non intravedono prospettive adeguate alle proprie ambizioni è destinata a diventare sempre meno accogliente per i propri abitanti. Il turismo, da solo, può solo lenire ma non curare questa tragedia: più ancora della sporcizia o della mobilità urbana, il vero problema di Palermo è questo svuotamento generazionale».
Eppure, dentro questo quadro fragile, Palermo continua a esercitare una funzione che le appartiene da sempre: essere luogo di incontro, spazio di attraversamento, nodo tra culture diverse. Un ruolo che non nasce da strategie istituzionali, ma da pratiche spontanee di convivenza. «Nonostante ciò, Palermo conserva una vocazione naturale come nodo di connessione tra culture. Il Foro Italico è il simbolo di questa felice convivenza. In quel grande prato, contro ogni previsione climatica e logistica, avviene qualcosa di straordinario: comunità diverse si appropriano dello spazio in modo spontaneo.
Donne cinesi impegnate in coreografie aerobiche al mattino, giovani musulmani in preghiera durante la fine del Ramadan, ragazzi neri che giocano a calcio nella sera, e sempre turisti nordeuropei che leggono al sole ascoltando musica nelle cuffie, famiglie mussulmane (spesso con donne variamente velate) passeggiano agghindate a festa la domenica. Non dobbiamo trascurare il fatto che il luogo è vissuto anche dai palermitani. Eventi come il concerto per pianoforte all’alba dimostrano come anche la città borghese risponda con entusiasmo a questo luogo».
Ma Palermo non è solo questo. Accanto alla convivenza, esiste una dimensione oscura, fatta di violenza diffusa, di aggressività improvvisa, di una fragilità sociale che può esplodere in qualsiasi momento. «Tuttavia, non dobbiamo cadere nel romanticismo. Palermo resta una città in bilico, attraversata da una dimensione violenta e tragica dove si può morire per una precedenza non rispettata o per uno sguardo di troppo. Questa violenza nasce spesso dall’assenza di un senso di appartenenza a una comunità comune e dal prevalere dell’interesse particolare sul bene collettivo».
È una constatazione dura quella che porta Carapezza a una riflessione altrettanto netta sul ruolo che la città riesce o non riesce a giocare oggi sulla scena più ampia. «Da questo punto di vista la nostra città ha davvero poco da offrire alla ribalta nazionale o internazionale. E temo che attragga anche per questa sorta di ferocia primitiva». La via d’uscita, però, non passa da grandi eventi spot o da festival autoreferenziali. La sfida è più profonda e riguarda il modo in cui la città vive se stessa ogni giorno. «Per contrastare questa spirale e compiere un vero salto di qualità, la sfida non è organizzare festival isolati o eventi effimeri. La vera urgenza è “abitare” lo spazio pubblico in modo nuovo, trasformando l’arte, l’educazione e la partecipazione civica in una infrastruttura quotidiana».
Ecco che il Foro Italico, ancora una volta, diventa paradigma possibile di un’altra Palermo, capace di funzionare senza imposizioni. Infatti, aggiunge il Prof. Carapezza: «L’esempio del Foro Italico ci insegna che quando la città offre luoghi aperti, belli e accessibili, la convivenza civile avviene da sé: le persone non hanno bisogno di istruzioni, ma di spazi di libertà dove riconoscersi come parte di un tutto. Come questo possa farsi nelle periferie è la scommessa da vincere». Il futuro, allora, non è una promessa astratta ma una responsabilità collettiva, fatta di continuità, cura e visione.
«Il futuro di Palermo dipenderà dalla nostra capacità di trasformare l’energia di questi "slanci appassionati" in una pratica costante e strutturata. “Vasto programma” avrebbe detto qualcuno». Fin qui possiamo, dunque, affermare con certezza che Palermo è una città che vive in bilico, tra slanci vitali e fratture profonde, tra apertura e ripiegamento, tra convivenza e conflitto. Ma proprio per questa sua instabilità, e aggiungerei per fortuna, è ancora capace di scegliere da che parte cadere.
Il futuro culturale di Palermo non è ancora scritto, dipende dalla capacità trasformare lo spazio condiviso in comunità, la bellezza in responsabilità e consapevolezza, l’energia in pratica quotidiana. La nostra città può ancora decidere da che parte stare, ed è proprio in questo margine fragile che si gioca la sua possibilità di riscatto futuro. Palermo può ancora scegliere di restare viva non perché seduce ma perché sa prendersi cura di sé e dei suoi abitanti: è una scommessa ancora aperta, fragile, e proprio per questo profondamente e preziosamente umana.
«Palermo è, per definizione, una città contraddittoria. È un luogo comune che trova però conferme puntuali nella realtà quotidiana. Negli ultimi anni la città è diventata un polo d’attrazione per il mondo dell’arte e per il turismo internazionale; diversi artisti e intellettuali hanno scelto di stabilirsi qui operativamente, dando vita a iniziative di rilievo. L’ultima in ordine di tempo è la riapertura del Teatro Garibaldi alla Kalsa, un felice esempio di collaborazione tra pubblico e privato, dove gruppi di lavoro locali dialogano con personalità venute da fuori. In fondo anche questa è una metafora della città: è la quarta o quinta volta che il teatro riapre, speriamo che questa sia quella buona!».
Palermo seduce. Lo fa con la sua luce, con il clima, con il cibo, con una qualità della vita che, almeno in apparenza, resta accessibile. Ma questa vitalità convive con un fenomeno che rischia di svuotarne il senso più profondo: la fuga dei giovani. «Certamente Palermo attrae per la sua bellezza, il clima, la qualità del cibo e i prezzi degli immobili ancora accessibili. Tuttavia, questa vitalità convive con una ferita aperta: l’esodo dei giovani.
Ogni anno la città perde moltissimi ragazzi; il saldo tra chi arriva e chi parte è decisamente negativo. Credo che Trump metterebbe dei dazi per contrastare il fenomeno. Una città – aggiunge Carapezza - da cui i giovani fuggono perché non intravedono prospettive adeguate alle proprie ambizioni è destinata a diventare sempre meno accogliente per i propri abitanti. Il turismo, da solo, può solo lenire ma non curare questa tragedia: più ancora della sporcizia o della mobilità urbana, il vero problema di Palermo è questo svuotamento generazionale».
Eppure, dentro questo quadro fragile, Palermo continua a esercitare una funzione che le appartiene da sempre: essere luogo di incontro, spazio di attraversamento, nodo tra culture diverse. Un ruolo che non nasce da strategie istituzionali, ma da pratiche spontanee di convivenza. «Nonostante ciò, Palermo conserva una vocazione naturale come nodo di connessione tra culture. Il Foro Italico è il simbolo di questa felice convivenza. In quel grande prato, contro ogni previsione climatica e logistica, avviene qualcosa di straordinario: comunità diverse si appropriano dello spazio in modo spontaneo.
Donne cinesi impegnate in coreografie aerobiche al mattino, giovani musulmani in preghiera durante la fine del Ramadan, ragazzi neri che giocano a calcio nella sera, e sempre turisti nordeuropei che leggono al sole ascoltando musica nelle cuffie, famiglie mussulmane (spesso con donne variamente velate) passeggiano agghindate a festa la domenica. Non dobbiamo trascurare il fatto che il luogo è vissuto anche dai palermitani. Eventi come il concerto per pianoforte all’alba dimostrano come anche la città borghese risponda con entusiasmo a questo luogo».
Ma Palermo non è solo questo. Accanto alla convivenza, esiste una dimensione oscura, fatta di violenza diffusa, di aggressività improvvisa, di una fragilità sociale che può esplodere in qualsiasi momento. «Tuttavia, non dobbiamo cadere nel romanticismo. Palermo resta una città in bilico, attraversata da una dimensione violenta e tragica dove si può morire per una precedenza non rispettata o per uno sguardo di troppo. Questa violenza nasce spesso dall’assenza di un senso di appartenenza a una comunità comune e dal prevalere dell’interesse particolare sul bene collettivo».
È una constatazione dura quella che porta Carapezza a una riflessione altrettanto netta sul ruolo che la città riesce o non riesce a giocare oggi sulla scena più ampia. «Da questo punto di vista la nostra città ha davvero poco da offrire alla ribalta nazionale o internazionale. E temo che attragga anche per questa sorta di ferocia primitiva». La via d’uscita, però, non passa da grandi eventi spot o da festival autoreferenziali. La sfida è più profonda e riguarda il modo in cui la città vive se stessa ogni giorno. «Per contrastare questa spirale e compiere un vero salto di qualità, la sfida non è organizzare festival isolati o eventi effimeri. La vera urgenza è “abitare” lo spazio pubblico in modo nuovo, trasformando l’arte, l’educazione e la partecipazione civica in una infrastruttura quotidiana».
Ecco che il Foro Italico, ancora una volta, diventa paradigma possibile di un’altra Palermo, capace di funzionare senza imposizioni. Infatti, aggiunge il Prof. Carapezza: «L’esempio del Foro Italico ci insegna che quando la città offre luoghi aperti, belli e accessibili, la convivenza civile avviene da sé: le persone non hanno bisogno di istruzioni, ma di spazi di libertà dove riconoscersi come parte di un tutto. Come questo possa farsi nelle periferie è la scommessa da vincere». Il futuro, allora, non è una promessa astratta ma una responsabilità collettiva, fatta di continuità, cura e visione.
«Il futuro di Palermo dipenderà dalla nostra capacità di trasformare l’energia di questi "slanci appassionati" in una pratica costante e strutturata. “Vasto programma” avrebbe detto qualcuno». Fin qui possiamo, dunque, affermare con certezza che Palermo è una città che vive in bilico, tra slanci vitali e fratture profonde, tra apertura e ripiegamento, tra convivenza e conflitto. Ma proprio per questa sua instabilità, e aggiungerei per fortuna, è ancora capace di scegliere da che parte cadere.
Il futuro culturale di Palermo non è ancora scritto, dipende dalla capacità trasformare lo spazio condiviso in comunità, la bellezza in responsabilità e consapevolezza, l’energia in pratica quotidiana. La nostra città può ancora decidere da che parte stare, ed è proprio in questo margine fragile che si gioca la sua possibilità di riscatto futuro. Palermo può ancora scegliere di restare viva non perché seduce ma perché sa prendersi cura di sé e dei suoi abitanti: è una scommessa ancora aperta, fragile, e proprio per questo profondamente e preziosamente umana.
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