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Quelle "varchi 'i sali" che arrivavano fino a Malta: quando ad Augusta c'erano le saline

Le saline di Augusta risalgono al XVI secolo. Erano vaste aree in cui veniva estratto un tipo di sale ritenuto di ottima qualità ed indicato per la conservazione di pesce e carne

Simona Russo
Giornalista
  • 20 marzo 2021

Le antiche saline di Augusta

Il sale si lega strettamente al lungo ed inesorabile processo umano di civilizzazione: quello impiegato in cucina. Usato anche per la conservazione dei cibi che corre in parallelo alla cottura dei cibi, il sale condisce e insieme preserva, svolgendo quel ruolo che sarà poi tipico della refrigerazione.

L’introduzione del sale in cucina ha portato ad una vera e propria rivoluzione cambiando abitudini e generando un nuovo stile di vita. Il semplice, l’umile sale comune, costituisce il tessuto della storia: è così indispensabile alla sopravvivenza che è stato perfino causa di guerre sanguinose.

Imperi sono stati fondati o sono crollati per causa sua. Basta la parola “salario” ad illustrare l’importanza del sale. I legionari romani ricevevano un salarium cioè un pagamento in sale. Più tardi, la parola prese il significato di pagamento in denaro per comprare sale.

Questa fondamentale scoperta e il suo impiego risale ad epoche assai lontane, dal momento che già Plinio il Vecchio nel suo libro Naturalis Historia effettua una cernita delle tipologie di sale da lui individuati, suggerendone gli utilizzi e citando, tra gli altri, quello Megarico, riconducibile a Megara Iblea, piccola colonia greca nelle vicinanze di Augusta, in provincia di Siracusa.



Fino agli anni ’60 del Novecento fu il prodotto più tipico della città megarese. Al di là della necessaria fonte primaria, ovvero l’acqua del mare, l’aumento della richiesta del sale ha favorito la nascita delle saline in quei luoghi in cui era facile accedere al mercato del commercio o erano presenti attività che ne facevano ampio uso.

Per questo motivo, soprattutto nel medioevo, spesso le saline si trovavano in prossimità di aree portuali e di tonnare.

Le saline di Augusta sono un'area naturale protetta con normativa della Comunità Europea.

Alla fine degli anni '60 dell’Ottocento le saline vennero tagliate in due parti in seguito alla costruzione dei binari della ferrovia Catania-Siracusa, aperta al traffico il 19 gennaio 1871.

Un tempo molto attive nella raccolta del sale marino, rappresentarono una risorsa economica consistente fino a quando, in seguito alla costruzione del complesso petrolchimico, non vennero chiuse.

A causa della vicinanza con uno dei tre siti petrolchimici siracusani (non bonificati) le saline di Augusta sono state ritenute ad alto rischio ambientale e per questo, nonostante la protezione speciale riconosciuta dalla comunità europea (zona di interesse comunitario e zona a protezione speciale), il sito è stato inserito tra i nominativi dell'Ufficio Speciale per le Aree ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale della Sicilia.

Le saline di Augusta risalgono, secondo alcune documentazioni, almeno al XVI secolo.

Sin da tempi antichissimi si hanno notizie dell’esistenza ad Augusta di vaste aree dove, in maniera quasi naturale e con la semplice azione del caldissimo sole estivo su delle quantità di acqua marina ristagnante, veniva estratto un tipo di sale ritenuto di ottima qualità ed indicato ad essere utilizzato per la conservazione di pesce e carne.

L’area delle saline si estendeva dall’attuale zona del Granatello fino a raggiungere la Penisola Magnisi, l’antica Thapsos greca; in quel periodo le saline erano di pertinenza di Megara Hyblaea, all’epoca l’unica città esistente nelle vicinanze.

Dopo la nascita di Augusta, dovuta alla costruzione del castello e al conseguente sviluppo urbano, le saline cominciarono ad essere coltivate a carattere industriale e a costituire una fonte di lavoro.

Le saline furono per Augusta una importante risorsa, svilupparono l'artigianato e attivarono il commercio del sale dando alla cittadinanza una risorsa economica. Alimentarono il mercato del sale sin dall'Ottocento esportandolo, tramite imbarcazioni a vela (varchi 'isalì), in molte regioni d'Italia, nell'isola di Malta e in Inghilterra.

Dopo l'Unità d’Italia le saline comunali, anche se furono smembrate per la costruzione della linea ferroviaria della nascente stazione di Augusta, continuarono ad essere abbastanza produttive grazie a tante persone, salinari o improvvisatesi tali per necessità, che con fatica svolgevano uno dei lavori più pesanti ed oltretutto retribuito con un modestissimo reddito.

Una caratteristica delle saline come simbolo visivo era il mulino a vento il cui compito era quello di pompare l'acqua di mare affinché il livello delle saline restasse costante.

Il lavoro delle saline era tipicamente stagionale. Iniziava subito dopo la festa di San Giuseppe (19 marzo) e si protraeva finché durava la bella stagione, in genere fino ad agosto, per evitare i rischi dei primi temporali. Una giornata tipica dei salinari iniziava la mattina all'alba e proseguiva fino alle 11, evitando cosi il torrido caldo di mezzogiorno.

Si riprendeva a lavorare nel primo pomeriggio fino intorno alla 17. Il ciclo del processo salino per la raccolta del sale iniziava sfruttando l’alta marea dal vicino mare e si faceva affluire l’acqua attraverso delle apposite ‘bocche’ fino a giungere nei ‘pantani’ da dove, con l’apporto dei mulini a vento, passava nelle apposite "caselle".

Da queste, dopo aver raggiunto la temperatura di 30° e trasformatasi in ‘acqua fatta’, veniva trasferita nelle ‘salande’ dove evaporando l’acqua il sale affiorava dal fondo in sottili lastre. Quindi, dopo averlo raccolto in piccoli “munzeddi”, veniva trasportato a spalla dentro dei “cufini” per accumularlo in montagne squadrate rassomiglianti a delle bianche piramidi.

Una volta formate, queste montagne di sale erano coperte con le tipiche tegole locali per preservare il raccolto da eventuali piogge fuori stagione, in attesa del suo smaltimento.

Solitamente nelle saline comunali qualcuna di queste bianche montagne era messa a disposizione della popolazione, che così poteva prelevare gratuitamente delle quantità di sale da utilizzare per le proprie necessità. La fase di raccolta del sale costituiva un momento delicato e faticoso.

Delicato, perché doveva essere effettuata evitando di alterarne la qualità portando con sé anche la parte fangosa presente al di sotto della crosta. Un momento faticoso perché tutto il lavoro, dalla fase della rottura della crosta superficiale al raggruppamento per l’essiccazione al sole, avveniva sotto i raggi diretti del sole, riflessi oltretutto dal bianco del sale.

A questo si aggiungeva una condizione di asperità dovuta all’inevitabile contatto diretto tra la pelle nuda ed il sale stesso. Non a caso vi è il detto siciliano “iancu jè u Sali, jè niuru cu lu travagghia” (bianco è il sale, è nero chi lo lavora).

Sul finire degli anni Cinquanta del Novecento, col progredire dell’industria del freddo, diminuì l’utilizzo del sale come prodotto per la conservazione delle carni, con le difficoltà di reperire manodopera disposta ad un così duro e faticoso lavoro e con dover produrre un prodotto alimentare in un ambiente non più puro a causa dell’elevato inquinamento del territorio, le saline di Augusta intrapresero lentamente il cammino del tracollo conclusosi negli anni Settanta, quando ufficialmente ne fu decretata la totale chiusura.

Dopo di allora, la maggior parte di quelle aree umide delle ex saline comunali sono state sfruttate per costruirvi numerosi e vari edifici privati, lasciandone intatte solo delle discrete porzioni.

Proprio queste aree risparmiate dall’urbanizzazione del territorio nel tempo sono diventate l’habitat naturale per la sosta, la riproduzione e la nidificazione di moltissime specie di uccelli migratori, diventati la principale attrattiva di fotografi naturalisti.
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