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"Resistiamo e basta": da Palermo la storia di Martina e del suo bar (aperto in piena pandemia)

La sua è la situazione di chi ha un'attività e deve fare i conti con una pandemia e le sue conseguenze in un paese che non era pronto ad affrontare qualcosa di simile

Marta Genova
Giornalista
  • 18 novembre 2020

La foto scattata da Martina Tumminia

Ci sono quei momenti in cui quello che vorresti è solo una parola di conforto. Già, non una soluzione, soprattutto quando ciò che accade non dipende da te, ma una parola che ti faccia sentire meno sola, che ti faccia sentire che fai parte di qualcosa anche se per ora le cose non vanno bene.

È per questo che Martina, trentadue anni, ha scattato questa fotografia e poi ha deciso di inviarla ai giornali, nella speranza che fosse pubblicata e che chi sta vivendo la sua stessa situazione, lavorativa e umana, la vedesse e la sentisse un po' sua.

La sua è la situazione di chi ha un'attività e deve fare i conti con una pandemia e le sue conseguenze in un paese che non era pronto ad affrontare qualcosa di simile.

«È un messaggio che mi sarebbe piaciuto ricevere e ho pensato così di inviarlo io a più gente possibile – racconta –. Sono proprietaria, insieme al mio compagno ed altri amici/soci, di un bar in via Roma (Gran Cafè Torino - a Palermo), aperto ad ottobre dell'anno scorso. Pieni di entusiasmo, voglia di lavorare e di riuscire, uniti da una forte amicizia, ci siamo imbarcati in questa avventura che purtroppo ha avuto pochi mesi per decollare.



Il virus, la pandemia, ci ha messo davanti un non basso monte da scalare. Ma noi ci siamo rimboccati le maniche, ci siamo vestiti con il giusto equipaggiamento e abbiamo cominciato la scalata. Scalata accompagnata chiaramente da non poche notti in bianco, durante le quali i pensieri, le preoccupazioni ti assalgono, ci assalgono. E così, in una di queste innumerevoli volte, è arrivata lei. La Visione. Ho immaginato noi e, come noi, tutte le persone sia proprietari di attività che non. E mi è venuta in mente una sola parola: resilienza».

Una parola oggi forse abusata, ma mai come adesso, in questo tempo di pandemia, è adatta, è giusta, perché porta speranza ed è l’unica cosa che rimane.

«Decido di imprimere questa parola in una foto – continua Martina – nuda, cruda, in bianco e nero, silenziosamente potente, a parer mio. Quello che vorrei in realtà è solo donare questa foto a tutti noi. Non per pubblicità, ma per sostenere, spronare, dare un messaggio di speranza a tutti. Resistiamo. E basta. È un semplice e puro atto d'amore verso il mondo e verso "l'altro"».

Martina, poco più che trentenne, ha un bar. I suoi dipendenti sono in cassa integrazione ed è lei con i suoi tre soci a dover gestire tutto, dall’apertura all'alba, alla cucina, il servizio al banco per l’asporto, i domicili, le pulizie, la sanificazione, tutto ciò che c'è da fare.

Martina e i suoi amici e soci, devono ancora estinguere i debiti pregressi legati all’apertura dell’attività, cosa che non hanno potuto fare perché lo scorso marzo c’è stato il lockdown durante il quale oltretutto le spese fisse sono rimaste, l'affitto da pagare è rimasto.

«Questo è un brutto momento – dice ancora Martina, che con coraggio lo affronta ogni giorno –, ma mi auguro e voglio cerdere che si possa comunque tirar fuori qualcosa di buono, che si trovino soluzioni e punti di incontro con i commercianti, che vengano ascoltate davvero le nostre esigenze e tenute in considerazione con azioni concrete.

E mi auguro che questo momento difficile sia opportunità per rivedere tanti aspetti della vita in generale, nelle relazioni, nei rapporti. Lo stato d’animo viene trascurato ma qui non si tratta solo di una questione economica, ma della vita delle persone, della loro sofferenza. Ora più che mai dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro, supportarci e rispettarci».

Tanta gente si è ammalata e si sta ammalando, ma non solo di Covid, di depressione, di solitudine, di sconforto. I momenti di crisi fanno emergere quello che siamo, ciò che abbiamo dentro, nel bene e nel male e purtroppo, la maggior parte delle volte, si tende a guardare solo al proprio, alla propria vita, al proprio lavoro, alla propria condizione, ma i virus, le pandemie, ci ricordano con forza che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo remare tutti insieme.

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