Se non lo hai ancora visto non lo puoi perdere: "Gioia mia" sbarca su Netflix
Un'opera prima che restituisce un ritratto vivido, costruito a piccoli passi, di una Sicilia a tratti nostalgica e che ha portato a casa due David di Donatello
Aurora Quattrocchi e Marco Fiore in "Gioia mia"
Cuore della storia è il rapporto tra il piccolo Nico, mandato dai genitori a passare l’estate in Sicilia, e la solitaria Gela, l’anziana parente da cui il bambino starà nelle settimane sull’isola. Da una parte il mondo digitale in cui è immerso Nico, scandito da suoni di videogiochi e squilli di smartphone, dall’altro l’universo analogico in cui vive Gela, una casa in cui ogni muro è guardato da un santino, una statuina della Madonna o un crocifisso, e in cui annoiarsi è una dimensione necessaria. Non potrà che essere scontro, prima, e indagine e scoperta poi.
«Le donne più anziane vanno raccontate, sono personaggi complessi - ha detto a Balarm la regista -. Non esistono solamente gli uomini anziani. Per le donne, ogni volta, sembra che invecchiare sia quasi una colpa. Non vengono raccontate o vengono raccontate solo in una carta maniera, molto semplicistica». Un incontro tra generazioni distanti, tra mondi agli antipodi che trovano un legame speciale nella memoria e nella bellezza del presente. Un'opera prima che affonda le radici nei ricordi personali della regista e che restituisce un ritratto vivido, costruito a piccoli passi, di una Sicilia a tratti nostalgica.
Della Sicilia, naturalmente, si respirano i luoghi, a partire dalla casa di Gela e del palazzo in cui è custodita, nel cuore del centro storico di Trapani, di cui si riconoscono i vicoli, le strade da cui si sale alle mura di Tramontana e la spiaggia sottostante.
Non vi resta che guardarlo.
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