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Se vai in centro lo vedi: chi è Tommaso, dall'America artista di strada a Palermo

Originario di Villabate, dopo aver vissuto a New York, dove ha imparato la break dance, è tornato a Palermo. Qui si esibisce tra Quattro Canti e via Maqueda

Ferdinando Lo Monaco
Studente di Scienze della Comunicazione
  • 18 aprile 2026

Tommaso Siciliano

La Sicilia, terra di partenze e ritorni, rimane sempre nel cuore di chi – per un motivo o per un altro – la lascia. È una storia che si ripete da generazioni, ma che ogni volta assume forme diverse, come diverse sono le epoche e le persone che hanno lasciato – o hanno dovuto lasciare – l’isola. Tra queste storie c’è quella di Tommaso Siciliano, 41 anni, artista di strada originario di Villabate, che ha attraversato l’oceano inseguendo il sogno americano per poi tornare nella sua terra e reinventare il proprio linguaggio artistico.

Il suo percorso nasce in un contesto familiare complesso, che ha inciso profondamente sulla sua crescita: «Io provengo da una famiglia di divorziati, e ciò comporta tanti problemi, sia di carattere emotivo che anche economico. Ho sfogato questa mia frustrazione sulle arti che riguardavano il mondo dell’Hip Hop, affascinato dall’immaginario degli afroamericani che in quegli anni stava emergendo».

Un rifugio, quello dell’arte urbana, che si è trasformato presto in qualcosa di più concreto: «Ho iniziato facendo i graffiti, e il mio primo lavoro fu proprio decorare le saracinesche dei negozi. Dopodiché ho conosciuto la break dance e ho cominciato ad insegnare nelle palestre». Proprio grazie a queste prime esperienze e ai guadagni accumulati, Tommaso riesce a compiere il grande salto: «Sono riuscito a realizzare il mio sogno: partire negli Stati Uniti d’America».

L’America, per un giovane siciliano cresciuto negli anni ’90, rappresentava molto più di una meta geografica: «L’America era il sogno di qualunque siciliano della mia generazione. Noi degli anni '90 vedevamo l’America come un sogno. Mi sono dunque detto “o la va o la spacca” e ho fatto le valigie per New York».

L’impatto iniziale è stato meno duro del previsto, anche grazie al sostegno della comunità italiana: «Ringraziando Dio, da siciliano, in America ho trovato tutte le porte spalancate, specie nelle comunità di italiani emigrati negli Stati Uniti». Un supporto che si è tradotto anche in opportunità lavorative: «Quando sono arrivato lì ho trovato subito un posto di lavoro nel mondo della ristorazione, nello specifico nei ristoranti siciliani. La comunità italoamericana e degli emigrati siciliani e napoletani mi ha sempre dato un grande sostegno, facendomi sentire come se fossi in famiglia».

Ma è per strada, nel cuore pulsante della cultura urbana americana, che avviene la svolta decisiva: «Un giorno, vedendo un gruppo di artisti di strada afroamericani del Bronx ballare per strada – i veri e propri pionieri della break dance – mi sono messo a ballare con loro». Un momento quasi casuale che cambia tutto: «Dopo aver ballato con loro, senza che io me lo aspettassi, mi diedero una parte dei soldi che avevano guadagnato con lo spettacolo. Questa cosa mi stupì, e da lì ho iniziato a prendermi dei giorni liberi dal ristorante per andare a ballare con loro».

Da lì, la scelta di seguire completamente la propria passione: «Quando poi ho capito di guadagnare di più con ciò che mi piaceva fare piuttosto che lavorando al ristorante ho deciso di licenziarmi». Una decisione non solo artistica, ma anche personale: «Con quei guadagni potevo dunque aiutare di più mia madre, che era rimasta sola in Sicilia. Il minimo che sentivo di poter fare era mandargli dei soldi per aiutarla economicamente».

Dopo dieci anni negli Stati Uniti, però, emerge un richiamo più forte di qualsiasi sogno: quello della propria terra. «Ma come tutti coloro che emigrano, prima o poi ti inizia a mancare casa. Sono passato dunque dal sognare l’America al sognare la Sicilia».

Un ritorno dettato anche da motivazioni familiari: «Mia madre inoltre invecchiava sempre di più e io sono figlio unico. Non essendoci nessuno mia madre si sarebbe trovata da sola, e io comunque non avevo costruito una famiglia in America».

Tornato in Sicilia, Tommaso prova anche a costruire una nuova vita: «Famiglia che ho provato a costruire tornato qui in Sicilia, fidanzandomi con una ragazza siciliana che purtroppo da qualche mese è venuta a mancare».

Un dolore che segna profondamente il suo percorso: «La Sicilia è una terra che ti dà tanto ma ti toglie anche tanto. Nonostante questo, devo tanto a questa terra che mi ha riaccolto tra le sue braccia».

Ed è proprio dalla profonda consapevolezza che Tommaso ha della sua terra che nasce il suo stile, frutto di contaminazione tra esperienze diverse: «Ho capito che qui in Sicilia non potevo portare lo stesso stile che si porta a New York». Da questa consapevolezza prende forma un’idea originale: «Da qui l’idea di mischiare quello che avevo imparato in America con quella che è parte della cultura del Sud Italia. Il turista che viene qui vuole vedere una commedia, e questa sono riuscito ad ottenerla mischiando alle mosse dell’Hip Hop anche delle movenze alla Totò o alla Franco Franchi».

Così oggi lo si può incontrare passeggiando tra le vie del centro storico di Palermo, da piazza Verdi ai Quattro Canti, e quindi anche in via Maqueda o lungo il Cassaro.

Uno stile che unisce mondi apparentemente lontani – la street culture americana e la tradizione comica del Sud Italia – trasformandoli in un linguaggio che riesce ad amalgamarsi alla perfezione.

Lo sguardo, però, resta rivolto al futuro, tra sogni e difficoltà: «Sicuramente nel mio futuro vedo una famiglia, e sfortunatamente per costruirmene una credo dovrò nuovamente andare via dalla Sicilia».

Una riflessione che si allarga a una condizione condivisa da molti giovani: «Il problema di questa terra è che un giovane non sa dove andare a sbattere la testa. Qui è difficile trovare una stabilità economica e mettere le proprie radici».

Nonostante tutto, resta una speranza: «Bisogna lottare perché le cose in Sicilia cambino per le nuove generazioni». Un messaggio chiaro rivolto alle future generazioni, sempre più consapevoli di dover lottare per potersi guadagnare un futuro in questa terra.
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