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Sogni, iniziative, palcoscenici e burocrazia: dieci domande sul Teatro a Roberto Alajmo

Tra riconoscimenti e storie, bilanci e iniziative per ragazzi, la magia del palcoscenico e i meccanismi del dietro le quinte: parla il direttore artistico del Teatro Biondo

Giovanni Fasola
Ingegnere e melomane
  • 24 settembre 2018

Roberto Alajmo

Abbiamo incontrato Roberto Alajmo, il direttore artistico del Teatro Biondo di Palermo: con la stagione 2018/19 alle porte si parla degli spettacoli imperdibili e delle difficoltà di fare teatro oggi ma anche di buoni propositi e retroscena.

Domanda: La commissione del Ministero della Cultura, presieduta da Guido Palma, ha bocciato il progetto del Teatro Biondo e non ha consentito alla struttura di ottenere lo status di "Teatro Nazionale", conferendo invece quello di "Teatro di Rilevante Interesse Culturale". A marzo avevate chiesto il riesame del vostro progetto, com’è andata a finire questa vicenda?

Risposta: La possibilità di riesaminare il progetto è stata rigettata. Sembrerebbe che, considerate le risorse economiche a disposizione, l’indirizzo politico fosse quello di limitare a sette il numero di teatri che a livello nazionale possono fregiarsi di questo status e accedere ai finanziamenti del Fondo Unico per lo Spettacolo.
I numeri erano incontestabili, nella valutazione del nostro progetto ha pesato il giudizio discrezionale sulla qualità artistica delle produzioni in scena, della quale mi assumo tutte le responsabilità, anche se non comprendo come si sia stato possibile per il Teatro Biondo passare dalla seconda posizione per qualità artistica a livello nazionale dopo il Piccolo di Milano ottenuta appena l’anno prima a quella che ha portato al rigetto della candidatura, tutto questo aumentando il numero delle produzioni e ospitandone anche di più prestigiose.
Va detto che hanno comunque riconosciuto il nostro operato e hanno aumentato del massimo possibile il finanziamento alle nostre attività.



Quali strategie avete già escogitato e messo in atto per fare in modo che nel 2021 il nostro teatro possa ottenere questo status, che, ricordiamolo, gli consentirebbe di accedere in maggiore misura ai fondi del FUS?

La nostra programmazione viene fatta su base triennale, per l’anno in corso è estremamente dettagliata, per il prossimo lo è abbastanza, quello che avverrà fra due anni è stabilito, ma solo in linea di massima. Io non so se sarò ancora qui fra tre anni.
In ogni caso l’assegnazione di questo status dipenderà dalle risorse e dagli assetti politici che ci saranno e che sono ora, giocoforza, ignoti.
Bisogna però chiedersi se ottenere questo status convenga realmente: dovremmo reperire un milione di euro in più su base locale, tra comune e regione, e non è una impresa facile.
Si rischia di salire in serie A e di retrocedere subito dopo. Il mio sforzo è comunque, anno dopo anno, quello di alzare l’asticella e proporre sempre cose migliori rispetto a quelle sperimentate nella stagione precedente.

Come è cambiato il pubblico nell’ultimo quinquennio?

Si è abbassata di molto l’età media degli spettatori. Quello che mi piacerebbe è incrementare il numero di spettatori universitari. L’anno scorso ero al DAMS e di fronte ad una classe di sessanta persone ho chiesto quanti di loro fossero stati a teatro durante l’ultimo anno, solo in sei hanno alzato la mano. Bisogna recuperare questo segmento di spettatori.

Come è stato chiuso il bilancio economico del teatro del 2017? Gli enti preposti al finanziamento della stagione in atto hanno mantenuto gli impegni economici presi con il teatro?

Il bilancio del 2017 è stato chiuso con un leggero avanzo di gestione, per il secondo anno consecutivo. Gli enti preposti a finanziarci hanno mantenuto gli impegni economici sottoscritti e questo ci ha consentito di non avere difficoltà.
Abbiamo avuto problemi quando, anni fa, a dicembre ci hanno detto che i soldi promessi e sui quali avevamo fatto affidamento non sarebbero più stati disponibili. Il teatro è finanziato dal FUS, dalla Regione, dal Comune, dagli incassi del botteghino e da due sponsor.

L’anno scorso durante la rappresentazione di uno spettacolo imperversava un temporale e nella sala Strehler letteralmente pioveva dentro, sono stati svolti dei lavori di manutenzione sulle coperture? Se sì, di che tipo?

Siamo responsabili della manutenzione ordinaria del teatro. Si tratta di un edificio di pregio che ha 115 anni e che necessita di lavori continui. Siamo intervenuti e abbiamo eliminato l’infiltrazione d’acqua che aveva aggredito un capitello ma non ci siamo limitati a quello, abbiamo ristrutturato la sala e lavorato anche sul palcoscenico migliorando le quinte e l’amplificazione.
Abbiamo ripreso i camerini e la sala. Negli anni Novanta sono stati trovati i fondi per eseguire i lavori di restauro della decorazione della sala grande, mi piacerebbe riuscire a proseguire su questa strada e recuperare le risorse necessarie per ridare lustro ad altre sale del teatro.

Dopo “Sovrani & Impostori” che è stato il tema della stagione passata, quest’anno il tema sarà “[De]generazioni”. A cinquant'anni dal mitico Sessantotto si analizza il rapporto tra padri e figli, tra maestri e allievi ma anche le alterazioni , le degradazioni di simboli, valori e utopie. Come è cambiato il teatro in questi cinquanta anni?

La percentuale di “militanza” è drasticamente diminuita ed è prevalso l’intrattenimento. Sono convinto che ci sia una via di mezzo e che sia quella che dobbiamo perseguire. Artisti come Antonio Vezza rappresentano qualcosa che fa ridere ma che non è cabaret, che è militanza ma non politica. In questo teatro per anni il cartellone oltre a qualche spettacolo della tradizione è stato improntato sull’alternarsi di una “avanguardia istituzionalizzata” (e profumatamente pagata) e del cabaret.
Anche il teatro della tradizione non va museificato, si corre il rischio di perdere le nuove generazioni per questo motivo occorrono spettacoli che facciano da esca bisogna rinnovarsi se non si vuole essere travolti.

Quali attività svolgete per avvicinare i ragazzi al Teatro di prosa? Sono previsti degli spettacoli per i più giovani? Delle attività nelle scuole?

Innanzi tutto una politica dei prezzi, ci sono delle repliche mirate per i giovani. Tra gli spettacoli presenti in cartellone scegliamo quelli che riteniamo più adatti, penso ad esempio a quello di Davide Enia, L’abisso, e organizziamo dei matinée per le scuole superiori.
Li organizziamo nel ridotto affinché i ragazzi abbiano un rapporto più diretto, più intimo con quanto va in scena.
Certi spettacoli li portiamo nelle scuole, in forma di monologhi, senza l’impiego di scene, lo abbiamo fatto con le Verrine, le orazioni di Cicerone contro Verre, che sono state portate nei licei sia classici che scientifici. In seguito a questi spettacoli ci è stato chiesto di svolgere delle lezioni di oratoria, che cercheremo di organizzare.

Su 28 spettacoli in cartellone da oggi a metà maggio avete prodotto ben nove spettacoli e ne avete co-prodotti altri tre. Secondo lei può considerarsi un buon risultato o un punto di partenza?

Direi che si può parlare di un ottimo risultato, per crescere ulteriormente ci vogliono risorse. Le produzioni sono frutto di investimenti, che rispetto a dieci anni fa sono dimezzati.
Si può dire che facciamo di più con meno, il costo degli allestimenti si è notevolmente ridotto. Avere un budget limitato può essere a volte frustrante ma spinge ad una maggiore selezione di quanto si decide di produrre il che non sempre è un male.

Quali sono, a suo avviso, gli spettacoli imperdibili della stagione di quest’anno? (guarda l'articolo sulla stagione "(De)generazioni").

Se si tratta di un pubblico familiare sicuramente lo spettacolo di Slava, "Snowshow", che è adattissimo sia ai grandi che ai piccoli e che sono riuscito a riproporre quest’anno dopo il successo riscontrato nella passata stagione.
Ma anche lo spettacolo di Ficarra e Picone, "Le rane", o quello di Enia, "L’abisso", che ho già citato e che parla di Lampedusa e di migrazioni. Bellissimo anche "La tempesta" di Andò con un ottimo cast di attori siciliani. E poi naturalmente mi tocca segnalare "Chi vive giace" di cui sono l’autore.

Quale spettacolo avrebbe voluto portare a Palermo ma ancora non Le è riuscito?

Mi piacerebbe riportare uno spettacolo che è nato in questa città: Palermo Palermo di Pina Bausch, i cui costi però sono proibitivi.
Un altro artista che mi piacerebbe avere in cartellone è il coreografo greco Dimitris Papaioannou, quello che per intenderci ha curato la cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Atene nel 2004.
Anni fa a Palermo arrivavano artisti del calibro di Bob Wilson, oggi siamo costretti a fare i conti della serva e ad arrenderci di fronte al costo di uno spettacolo paragonabile a quello di metà della nostra intera stagione.
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