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Tra fanciulle, veleni, streghe e cunti: le antiche e curiose storie dei profumi di Sicilia

Tra canti popolari e storie antiche, i profumi di Sicilia sono legati alla vita, all'amore e, in qualche caso, anche alla morte: un viaggio sensoriale tra gli odori e i loro significati

Dario La Mendola
Curatore e critico
  • 23 ottobre 2018

I Fiori d'Arancio

La Sicilia è un grande giardino. La varietà naturalistica rende l'isola unica nel Mediterraneo. Dalle aspre vette vulcaniche a quelle salmastre, lo spettacolo floreale è meraviglioso. A ogni stagione.

Come non perdersi osservando i rossi papaveri che spiccano tra le onde dorate delle spighe di grano, o le chiome argentate degli ulivi?

Come non perdersi annusando la lavanda che corre lungo i muri in arenaria, o carezzando i teneri tappeti di acetosella, ingraziati da piccoli fiori gialli?

La Sicilia, per essere precisi, è sopratutto un "giardino" di storie antiche. Perché esse, mutate dai miti greci, narrate oralmente per secoli da sapienti contadini e pastori, sono l'allegoria dell'isola stessa.

In questo racconto, che ha amore e morte protagonisti, comincerei dal bianco, da ciò che percepiamo quando, con i frammenti di sogno tra le palpebre, stiamo per entrare nel mondo, sollecitati da un delicato profumo di fiori di arancio.

In Sicilia i fiori bianchi dell'albero di arancio vengono chiamati "zagare", dall'arabo "zahara", cioè "che splende di luce bianca". Forse perché l'intenso profumo quasi stordisce.

Una leggenda narra di una bellissima fanciulla dell'entroterra siciliana. Ella desiderava sposarsi, ma, essendo di umili condizioni, non possedeva nessun gioiello da indossare.

Un giorno notò crescere nel giardino poco distante casa propria dei piccoli fiori bianchi, e decise di raccoglierli e adornare il suo capo. Per questo motivo, oggi, i fiori di arancio rappresentano il simbolo delle nozze.

Non tutti i profumi, però, profumano di vita. Essi, che come affermano Fechner e Maeterlinck sono l'anima dei fiori, appartengono all'inconoscibile. Comunque, essendo anima, i profumi, oltre che all'amore, sono indissolubilmente legati alla morte.

Nei "Canti popolari del circondario di Modica" del 1876, Amabile racconta che gli oleandri, dai fiori di un dolce profumo, purtroppo letali tanto da meritare in sanscrito il nome açvaghna, ovvero fiori "che uccidono il cavallo", erano utilizzati per coprire i morti.

Questa tradizione avrebbe generato il temine "allanari": «I morti venivano sparsi di fiori d'oleandro - scrive l'autore - cessato il costume, restò la parola; sicché l'allannaratu è imprecazione non più compresa, ma comunissima in Chiaramonte: "La vitti allannarata ni lu liettu/avìa la parma e li manuzzi 'ncruci"».

Andando avanti, non c'è casuzza nei centri storici abbandonati delle città dell'isola senza un fico che cresca tra i ruderi, o un noce dentro un vecchio giardino.

Nonostante la simbologia dica di questi due alberi l'opposto, i siciliani, in essi, nel passato vedevano il male, attestato dal seguente detto: «Spiritu di ficu e diavulu di nuci,/tanti pampini siti, tanti diavuli vi faciti».

Del fico si pensava che non fiorisse più da quando Giuda vi si impiccò, e che non fosse raccomandabile coricarsi all'ombra di esso nelle assolate giornate estive poiché, secondo la leggenda, nel sogno sarebbe apparsa una donna vestita da monaca.

Questa, con un coltello in mano, chiedeva con un tranello di prendere un coltello dalla lama o dal manico: e se il malcapitato avesse risposto dalla lama, sarebbe stato ucciso, rispondendo dal manico, invece, avrebbe avuto una sorte buona.

Del noce, sebbene in alcuni paesini dell'agrigentino vi fosse l'usanza di portare il frutto in tasca per proteggersi dalle stregonerie, si aveva tuttavia un giudizio funebre, forse perché fu diffusa voce che, attorno all'albero, danzassero le streghe. La verità su questa storia è oscura.

Oscuro è anche il rosmarino. Quando lo incontriamo per le campagne, fitto e robusto, esso ci accoglie con i suoi fiori azzurrini e le profumatissime foglioline.

Sull'origine del nome ci sono tante incertezze: alcuni credono derivi da "rugiada del mare", altri da "rosa del mare".

Il fatto certo è che in Sicilia esso era utilizzato per comporre le corone funerarie, e il proverbio lo testimonia: «Cc'è tant'ervi all'orti/e cc'è la rosmarina pi li morti!».

La leggenda, concludendo a lieto fine questo racconto sui profumi dell'isola, narra di una regina siciliana che non poteva avere figli.

Ella, passeggiando in campagna, incontrò una macchia di rosmarino. Vedendola tanto rigogliosa provò invidia e, poco dopo, rimase incinta.

Nove mesi dopo partorì una pianta a cui diede il nome di Rosamarina, che la regina annaffiava con il suo latte quattro volte al giorno.

Rosamarina fu rubata dal nipote, il re di Spagna, che la sistemò nel suo giardino alimentandola con latte di capra. Un giorno l'uomo, suonando il flauto accanto alla pianta, vide uscire dai rami una bellissima fanciulla, della quale si innamorò.

Egli, purtroppo, dovette partire in guerra e affidò il rosmarino al suo giardiniere. Le sorelle del re, approfittando della distrazione del giardiniere, vollero imitare il fratello e suonarono il flauto di fronte la pianta.

Quando apparve la fanciulla, queste, per gelosia, la colpirono violentemente e il rosmarino ne risentì tanto da deperirsi.

Il giardiniere, accortosi dell'accaduto, e impaurito da una punizione del re, fuggì nascondendosi sulla cima di un albero. A mezzanotte, sotto quell'albero, giunsero un drago e la sua compagnia.

Il drago spiegò al giardiniere che la pianta avrebbe ritrovato la vita con un unguento composto dal sangue suo e dal grasso di lei.

Il giardiniere uccise entrambi e, innaffiando il rosmarino con l'unguento, la pianta ritornò verde e la fanciulla riuscì a liberarsi dall'incantesimo. Infine, il re la sposò.

E nel modo in cui abbiamo cominciato, il racconto è terminato.

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