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Un corpo imbalsamato e un'urna di vetro: la leggenda dentro la Cattedrale di Agrigento

Questa immagine ha sempre prodotto un grande fascino. È l'idea ambigua della morte che non muore, del corpo esibito in una quiete eterna che l’occhio ammira

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 18 aprile 2021

La cattedrale di Agrigento

Da nove secoli il centro storico di Agrigento è dominato dalla Cattedrale di San Gerlando che rappresenta, dall’alto del colle su cui si erge, il simbolo dei processi della storia e dell’identità comunitaria.

Anche laddove la città si ritaglia uno spazio d’orizzonte lontano, nella bruttura di alcune cinture di cemento armato che l’assediano, il colle di Girgenti sfugge a tutto e segna il punto più alto e più nobile che la magnificenza delle cose non ha sottratto a un tempo altrimenti triste.

La chiesa sorse per volontà del conte normanno Ruggero d’Altavilla, il cui obiettivo era quello di rivangelizzare la popolazione, sotto il dominio saraceno da oltre due secoli. Affinché ciò avvenisse, gli Altavilla si servirono di figure con doti umane e spirituali eccezionali, come il vescovo Gerlando de Besançon, proprio durante gli anni della prima Crociata.

All’interno della luogo sacro, tra le straordinarie opere artistiche e gli oggetti preziosi carichi di mistero e leggenda, vi è un’urna di vetro con un corpo imbalsamato.



Questa immagine, che pare giungere da un tempo remoto, ha sempre prodotto un grande fascino; in fondo è l’idea ambigua della morte che non muore, del corpo esibito in una quiete eterna che l’occhio ammira e subito fugge.

Deve essere accaduto lo stesso ad Angela Roberto - presidente della sede Archeoclub di Agrigento e giovane donna ostinata a muovere il filo dei simbolismi della microstoria - che scioglie le sue trame d’infanzia rievocando i giorni in cui il nonno materno la conduceva in Cattedrale per raccontarle la leggenda di questa salma così come lui – da bambino – l’aveva sentita dire ai pupari.

Ma di chi è il corpo dentro l’urna?

Come lei stessa riferisce, la versione più accreditata lo vuole appartenente a San Felice martire, ma altre tradizioni vogliono il suo corpo conservato in differenti siti, perciò l’informazione non è mai stata riconosciuta ufficialmente; e del resto ci sono almeno quindici San Felice, e da una ricerca sommaria non si ha traccia di questo santo con riferimento ad Agrigento.

Un'altra leggenda, ed è proprio quella tramandata oralmente attraverso l’Opera dei Pupi, racconta che all’interno dell’urna vi sia Brandimarte, il giovane pagano convertito al cristianesimo che fu paladino di Carlo Magno.

La Cattedrale si fa, quindi, custode di una delle storie d’amore più belle e delicate della prima cristianità, dando tale importanza ai due innamorati da raffigurarli nei listoni lignei laterali del primo soffitto, risalente al 1300 circa, ora custodito al Museo Diocesano. I due personaggi divennero portatori di grandi valori per la comunità cristiana agrigentina e non solo, viaggiando lungo tutta la penisola e tramandando le loro gesta; li troviamo così in due opere fondamentali della letteratura italiana: L’ “Orlando innamorato” di Matteo Maria Boiardo e L’ “Orlando furioso” di Ludovico Ariosto. La storia narrata nei due poemi epico-cavallereschi è pressoché la stessa, salvo variazioni dovute alla tradizione orale della vicenda: Brandimarte e Fiordiligi, dapprima schiavi, crescono insieme a Rocca Silvana, in Toscana, e la fanciulla ha pure dei poteri magici che le permettono di curare un centauro grazie al Fiordaliso (ed è per questo anche chiamata “Fiordalisa”). I due scoprono le loro nobili origini, si convertono e diventano sodali di Orlando. Brandimarte partirà, così, insieme all’esercito cristiano per combattere i nemici saraceni. Ad Agrigento i due innamorati si lasciano per l’ultima volta e si promettono eterno amore, che avrebbe dovuto essere suggellato dal matrimonio, al ritorno del soldato. Purtroppo, l’eroe cade in battaglia a Lampedusa, durante un triplice duello al fianco di Orlando e Oliviero. Il suo uccisore è lo spietato e sanguinario Gradasso. La salma rientra ad Agrigento e viene esposta in Cattedrale, laddove sarebbe ancora per il sommo valore del paladino: caduto in battaglia per difendere la cristianità, sacrificò la vita e lasciò, per sempre, il suo amore terreno. La fedele Fiordiligi, non reggendo al dolore di quella scomparsa, morirà di crepacuore, nella nostalgia di chi piange una felicità inottenibile. Un’altra leggenda della tradizione orale siciliana,che ricorda la storia dei poemi omerici di Patroclo e Achille, narra di Fiordiligi al seguito del suo innamorato a Lampedusa; lì, rubatagli l’armatura, si schiera tre contro tre per far salva la vita al suo innamorato. I saraceni hanno la meglio sui cristiani che perdono un guerriero che ha la mirabile figura di donna, e Brandimarte - stravolto dal dolore per la perdita della sua amata - chiede e ottiene di imbalsamarla e custodirla dentro la Cattedrale di Agrigento, in un’urna vitrea, per il tempo futuro. E non è certo un caso che l’armatura di Brandimarte sia realizzata, dai pupari del XIX secolo, per metà in rame e per metà in ottone o alpacca, come se anche la materia suggerisse una dualità sibillina: saraceno-cristiano, e uomo-donna. Questa storia d’amore senza tempo è stata tramandata oralmente durante i secoli, arricchendosi di particolari a gusto e discrezione della sensibilità “dell’artista”, e in Sicilia proprio tramite l’Opera dei pupi si è fatta portavoce dei valori e delle gesta cavalleresche, fin dalla sua origine custodita tra le mura del centro storico di Agrigento.
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