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Un lago a 1400 metri di quota e un acero tra i più grandi d'Italia: l'Appennino siculo è servito

Siamo in Sicilia, nel cuore del Parco Regionale “Monti Nebrodi”, altrimenti detti Caronie, ed esattamente dalle parti di Monte Soro

Carmelo Sgandurra
Insegnante e divulgatore scientifico
  • 11 ottobre 2021

Un monte dal profilo rassicurante, ricoperto di faggi, che si riflettono sulle rive di uno specchio d’acqua a 1400 metri di quota, l’Appennino è servito. Siamo ancora in Sicilia, nel cuore del Parco Regionale “Monti Nebrodi”, altrimenti detti Caronie, ed esattamente dalle parti di Monte Soro.

Poco più di 1800 metri di altezza, la vetta della catena montuosa è riconoscibile da molto lontano anche perché sovrastata da numerosi ripetitori radiotelevisivi. Il lago in questione è il Maulazzo o Maullazzo, adagiato sulle pendici nordoccidentali di Monte Soro, nel territorio di Alcara Li Fusi, uno dei borghi più caratteristici del parco, da dove è raggiungibile grazie ad una sterrata di circa 15chilometri.

Ma la strada migliore per arrivare è la SS 289 che collega, sui due opposti versanti della catena montuosa, Cesarò e San Fratello. A Portella Femmina Morta uno slargo invita a parcheggiare e la segnaletica dell’Ente gestore, ben evidente, permette di addentrarsi nei boschi e scegliere il proprio itinerario: a ovest i boschi di Troina, a est la strada dei laghi.



Sono sentieri molto frequentati per passeggiate a cavallo, trekking e mountain bike, tre diversi modi di entrare in sintonia con le foreste circostanti. Il percorso per il Maulazzo si sovrappone con un tratto della terza tappa della Dorsale dei Nebrodi, un lungo itinerario che si conclude (o inizia, a seconda dei punti di vista) a Floresta.

Dal parcheggio fino al lago sono circa quaranta minuti di cammino, all’inizio su asfalto, in salita, che diventa sterrato, a tratti lastricato, in discesa, senza pendenze impegnative eccetto l’ultimo strappo. I camminatori avvezzi optano per un percorso più lungo con una deviazione a Monte Soro per perdersi tra esemplari secolari di faggio e di verdissimi agrifogli alla ricerca dell’Acerone, l’appellativo dato ad un vero e proprio monumento vivente.

Un acero montano vecchio di 500 anni, con misure da record, censito tra gli aceri più grandi d’Italia. È alto 24 metri ed ha una circonferenza alla base di oltre 9 metri.

Una recinzione in legno custodiscequesto nodoso patriarca dei boschi ricoperto di muschi e licheni. I bikers amano scalare questi pendii per poi concludere il percorso toccando anche il lago Biviere, altro bacino sfiorato dalla Dorsale, prima di chiudere l’anello tornando sul Maulazzo. I toponimi del circondario sono davvero curiosi, a volte sembrano voler scoraggiare il viandantealla loro frequentazione, la già citata Femmina Morta, il Malo Passo, il torrente Inganno, evocanoun passato in cui la montagna era soprattutto sacrificio.

Altre volte preludono ad atmosfere bucoliche, come Sollazzo verde, il nome della immensa faggeta che ammanta Monte Soro. Infine i toponimi più curiosi, come Portella Calacudera, contrada Spilisana, e lo stesso Maulazzo nomi che solo pochi anziani sono ormai capaci di decifrare e di cui si rischia di perdere il significato.Si giunge al lago dopo avere attraversato l’ultimo tratto di boscaglia, il colpo d’occhio è di quelli che rimane impresso nella memoria per lungo tempo. Davvero è il paesaggio che non ti aspetti, bisogna fermarsi un attimo per realizzare dove ci troviamo. Una escursione per boschi è sempreun’esperienza appagante, i colori, le fioriture, i suoni, l’atmosfera, rimangono impressi nel tempo.

Ma la presenza di corsi o specchi d’acqua da raggiungere sono indubbiamente la felice conclusione di qualsiasi camminata. Per dirla tutta il Maulazzo è un bacino artificiale, il frutto di un intervento recente, risale infatti agli anni 80. Ma la Sicilia non è una terra di laghi, sono veramente pochi quelli di origine naturale.

Nelle vecchie carte IGM si può trovare il Pizzo Maulazzo, separato da Monte Soro da un vallone che oggi è occupato daquesto placido specchio d’acqua, nato grazie alla costruzione di una digada parte della Forestale. Non è un’opera fortemente impattante, si scorge appena, e nasce per allentare la pressione dei pascoli sulle faggete e favorirli più a valle. Ma per la sua bellezza, per il contesto pregevole in cui si trova, per la facilità con cui lo si può raggiungere, è diventato una delle principali attrazioni del Parco Regionale più vasto dell’Isola, un vero richiamo in tutte le stagioni.

L’autunno è il tempo del foliage e i boschi di caducifoglie offrono spettacoli dai colori le cui sfumature cambiano nel volgere di una giornata. I più pragmatici non disdegnano di imbattersi in funghi commestibili. Con l’inverno arriva frequentemente la neve, è il momento delle ciaspolate.

Alcuni giorni l’anno, quando le temperature scendono sotto lo zero, lo specchio d’acqua si può trovare totalmente ghiacciato. È forse la cartolina più atipica di una Sicilia che esiste realmente. La bella stagione naturalmente è quella delle fioriture, delle lunghe giornate tiepide in cui si viene alla ricerca di una radura ombrosa anche solo per un picnic.

Gli amanti del bivacco, e se ne incontrano numerosi, anche stranieri, si fermano qui per piazzare la tenda sotto un cielo luminoso di miliardi di stelle. La presenza di un fontanile, generoso di acqua freschissima, permette di cucinare, rinfrescarsi e approvvigionarsi prima di ripartire per un’altra tappa tra le montagne del nostro Appennino siciliano.
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