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Dario Aita ci restituisce il nostro Battiato: "Il lungo viaggio" nella vita del maestro

La recensione di Balarm del film sul celebre cantautore. Un approccio che si concentra su un periodo preciso della sua vita, volta alla costante ricerca di sé. Ve lo raccontiamo

Tancredi Bua
Giornalista
  • 30 gennaio 2026

Una cosa che accade spesso, ancora oggi, quando un regista decide di raccontare la vita di una figura realmente esistita, sia essa un personaggio storico, un musicista o un altro genere d’artista, è l’afferrare un metaforico quadernetto su cui cominciare a segnare date ed eventi che saranno poi sovrapposti e compressi l’uno con l’altro per fare sì che nelle canoniche due ore di durata del film ci entri tutto, dal primo vagito all’ultimo sguardo sul mondo.

Senza che questo, quando partono i titoli di coda, ci abbia detto nulla del senso del cammino del personaggio, della sua evoluzione. Non è il caso, per fortuna, di “Franco Battiato – Il lungo viaggio”, il film di Renato De Maria, prodotto da Rai Cinema e Casta Diva, che arriva dal 2 febbraio nelle sale per Nexo Studios, con un evento speciale che abbraccia anche la giornata di martedì 3 e mercoledì 4. In seguito il film andrà in onda su Rai 1 in prima serata.

L’approccio che la sceneggiatrice, Monica Rametta, e il regista hanno voluto dare a “Il lungo viaggio” li ha visti concentrarsi su un periodo preciso della vita del cantautore di “La cura” e “Voglio vederti danzare”, curandosi prima di seminare e poi di far fiorire alcuni dei germogli che le canzoni di Battiato videro sbocciare: la costante ricerca di sé, l’irrisolta domanda “Io chi sono?”, l’ascesi come tentativo di dare questa risposta, e il progressivo avvicinarsi a questa come motivo centrale dell’esistenza del singolo.

“Il lungo viaggio” non se ne sarebbe fatto nulla di raccontare i primi giorni di Battiato a Milano, al fianco di Giorgio Gaber, o di approfondire il periodo della sua carriera che va dalla fine degli anni Novanta alle sue ultime tournée: era più importante portare il suo pubblico fra le pagine dei testi del mistico Gurdjieff, che portarono a loro volta Battiato a una completa svolta personale (e di riflesso musicale), dentro il suo rapporto con la madre Grazia e con l’amica scrittrice Fleur Jaeggy.

Dario Aita veste i panni di Franco Battiato in uno stato di grazia che non sconfina mai nell’imitazione, e sarebbe stato facile farlo, in un Paese in cui da anni la voce del cantautore viene spesso confusa con quella delle caricature che ne faceva in radio Rosario Fiorello o nell’omaggio. Aita, dal primo all’ultimo minuto, riesce a restituire un Battiato ora ironico, ora pietrificato dall’orrore, ora sagace, ora polemico, con una naturalezza e un lavoro filologico, di cui grande merito va dato anche al regista e al resto della squadra che ha lavorato in pre-produzione, che è raro vedere in un attore italiano.

Al suo fianco, creano un contrappunto bilanciatissimo Elena Radonicich (nel ruolo di Fleur Jaeggy, tra le altre cose moglie dello scrittore ed editore Roberto Calasso) e Simona Malato (nel ruolo della madre, Grazia Patti). Spicca poi una giostra di camei gestiti sapientemente: da Ermes Frattini che interpreta l’amico di Battiato, Juri Camisasca (l’autore di “Nomadi”), a Nicole Petrelli che interpreta la cantautrice palermitana Giuni Russo (per cui Battiato scrisse, fra le altre, “Un’estate al mare”) e Giulio Forges Davanzati che si trasforma nel musicista Giusto Pio.

La fotografia di Sara Purgatorio è in grado di restituire lo spaesamento del giovane Battiato in una Milano grigia e militare, così come la maestosità degli esterni siciliani, su tutti lo sterminato Jonio e il poderoso Etna che spesso Battiato visitava – se non a piedi, in sogno. La selezione della canzoni punta chiaramente, almeno dalla seconda metà in poi, al lato del cantautore più noto al grande pubblico, ma anche lì non c’è nessun effetto “compilation veloce”, e anzi spesso l’orecchio dei fan più attenti sarà soddisfatto da accenni a brani meno conosciuti (di cui non vogliamo fare spoiler).

Stupisce ancora una volta il fatto che tutte le canzoni della colonna sonora siano state cantate da zero proprio da Dario Aita, e la sua voce è stata davvero in grado di restituire la timbrica e la ricerca che Battiato voleva compiere con “E ti vengo a cercare” o “L’era del cinghiale bianco”. “Franco Battiato – Il lungo viaggio” ha il grande pregio di aprire al pubblico della televisione generalista, quello a cui il film approderà dopo il passaggio in sala, un lato del cantautore di Milo che è difficile cogliere se si ascoltano superficialmente brani come “Nomadi” o “La stagione dell’amore”, cioè il tentativo di ascesi come ricerca più profonda di sé e, di conseguenza, del proprio posto nel mondo, o nello schema più vasto che è l’universo.

È un tema che viene raccontato senza didascalicismi né retoriche, e soprattutto senza calcare troppo la mano, lasciando che le domande possano sorgere in maniera spontanea nel pubblico, così come, possibilmente, più di cinquant’anni fa sorsero in un giovane Franco Battiato.
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