Un'antica Spa sotto via Roma: riparte il progetto di restauro dei "Bagni Cobianchi"
Sotto le luci della ribalta e il peso simbolico del Teatro Biondo, Palermo conserva una delle sue storie più sorprendenti e meno conosciute. "A breve il via ai lavori"
Sotto il rumore continuo di via Roma, sotto le luci della ribalta e il peso simbolico del Teatro Biondo, Palermo conserva una delle sue storie più sorprendenti e meno conosciute. Non un reperto archeologico in senso stretto, ma un frammento concreto di modernità urbana: i Bagni Cobianchi.
Un luogo nato per rispondere a un bisogno essenziale – l’igiene personale – quando la maggior parte delle case ne era ancora priva, e che racconta una città capace di pensarsi come organismo collettivo, fatto di servizi, spazi condivisi e cura del corpo. Attivi dal 1928 fino ai primi anni Settanta, i Bagni Cobianchi non erano semplici bagni pubblici. Erano un vero e proprio microcosmo sotterraneo: docce e vasche divise per classi, ma anche parrucchiere, barbiere, manicure, lavanderia, stireria, deposito bagagli, telefonia urbana e interurbana, sala di scrittura e persino biglietteria ferroviaria.
Un’idea di città che oggi definiremmo “servizi integrati”, incastonata nel sottosuolo della nuova via Roma, l’asse su cui la Palermo del primo Novecento costruiva la propria immagine moderna ed europea. La collocazione sotto il Teatro Biondo aggiunge un ulteriore livello di lettura. Cultura “in superficie” e vita quotidiana sottoterra convivono nello stesso isolato, restituendo l’immagine di una città stratificata, dove l’arte e l’igiene, il teatro e i servizi, non erano mondi separati. È proprio da questa consapevolezza che parte il racconto di Roberto Alajmo, che quei luoghi li ha conosciuti da vicino, ricoprendo dal 2014 al 2018 la carica di Direttore artistico del Teatro Biondo.
La scoperta non è stata improvvisa, ma il sopralluogo ha lasciato un segno profondo: «Che ci fossero i Bagni sotto la facciata del Biondo si sapeva, tanto che nel corso dei decenni erano stati abbondantemente saccheggiati degli arredi e dei decori in stile Liberty. La prima volta che ho fatto un sopralluogo- aggiunge Alajmo - ho provato un misto di stupore e delusione. Stupore per una civiltà scomparsa, dove alla mancanza di acqua corrente nelle case si sopperiva andando ai bagni pubblici, pur di non rinunciare all’igiene personale. E delusione, perché lo stato del luogo trasmetteva un senso di grande desolazione».
Quel senso di desolazione è oggi uno dei nodi centrali della riflessione sui Bagni Cobianchi: non solo ciò che sono stati, ma ciò che potrebbero tornare a essere. La loro esistenza, sotto uno dei teatri simbolo della città, modifica anche il racconto identitario del Biondo stesso, arricchendolo di una dimensione meno visibile ma altrettanto significativa: «Da un punto di vista storico la presenza del Cobianchi è un arricchimento, di sicuro. Entrambi, bagni e teatro, - dichiara il giornalista e scrittore - risalgono a un’epoca che, a torto o a ragione, viene considerata felice, per Palermo. Però è anche vero che la struttura stretta e lunga, che corre sotto tutta la facciata dell’isolato, da un capo all’altro, la rende difficile da utilizzare con una finalità legata al teatro stesso. Forse potrebbe essere solo uno spazio espositivo».
Negli anni, attorno a questi spazi sotterranei si è acceso più volte un confronto sul loro possibile recupero. Un dibattito che coinvolge istituzioni culturali, amministrazione pubblica e società civile, ma che si scontra con problemi strutturali e decisionali ben noti alla città: «Se ne è parlato a suo tempo, molto, e ancora mi risulta che se ne parli. Credo che ci sia un progetto di recupero. Però – dichiara Alajmo- resta da superare lo scoglio della destinazione d’uso, che è poi quello su cui vanno a infrangersi tutti i migliori restauri architettonici. Davvero ci vorrebbe un dialogo inter-istituzionale, ma non so in realtà se questo è possibile in una città come è Palermo, oggi».
Per approfondire la visione culturale e urbanistica che ha accompagnato le discussioni su questi spazi e il loro destino, abbiamo rivolto quindi alcune domande a Giovanni Puglisi, presidente del Teatro Biondo e della fondazione Andrea Biondo, per approfondire il valore storico, urbanistico e culturale dei Bagni Cobianchi, il loro ruolo nel contesto della Palermo tra le due guerre, il significato del sottosuolo come archivio della memoria collettiva e le prospettive di recupero e musealizzazione.
In particolare quale sia la visione culturale e urbanistica immaginata all’epoca per i Bagni Cobianchi, quale funzione pubblica avrebbero dovuto assumere e quali siano state le ragioni che hanno portato all’arresto dei programmi di recupero, oltre a capire se oggi esiste una possibilità concreta di restituire questi spazi alla città. La sua risposta è stata chiara e orientata al futuro: «Guardi, io devo dire che possiamo parlare al presente guardando al futuro, perché il progetto si è ripreso in pieno, sta andando avanti e a breve annunceremo l’inizio dei lavori di restauro del Cobianchi, grazie anche al contributo e all’apporto della Sovrintendenza alle Belle Arti della Regione Siciliana». Puglisi aggiunge però che si riserva di dare i particolari «nel momento più opportuno». Notizie sul progetto e sui lavori che arriveranno «molto presto», conclude Puglisi.
Si completa così il racconto di questa realtà sotterranea, ampliando lo sguardo dal caso specifico del Teatro Biondo a una riflessione più ampia sulla città, sulle sue stratificazioni e sulla responsabilità contemporanea di riconoscere e valorizzare questi luoghi invisibili. Oggi i Bagni Cobianchi restano sepolti sotto l’asfalto e la dimenticanza, come un fossile urbano che continua però a parlare a chi è disposto ad ascoltare. Non sono soltanto un residuo architettonico Liberty, ma la traccia di una Palermo che investiva nei servizi pubblici come segno di civiltà, che guardava all’Europa e sperimentava modelli avanzati di vita urbana. Recuperarli significherebbe riportare alla luce non solo uno spazio, ma un’idea della città di Palermo: condivisa, moderna, sorprendentemente attuale.
Un luogo nato per rispondere a un bisogno essenziale – l’igiene personale – quando la maggior parte delle case ne era ancora priva, e che racconta una città capace di pensarsi come organismo collettivo, fatto di servizi, spazi condivisi e cura del corpo. Attivi dal 1928 fino ai primi anni Settanta, i Bagni Cobianchi non erano semplici bagni pubblici. Erano un vero e proprio microcosmo sotterraneo: docce e vasche divise per classi, ma anche parrucchiere, barbiere, manicure, lavanderia, stireria, deposito bagagli, telefonia urbana e interurbana, sala di scrittura e persino biglietteria ferroviaria.
Un’idea di città che oggi definiremmo “servizi integrati”, incastonata nel sottosuolo della nuova via Roma, l’asse su cui la Palermo del primo Novecento costruiva la propria immagine moderna ed europea. La collocazione sotto il Teatro Biondo aggiunge un ulteriore livello di lettura. Cultura “in superficie” e vita quotidiana sottoterra convivono nello stesso isolato, restituendo l’immagine di una città stratificata, dove l’arte e l’igiene, il teatro e i servizi, non erano mondi separati. È proprio da questa consapevolezza che parte il racconto di Roberto Alajmo, che quei luoghi li ha conosciuti da vicino, ricoprendo dal 2014 al 2018 la carica di Direttore artistico del Teatro Biondo.
La scoperta non è stata improvvisa, ma il sopralluogo ha lasciato un segno profondo: «Che ci fossero i Bagni sotto la facciata del Biondo si sapeva, tanto che nel corso dei decenni erano stati abbondantemente saccheggiati degli arredi e dei decori in stile Liberty. La prima volta che ho fatto un sopralluogo- aggiunge Alajmo - ho provato un misto di stupore e delusione. Stupore per una civiltà scomparsa, dove alla mancanza di acqua corrente nelle case si sopperiva andando ai bagni pubblici, pur di non rinunciare all’igiene personale. E delusione, perché lo stato del luogo trasmetteva un senso di grande desolazione».
Quel senso di desolazione è oggi uno dei nodi centrali della riflessione sui Bagni Cobianchi: non solo ciò che sono stati, ma ciò che potrebbero tornare a essere. La loro esistenza, sotto uno dei teatri simbolo della città, modifica anche il racconto identitario del Biondo stesso, arricchendolo di una dimensione meno visibile ma altrettanto significativa: «Da un punto di vista storico la presenza del Cobianchi è un arricchimento, di sicuro. Entrambi, bagni e teatro, - dichiara il giornalista e scrittore - risalgono a un’epoca che, a torto o a ragione, viene considerata felice, per Palermo. Però è anche vero che la struttura stretta e lunga, che corre sotto tutta la facciata dell’isolato, da un capo all’altro, la rende difficile da utilizzare con una finalità legata al teatro stesso. Forse potrebbe essere solo uno spazio espositivo».
Negli anni, attorno a questi spazi sotterranei si è acceso più volte un confronto sul loro possibile recupero. Un dibattito che coinvolge istituzioni culturali, amministrazione pubblica e società civile, ma che si scontra con problemi strutturali e decisionali ben noti alla città: «Se ne è parlato a suo tempo, molto, e ancora mi risulta che se ne parli. Credo che ci sia un progetto di recupero. Però – dichiara Alajmo- resta da superare lo scoglio della destinazione d’uso, che è poi quello su cui vanno a infrangersi tutti i migliori restauri architettonici. Davvero ci vorrebbe un dialogo inter-istituzionale, ma non so in realtà se questo è possibile in una città come è Palermo, oggi».
Per approfondire la visione culturale e urbanistica che ha accompagnato le discussioni su questi spazi e il loro destino, abbiamo rivolto quindi alcune domande a Giovanni Puglisi, presidente del Teatro Biondo e della fondazione Andrea Biondo, per approfondire il valore storico, urbanistico e culturale dei Bagni Cobianchi, il loro ruolo nel contesto della Palermo tra le due guerre, il significato del sottosuolo come archivio della memoria collettiva e le prospettive di recupero e musealizzazione.
In particolare quale sia la visione culturale e urbanistica immaginata all’epoca per i Bagni Cobianchi, quale funzione pubblica avrebbero dovuto assumere e quali siano state le ragioni che hanno portato all’arresto dei programmi di recupero, oltre a capire se oggi esiste una possibilità concreta di restituire questi spazi alla città. La sua risposta è stata chiara e orientata al futuro: «Guardi, io devo dire che possiamo parlare al presente guardando al futuro, perché il progetto si è ripreso in pieno, sta andando avanti e a breve annunceremo l’inizio dei lavori di restauro del Cobianchi, grazie anche al contributo e all’apporto della Sovrintendenza alle Belle Arti della Regione Siciliana». Puglisi aggiunge però che si riserva di dare i particolari «nel momento più opportuno». Notizie sul progetto e sui lavori che arriveranno «molto presto», conclude Puglisi.
Si completa così il racconto di questa realtà sotterranea, ampliando lo sguardo dal caso specifico del Teatro Biondo a una riflessione più ampia sulla città, sulle sue stratificazioni e sulla responsabilità contemporanea di riconoscere e valorizzare questi luoghi invisibili. Oggi i Bagni Cobianchi restano sepolti sotto l’asfalto e la dimenticanza, come un fossile urbano che continua però a parlare a chi è disposto ad ascoltare. Non sono soltanto un residuo architettonico Liberty, ma la traccia di una Palermo che investiva nei servizi pubblici come segno di civiltà, che guardava all’Europa e sperimentava modelli avanzati di vita urbana. Recuperarli significherebbe riportare alla luce non solo uno spazio, ma un’idea della città di Palermo: condivisa, moderna, sorprendentemente attuale.
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