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Un tempo in cui tutto era concesso: "I giorni della vampa" visti dal bimbo Gaspare

Che fosse inverno o estate, alle sette di sera, cascasse il mondo, Gaspare doveva tornare a casa ma il periodo delle Vampe faceva eccezione, soprattutto se era serata di guardia

  • 19 marzo 2019

Una delle tradizionali vampe di San Giuseppe

«Lo sai perché si dà fuoco alle Vampe?» chiese suo nonno Gaspare fece schioccare la lingua e alzò la testa. Non lo sapeva.

«In un paese lontano» disse l'anziano «Il diciannove marzo, il giorno di San Giuseppe, che non era ancora San Giuseppe, perché i calendari non esistevano e il santo non era ancora nato, le donne del villaggio si radunavano e aspettavano al buio l'arrivo degli uomini». Gaspare muto.

«Avrebbero acceso loro la Vampa. Poi tutti insieme, uomini e donne, avrebbero ballato attorno al fuoco, per festeggiare la morte del Re Oscuro, il Vecchio Sole, e la nascita del Sole Bambino. Era inverno, c'era ancora freddo, però il fuoco li avrebbe riscaldati, la primavera sarebbe arrivata presto».

Era ildiciassette marzo, due giorni dopo i palermitani avrebbero mangiato pasta con le sarde con una spolverata di mollica abbrustolita, e acceso grandi falò: le Vampe. Decine in tutta la città, ogni rione ne aveva una.

Gaspare e gli altri ragazzi del quartiere, per mesi, avevano raccolto tronchi, rami, mobili vecchi, cassette della frutta, tutto ciò che potesse prendere fuoco, meglio se di legno.

Non si giocava più a pallone, né si andava in giro in bici: finita la scuola ci s'incontrava e si andava a caricare rami. Se la legna era rubata, prenderla e trasportarla era un gesto di coraggio, che sarebbe stato raccontato infinite volte. Non si rendevano conto che in quei giorni tutto era loro permesso: vivevano in uno statuto particolare, non erano perseguibili.

Qualche cane di guardia rincorreva i malcapitati, ma dopo poco si placava e tornava indietro, come se anche lui sapesse che agivano a fin di bene, e più alta sarebbe stata la Vampa, più grazie sarebbero state concesse dal santo barbuto.

Gli adulti collaboravano al trasporto, alcuni regalavano fascine dalle loro campagne, altri davano i resti di potature di uliveti e mandorleti, tutti ci tenevano a precisare che ai loro tempi le Vampe erano molto più alte.

Sia che fosse inverno o estate, alle sette di sera, cascasse il mondo, Gaspare doveva tornare a casa. Il periodo delle Vampe faceva eccezione, soprattutto se era serata di guardia. La legna raccolta, infatti, doveva essere sorvegliata, i ragazzi degli altri quartieri potevano rubarla o, peggio, darle fuoco.

La guardia durava fino alle dieci-dieci e mezza, poi il pericolo sembrava scampato, anche se uno stato d'ansia accompagnava tutti fino al mattino successivo.

Il diciassette marzo i ragazzi si ritrovarono al centro del campetto di calcio che pendeva da un lato, per decidere chi dovesse compiere l'ultima guardia.

«Chi rimane stasera?» Chiese Giosuè, che era il capo per età e attitudine. Gaspare era l'unico che sapeva che il Sole Bambino per nascere avrebbe dovuto aspettare che la Vampa venisse accesa. «Io» disse. «Gli faccio compagnia io» fece un altro ragazzino.

La sera del diciassette marzo, avrebbero fatto la guardia alla catasta di legna accumulata a qualche decina di metri da un campetto di calcio, Gaspare Cardella e Lillo Geremia.

Dopo mezz'ora che avevano preso posizione sentirono un parlottio: poche battute concluse da una risata smorzata. Geremia mise l'indice davanti la bocca e fece segno con il capo a Gaspare.

«Amunì». Due ragazzi armeggiavano accovacciati con una bottiglia di plastica in mano. Appena Gaspare li vide, rimase paralizzato. Quando i due si accorsero di essere stati scoperti presero a indietreggiare. Geramia li raggiunse e gli si posizionò davanti.

«E voi chi minchia siete?». Non ebbe finito di chiedere, che il suo braccio era già partito. Colpì il primo con uno schiaffo tanto violento da sbilanciarlo e farlo cadere, si girò verso l'altro e gli bloccò in una morsa l'orecchio. Stringendo, lo fece inginocchiare, gli strappò la bottiglia di plastica dalle mani e gliela vuotò addosso. Prese l'accendino.

Non lo avrebbe fatto, faceva cose da pazzo, ma non era pazzo. Gaspare sperava di poter bloccare lo scorrere del tempo, perché sapeva che non sarebbe riuscito a fermare Geremia, non sarebbe riuscito a muovere nessun muscolo.

Se avesse potuto scegliere un superpotere, non avrebbe scelto di essere invisibile o di poter volare, avrebbe scelto proprio di essere in grado di bloccare il tempo. La fiammella illuminava il volto di Geremia.

«Ora conterò fino a dieci - disse - Uno, due, tre...».

Brano tratto da “I giorni della vampa” di Gioacchino Lonobile (edizioni il Palindromo, 2016).

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