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Una "nuova" scuola a Palermo che va oltre i banchi: il metodo vincente di Aurora Fumo

Sei ore al giorno sui banchi, nozioni impartite in modo asettico: oggi molti ragazzi credono che la scuola sia solo questo, ma per Aurora Fumo non è così. L'intervista

Nicoletta Sanfratello
Studentessa di Lettere classiche
  • 3 giugno 2026

Aurora Fumo

Sei ore al giorno sui banchi, nozioni su nozioni impartite in modo asettico, senza coinvolgimento, programmi infiniti e difficili da memorizzare, con argomenti che nulla hanno a che fare con il mondo fuori dalla finestra: oggi molti ragazzi credono che la scuola sia questo e nient’altro.

Quello che ne esce fuori sono spesso giovani tecnicamente istruiti ma disorientati: bravi a memorizzare, meno bravi a cooperare, a scegliere, a trovare il proprio posto nel mondo.

È da questo tipo di consapevolezza, maturata nel corso di un’esperienza trentennale, che Aurora Fumo, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Politeama di Palermo, ha scelto di prendere del tempo e dedicarlo alla ricerca, per trovare un metodo di insegnamento che potesse veramente permettere agli studenti di imparare qualcosa di più che gli argomenti da ripetere alle interrogazioni.

Ha iniziato così ad approcciarsi sin dai banchi di scuola ad un tipo di apprendimento che li metta al centro, permettendogli non solo di sviluppare le cosiddette soft skills, ma anche di entrare a contatto con enti altri e apprendere facendo.

Da questa frattura nasce dunque il metodo CLIS (Cooperation, Learning, Inclusion, Service), il metodo che la professoressa Fumo ha costruito, studiato e testato sul campo, nell’ambito di un dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Palermo.
La ricerca, svolta presso l’Istituto Comprensivo Scinà-Costa di Palermo, ha avuto come protagonisti gli studenti di alcune classi terze dell’istituto e le loro famiglie.

«Prima dell’esperienza da dirigente scolastico, sono stata docente di scuola primaria e ho attraversato tutti gli strati sociali della città – racconta a Balarm Aurora Fumo. Ho insegnato in tutti i quartieri: dalla Vucciria all’Albergheria, passando per Politeama e piazza Croci. In questo modo sono riuscita a venire a contatto con le varie esigenze, tutte differenti, degli studenti della città.

La conclusione a cui sono arrivata è che ormai, in questo mondo così complesso e difficile l’apprendimento deve essere personalizzato per tutti. Non sono soltanto i ragazzini “difficili” ad aver bisogno di un approccio metodologico curato e personalizzato, per tutti è così. Anche quelli etichettati come “normodotati”, restano ragazzi che hanno comunque delle esigenze emotive, affettive e relazionali.

Mi sono convinta che bisognava fare qualcosa: dopo aver insegnato, diretto le scuole ed essere entrata in contatto con le esigenze dei ragazzi mi sono resa conto che la scuola può anche fallire, mi è venuto il desiderio di staccare e prendermi uno spazio per la sperimentazione e la ricerca, definendo un paradigma che potesse dare veramente qualcosa ai ragazzi».

Il metodo maturato in questo tempo dedicato alla ricerca, il CLIS, si articola su tre assi: migliorare l’apprendimento, rafforzare la cooperazione tra pari attraverso gruppi eterogenei, sviluppare quella che la professoressa chiama “cittadinanza attiva e solidale”.

«L’obiettivo principale della ricerca era creare un metodo che veramente potesse garantire l’inclusione di tutti gli studenti. Quando parliamo di inclusione, infatti, dobbiamo intenderla globale: che non si occupi solo dei ragazzi BES (con bisogni educativi speciali) o dei ragazzi disabili, ma di tutti, anche dei cosiddetti “gifted” o dei cosiddetti “alunni fantasma” e i cosiddetti “normodotati”.

Serve mettere al primo posto il benessere personale, sociale ed emotivo dei ragazzi, se no non si va da nessuna parte. La scuola fallisce se fallisce nella relazione educativa.

Proprio da questo principio mi sono chiesta come si potesse raggiungere l'inclusione per tutti, raggiungendo anche le esigenze più differenziate. Allora ho strutturato un metodo che punta a valorizzare il successo formativo: l’apprendimento».

Era necessario, per la professoressa Fumo, andare oltre la comune percezione di inclusione e favorendo così un reale apprendimento da parte degli studenti: «Può capitare che si riducano le attività dal punto di vista dell’apprendimento. Ad esempio, può capitare che se un docente sa di dover lavorare con un alunno disabile riduca automaticamente la sua offerta formativa, anche se non è vero che non si può lavorare con tutti i ragazzi con disabilità in assoluto, ma serve semplicemente trovare il modo».

Per raggiungere questo tipo di apprendimento più complesso, il CLIS prevede come metodo la divisione degli studenti in gruppi di lavoro: «È importante far lavorare in gruppo i ragazzi sin da subito. Serve creare dei gruppi eterogenei: un ragazzino che è più bravo a coordinare, uno che è più bravo a disegnare. In questo modo si distribuiscono le competenze, favorendo anche la creazione di rapporti tra pari, e l’apprendimento tra pari, garantendo sia il successo formativo ma anche costruendo la capacità dei ragazzi di relazionarsi tra loro.

Un’altra cosa importantissima, che è quella a cui personalmente tengo di più, è lo sviluppo di quello che oggi si chiama "service learning": la cittadinanza attiva e solidale, improntata alla legalità, aperta al territorio, che metta i ragazzi nell’ottica di sviluppare anche una responsabilità sociale».

Il modo per sviluppare questa attitudine passa con gli enti esterni alla scuola, come associazioni, genitori e il territorio circostante, organizzando laboratori anche fuori dalla scuola che aiutino i ragazzi a conoscere il contesto in cui si trovano e imparare toccando con mano gli argomenti di cui trattano i libri di testo, che spesso sono percepiti come astratti e lontani.

Durante la ricerca tenuta presso l’Istituto Comprensivo Cinà-Costa di Palermo, gli studenti e le loro famiglie hanno avuto modo di rodare questo metodo con attività, coinvolgendo enti diversi. «Con le attività laboratoriali che vengono svolte, i ragazzi non solo acquisiscono delle competenze, ma riescono anche a restituirle sottoforma di servizi per la comunità.

Ad esempio, abbiamo svolto un'attività a Palazzo Abatellis, dove abbiamo lavorato sul Trionfo della Morte (affresco di un autore ignoto, ndr). Era per noi importante tirare fuori dei valori da questo lavoro: la consapevolezza che siamo tutti uguali, che la morte colpisce tutti indiscriminatamente, l’importanza della giustizia, della solidarietà e via dicendo.

Questa attività è stata portata avanti insieme ai genitori, ai docenti, al gruppo di ricerca, ma anche da UTLE (Università Europea del Tempo Libero) di Palermo, che è rappresentata soprattutto da anziani, lavorando sulla creazione di un rapporto intergenerazionale.

Durante la visita didattica abbiamo vissuto lo spazio del museo, siamo riusciti ad abbattere le pareti della scuola, andando a fare attività didattica, seduti a terra, in cerchio, e i ragazzi sono diventati dei veri esperti di quest’opera».

La seconda fase del momento di apprendimento sta nel riportare le competenze acquisite nella comunità, rendendo un servizio utile: «Hanno restituito queste competenze acquisite anche grazie ad un’associazione esterna – continua la professoressa Fumo -, andando in una casa di riposo. Lì hanno parlato del museo ed è stato uno scambio intergenerazionale bellissimo».

Importante per far girare al meglio gli ingranaggi del metodo CLIS il contributo dei genitori, che oltre ad essere presenti e seguire i momenti laboratoriali dedicati ai figli, vengono formati anche loro: «I genitori partecipano a tutti gli effetti all’attività didattica, un’altra associazione esterna si sta occupando della formazione sia di docenti che di genitori. Con questo metodo possiamo realmente mettere in piedi una co-progettazione, insieme a famiglie e docenti».

Non sono mancate neanche le attività svolte all’interno dell’istituto: «Abbiamo costruito un angolo all’interno della scuola, aperto a tutte le altre classi, basandoci su alcuni valori che abbiamo estrapolato dalla lettura del "Piccolo Principe". I ragazzini alla fine del ciclo didattico devono sempre restituire quello che hanno imparato alla comunità».

La ricerca è stata integrata con delle osservazioni, i risultati sono stati tabulati e i primi mostrano un incremento sull’apprendimento, sulla cooperazione, sullo sviluppo di cittadinanza attiva e solidale.

«Per me, sviluppo di cittadinanza attiva e solidale, vuol dire sviluppo di responsabilità sociale, capacità di trovare il proprio posto nel mondo, è un modo per applicare i contenuti teorici ai contesti reali, insegnare ai ragazzi a trovare un porto nella loro città, nel loro quartiere. Questo lo si fa attivando soprattutto delle relazioni, che purtroppo sono quelle che vengono a mancare.

Oggi si punta sull’apprendimento trasmissivo di questi programmi infiniti, producendo ragazzi che dal punto di vista pratico, etico, sociale e civile non hanno competenze reali.

Crescere dei ragazzi con questo metodo di apprendimento, che permette di inventare delle possibilità per conoscere la propria realtà tessendo contatti con associazioni esterne, andando nei musei, rappresenta una grande occasione. Da un lato - conclude - permette loro di conoscere meglio la città, dall’altro di mettere in atto delle scelte consapevoli. Questo è un metodo che prepara a tutti gli effetti alla vita reale, alla costruzione di una identità, io lo chiamo "sviluppo personale e sociale"»
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