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Viaggio nel Monastero di Messina: perché San Filippo d'Agira viene detto "u niuru"

Il Monastero di San Filippo d'Agira è uno di quei luoghi di inaccessibilità mistica dove regna il silenzio delle fede, ma è solo una falsa rappresentazione della realtà

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 23 maggio 2020

La statua lignea di San Filippo D'Agira (foto Facebook)

Mestamente adagiato su sé stesso, qualunque sia il punto da cui lo si veda, il Monastero di San Filippo d’Agira sembra sorgere in mezzo al nulla; come se la pietra avesse scelto di venire a galla dalla quiete frondosa di una natura arcaica.

Uno di quei luoghi di inaccessibilità mistica dove il silenzio delle fede regna appartato dalla mondanità. E invece no. O meglio, pare sia così schivo, ma è solo un inciampo della percezione, una falsa rappresentazione della realtà. Il Monastero è lì, a un tiro di passo da Messina, deuteragonista silenzioso di una città che vive ancora all’ombra del suo terremoto.

Fu eretto attorno alla grotta che si ritiene sia stata abitata intorno al VII-VIII secolo d. C. da San Filippo d’Agira, un sacerdote della Tracia, che, approdato in Sicilia, conquistò fama di taumaturgo con la pratica degli esorcismi e la cura degli ammalati. Un asceta inquietante, Filippo d’Agira, sorta di Rasputin balcanico che il sole torrido dell’isola approssima a Dio.



Fondato nell’anno 1145, secondo un diploma di Ruggero I che lo dichiarava esente da ogni potere ecclesiastico, il Monastero era considerato il più bello di tutta la Sicilia. I Normanni, che volevano ricristianizzare quei territori assicurandoli al proprio controllo, fecero costruire venti monasteri basiliani e alcuni benedettini, affidando ai monaci, soprattutto di fede ortodossa, il compito delle conversioni religiose.

Nell’area del complesso, la grotta è alle spalle della chiesa, scavata sull’affioramento di arenaria in cui sorge il monastero; e lì visse San Filippo d’Agira, dopo avere ricevuto gli ordini sacerdotali a Roma. Tra l’anno 1328 e il 1336 sono documentate numerose visite dell’archimandrita del San Salvatore Ninfo al monastero, che godette di numerosi privilegi.

A conferma di ciò il Bonfiglio scrive, nella sua opera Messina Nobilissima (1606), di «un’abbazia che per bellezza e comodità di stanze, per frescura di giardini e fontane, per l’aere salubre, è tenuta per il più bel luogo, tra le altre abbadie di S. Basilio in Sicilia».

Il luogo ha grande valore spirituale e conserva tracce ineffabili del Santo, che, ricevuto il diaconato a ventuno anni e inviato come sacerdote dal Papa per evangelizzare la Sicilia, si era stabilito ad Agira, svolgendo con fervore il suo ministero. Operava miracoli e liberava gli ossessi, fino alla sua morte un 12 maggio dell’XIII secolo, all’età di 63 anni. La sua fede lasciò un’impronta indelebile in tutta la Sicilia, venerato non soltanto ad Agira ma anche a Calatabiano ed ad Aci San Filippo.

Sempre più schivo, di un malanno che nessuna fede cura, il Monastero si presenta in uno stato fatiscente, per gran parte crollato e non accessibile. Non mancano, a un’indagine minuziosa, alcune aree d’interesse certo, come la cripta agibile da scalette poste nel centro del cortile, le vecchie lavanderie, un frantoio, il giardino interno e poi la grotta: al suo interno vi sono ancora i poggiacandele scavati nella roccia e un tunnel stranamente murato dopo pochi metri. Fin qui nulla di strano.

Accadde però, alcuni anni fa, che dei ragazzi entrati per visitare il posto, da dentro la grotta sentirono dei passi lungo il cortile, e pur non vedendo nulla che li sollevasse da quella solitudine così paurosa, i passi continuarono il loro affannoso trepestio, diventando voci che dalla grotta risuonavano come un'eco per tutto il Monastero. Poi più nulla.

O meglio: nel tempo furono segnalate varie e diverse stranezze all’interno del Monastero, da sguardi che non osavano avvicinarsi al luogo, di notte, pur sentendo quel che accadeva. Una triste sorte per un luogo così bello, vissuto dentro un lungo pezzo di storia della Sicilia.

Tra le sue vicissitudini, il terremoto del 1783 lo danneggia gravemente e per questo subisce un’importante ristrutturazione in stile tardo barocco, mantenendo una discreta parte delle strutture di epoca normanna. Così visse un altro secolo, fino ai moti del ’48, quando servì ai patrioti come ricovero per assistenza medica, e confiscato nel 1866 dall’appena Regno d’Italia fu messo all’asta.

Ad acquistarlo giunse Gaetano Alessi, che lo trasformò nella sua residenza con venticinque stanze, palmenti e altri opifici agricoli. Infine, fu reso preda di spoliazioni e atti vandalici. Di quel tempo felice, remoto e dolce, rimane assai poco: le mura esterne, la chiesa priva di tetto con la sola botola di accesso alla cripta, la stalla e il silos.

Rimane però la grotta dove San Filippo d’Agira si ritirò misticamente. Il siriaco, come lo chiamavano, perché conosceva le lingue orientali, ma era detto anche u niuru, e non perché fosse d’incarnato scuro ma perché, secondo la leggenda, a contatto con i fumi infernali di un esorcismo la sua pelle si scottò.

Così le statue che lo rappresentano, in Sicilia, là dove se ne celebra un devoto culto, sono nere, e in processione, i fedeli, compiono una strana danza che interseca giri in senso orario e antiorario: i primi per richiamare gli angeli, i secondi per scacciare i demoni.

Di lui rimangono anche alcuni quadri che lo ritraggono, ma soprattutto rimane il vecchio Monastero abbandonato nel cui cortile scalpitano i passi lesti del Santo, maledicendo gli intrusi che violano l’atmosfera ascetica così bene custodita dalla vegetazione secolare.

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