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La maglietta rossa sì, ma non al Festino: violato il diritto di Rosalia ad unire la città

Non solo accoglienza, Palermo è anche molto altro. E magari quello delle magliette rosse non era proprio il messaggio di cui c'è bisogno in città durante la festa identitaria

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 17 luglio 2018

Lollo Franco e Leoluca Orlando al Festino di Santa Rosalia

Il festino è una festa identitaria della città di Palermo, un po' come il Palermo Calcio unisce più che dividere. Ovviamente si discute sulla bellezza di carro e fuochi, e sulla scelta migliore della squadra da mettere in campo. Ma è proprio questo il tema: il commento e la condivisione dei contenuti.

Chi non ha mai commentato i fuochi o il carro? Chi non è mai stato coinvolto suo malgrado in discussioni relative alla squadra di calcio? Se io fossi sindaco di Palermo partirei da questi due aspetti della vita civile della città per rilanciare quel senso di appartenenza che da solo può salvare veramente Palermo.

Da un mese con un nutrito gruppo di volontari sto seguendo la campagna per l'Oreto nella classifica dei luoghi del cuore del FAI: il nostro fiume è secondo in Italia e a questo ritmo potrebbe a breve essere in testa alla classifica (ne abbiamo parlato qui).

Decine di concittadini si uniscono a noi e vogliono partecipare. Dare un contributo. Aiutare. Tutto questo dimostra che la voglia di fare è contagiosa, ma anche che la nostra città è pronta e matura per lavorare insieme in un progetto della e per la città. La città però non è ascoltata.

E anche questo è un dato. L’amministrazione si è mostrata sorda alle esigenze che arrivano dalla popolazione, il caso dell’Oreto è solo il più visibile al momento. L’iniziativa è ormai virale in città, ma non è stata rilanciata da nessun canale dell’amministrazione o del sindaco.

La città sembra piuttosto un giocattolo, usato per soddisfare le mancate vocazioni del sindaco, che avrebbe probabilmente voluto fare il ministro degli esteri o degli interni o l’ambasciatore ONU nel mondo. E suo malgrado si trova ad avere a che fare con Palermo, la città che a lui ha dato tanto, ma che io credo in realtà lui disprezzi profondamente.

La nostra città ha infinite narrazioni possibili di se stessa. Questo è il suo fascino. Una città che certamente ha nel centro i suoi gioielli, ma che vive, pensa sogna anche e soprattutto nelle periferie. Periferie che non esistono nel racconto di Palermo promosso da questa amministrazione.

Luoghi che nel migliore dei casi sono visti come da salvare e non fanno mai parte della narrazione progettuale, culturale ed urbana della città. La città vista dall’amministrazione di Palermo è solo il suo itinerario arabo normanno e una città felice nel suo centro chiuso al traffico.

La verità è che l’insieme dei ceti sociali e di queste diverse appartenenze alla geografia di Palermo, trovano allo stadio e nel corteo del festino, i loro momenti di contatto e di confronto. Queste due narrazioni appartengono a tutti, sovrastano tutte le altre. Vanno rispettate.

Quanto avvenuto in occasione dell’edizione appena conclusa del festino, con l’uso strumentale dello stesso in chiave politica ed antigovernativa è a mio avviso l’atto più recente di un uso strumentale della città da parte del sindaco, che non riesce ad intendere il suo ruolo quale un ruolo di servizio alla città, non riesce o non vuole essere una voce di tutti, ma interpreta la città stessa come uno strumento di autopromozione.

Un gesto smaccatamente politico e incurante delle altre posizioni della città. D’altro canto sono tantissimi gli esempi di artisti oltre che di politici che sulla narrazione di una città disperata hanno costruito la loro fortuna. Sono questi gli artisti che meno di altri hanno vantaggio da una vera redenzione di Palermo.

Nella fattispecie mi riferisco all’uso della maglietta rossa, portata sul carro, usando un elemento divisivo nel momento rituale di maggiore unità della città. Viva Palermo e Santa Rosalia. Quel grido, è forse l’unico momento in cui tutti i conflitti e le contraddizioni sono annullate per un istante, un grido di orgoglio che restituisce a tutti noi il senso di appartenenza.

Il sindaco decide strumentalmente che la città sta da una parte, la sua. Poteva sventolare la bandiera dell’Unicef o quella dell'Unhcr, se il messaggio avesse voluto essere non divisivo e non politico. Ma ovviamente non era quella l’intenzione del messaggio.

Per inciso io sono per una revisione delle politiche di accoglienza che ponga al primo posto la vita e la sicurezza delle persone, il rispetto della loro dignità. Sono per l’apertura dei porti, con tutti i rischi che questo comporta, e per una gestione responsabile di cosa avviene nei momenti successivi. Non pongo il tema perché il gesto del sindaco non mi rappresenta come individuo.

Pongo il tema perché quel gesto, in un momento catartico e liberatorio della città, pone al centro una visione ideologica e politicizzata, e non mi rappresenta da cittadino. Con quel gesto appariscente e strumentale viene mortificata l’esigenza all’unità della città.

Il sindaco preferisce rappresentare le sue istanze, magari sperando un giorno di ottenere il Nobel per la pace, e lo fa come Obama, alimentando conflitti. Quello, non è il luogo nel quale questo dibattito va posto. Esattamente come non sarebbe stato lo stadio e la finale spareggio per andare in serie A. Nel compiere quel gesto non c’è la città al centro. Con le sue urgenze ed i suoi sogni. Purtroppo.

Ma ancora una volta c’è solo il sindaco. Con le sue urgenze e temo i suoi fallimenti. Del festino come grande occasione culturale persa dalla città ho già scritto (ecco l'articolo in questione). Del festino come grande occasione civica e sociale mancata né ho appena scritto.

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