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Il Festino di Palermo: da Caruso a Kounellis il futuro impossibile di una città bambina

Il Festino di Santa Rosalia vive nella completa assenza di visione e progetto e racconta l’opposto di quello che rappresenta: una fotocopia di sè stesso anno dopo anno

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 9 maggio 2018

Il carro di Santa Rosalia ai Quattro Canti di Palermo

Il Comune di Palermo ha pubblicato il bando per il Festino delle prossime due edizioni (da questo link si può leggere il bando). Il Festino di Santa Rosalia avrebbe potuto diventare in questi anni un grande momento di rappresentazione e narrazione della città. Questo non è avvenuto.

Si tratta, è bene sottolinearlo, di una grande festa popolare, fortemente identitaria per tante fasce della popolazione cittadina, sulla quale è comprensibile, legittimo e io credo anche necessario si provi a costruire una narrazione della città da veicolare oltre i suoi confini.

La storia del Festino moderno inizia nel 1995 sotto la direzione artistica di Pino Caruso e la produzione dello Studio Festi, una società con esperienza di eventi internazionali. In quella edizione furono poste le basi per una trasformazione del Festino da festa di folklore a strumento di promozione per la città.

Prima ancora che verso l’esterno fu una grande operazione verso l’interno della Città, un percorso di riscrittura, riappropriazione, orgoglio: sono gli anni della primavera. Se esiste un prima ed un poi nella storia recente del Festino lo si deve a quell’edizione che riscrisse la narrazione della festa nella Città.

Alla stagione di Pino Caruso seguirono gli anni delle produzioni della SeT di Tranchina e Scuderi. Il primo già collaboratore dello Studio Festi, ed il secondo di Pino Caruso. Cito tra tutte la controversa edizione diretta da Jerome Savary nel ‘99: un approccio che puntava su un riconoscimento e una proiezione internazionale della festa mediante regie di spicco.

Il tentativo di ribalta internazionale venne interrotto dalla prima edizione della sindacatura Cammarata quando si immaginò un ritorno anacronistico alle edizioni più antiche con la riproposizione del carro barocco di Rodo Santoro ed una processione lungo il Cassaro molto poco spettacolarizzata.

Subito dopo quel fallimento, in molti ricorderanno peraltro l’incidente che bloccò la processione per diverse ore, l’amministrazione Cammarata cambio direzione e riprese con le dovute differenze sul solco tracciato da Pino Caruso.

Con le direzioni artistiche di Rampello si torna ad immaginare il Festino come uno strumento di promozione per la città. La cifra stilistica di questa stagione è una forte teatralizzazione dell’evento.

Lo spettacolo vide l’introduzione di una nuova stazione, piano Palazzo, che offriva uno scenario più fruibile, in ragione di un’area più ampia coinvolta nella spettacolarizzazione.

Sono gli anni delle presenze di attori di profilo nazionale, tra gli altri Remo Girone, Jean Sorel, Roberto Herlitzka. E delle coreografie affidate a Daniel Herzalof, uno dei ballerini chiave dei Momix. Anche qui si ricorre a nomi affermati per dare lustro e visibilità nazionale all’evento.

Quelle edizioni non ebbero, nonostante gli investimenti anche negli uffici stampa, la ribalta nazionale che si sarebbe potuto immaginare e sulla quale si era investito.

Il motivo di questo insuccesso è un po’ nell’idea di fondo che basti un nome di grido per ottenere l’interesse nazionale di un evento, se questo evento non trova in se stesso le sue ragioni di specificità ed unicità.

In pratica il tema è la dicotomia tra contenitore e contenuto, che è alla base a mio avviso dell’uso dell’arte e della cultura quali strumenti di marketing territoriale.

Io credo che da questo punto di vista abbiano fallito in misura diversa un po’ tutte le edizioni successive a quelle di Pino Caruso; è mancata la capacità di rivedere il senso del festino, ricucendolo con linguaggi nuovi, innovando di volta in volta la struttura stessa.

Il Festino è diventato uno schema nel quale inserire dei contenuti, e nel fare questo raramente è stato esso stesso contenuto.

Va ricordato, per dovere di cronaca, che l’innovazione di Pino Caruso fu in qualche modo anticipata dall’edizione del ‘94 diretta da Mimmo Cuticchio, che già aveva in se, pur con mezzi ridotti, l’esigenza di una riscrittura poi messa in atto nel ‘95.

Nella seconda fase della sindacatura Cammarata regia e direzione furono affidate ad Alfio Scuderi, già variamente impegnato nei Festini precedenti con ruoli diversi.

In quei casi il profilo delle manifestazioni cercò nelle maestranze e negli artisti locali una sua ragione d’essere, anche per fare fronte alla crescente necessità di ridurre i costi del Festino ormai sproporzionati rispetto al ritorno mediatico auspicato ed ottenuto.

Anche in questa fase si punta su una proiezione artistica internazionale, ricordo per tutte il carro disegnato da Kounellis, con i cristalli di Swarovski usati per addobbarne la vela. Stiamo parlando di un’opera di arte contemporanea di valore altissimo, anche commerciale, abbandonata fino a qualche anno fa a Villa Giulia, che temo sia andata ormai irrimediabilmente perduta.

Nelle ultime due sindacature Orlando, si è andati verso una progressiva smobilitazione, edizioni nelle quali con budget sempre più striminziti si propone la riattualizzazione di uno schema sempre uguale a se stesso: un tema variamente declinato, un carro, una processione ed i fuochi a mare.

Sia chiaro le varie edizioni del Festino sono state curate quasi sempre da persone che conosco e che stimo professionalmente, tutti hanno fatto il meglio di quanto potevano nell’ambito del sistema di riferimento voluto dall’amministrazione comunale.

La mia non è una critica rivolta ai professionisti che hanno operato, io stesso ho collaborato a vario titolo in varie edizioni, ma intende essere uno spunto di riflessione più ampio sul senso di questo evento, sull’investimento che come collettività facciamo ed abbiamo fatto, ed in che modo lo abbiamo patrimonializzato.

Con tutte le diversità del caso a me sorge spontaneo il confronto con la "Notte della Taranta", un evento fortemente identitario nel Salento, che attingendo a contribuiti artistici i più diversi, ricordo tra tutte la direzione affidata a Stewart Copeland dei Police.

È riuscito a trasformarsi in un evento di riferimento e di valorizzazione economica per tutta l’area che rappresenta. Forse il caso più riuscito in Italia di marketing territoriale affidato all’arte ed alla musica.

Sul Festino a Palermo siamo molto distanti da queste prospettive. Le ultime edizioni sotto la guida Orlando sono un po’ l’apoteosi di questa assenza strutturale di visione e progetto. Lo schema di Pino Caruso assurge a format oltre il quale ogni possibile rilettura è resa impossibile.

La cristallizzazione della forma, che si ripete sempre uguale a se stessa, secondo gli schemi folkcloristici più consumati, toglie sempre più ruolo al direttore artistico, che è sempre meno parte di un progetto organico della città e che non ha un compito di visione complessiva e di contesto, ma diventa colui che esercita un atto artistico circoscritto all’evento e pertanto fine a se stesso.

Se guardiamo in linea prospettica a questi oltre vent’anni trascorsi dal festino di Pino Caruso, la cosa che più di altre risulta mancare è la capacita di valorizzare e storicizzare l’evento.

Ho già citato il carro disegnato di Jannis Kounellis andato distrutto, e che avrebbe potuto facilmente trovare posto in qualunque museo di arte contemporanea del mondo, se proprio a Palermo non si riusciva a trovare un posto; ma anche peggio, nessuno ha avuto cura di conservare disegni e bozzetti, non esiste un luogo nel quale sia possibile fruire di una narrazione storica, non esiste un archivio di foto, immagini, interviste.

Non esiste neanche un banale sito web, che sia luogo di memoria collettiva o dal quale assumere informazioni. In due parole non esiste memoria.

Le cose di cui parlo sono valore economico materiale, immaginiamo un museo del festino nel quale custodire le varie opere d’arte realizzate, le varie statue della santa, i disegni, i bozzetti originali, le maquette dei carri, i carri stessi. Ma è anche e soprattutto valore identitario, capacita di creare una narrazione e mantenerla nel tempo.

Avrebbe avuto senso venti anni fa creare una fondazione per il Festino, alla quale potessero contribuire anche i cittadini, con donazioni, come spesso avviene per le feste patronali in Sicilia.

E nella quale potessero avere voce rappresentanti delle istituzioni, degli artisti, dei cittadini, degli operatori turistici. Questo avrebbe rafforzato l’appartenenza e tolto potere all’amministrazione comunale, avrebbe tolto discrezionalità al sindaco ed all’assessore di turno, in favore di una continuità progettuale; sarebbe stato uno strumento in grado di riscriverne la struttura della manifestazione adeguandosi ai tempi ed ai linguaggi del tempo, alle esigenze di operatori e territorio.

Sarebbe stato un soggetto che avrebbe potuto curare, peraltro tra le altre cose, la creazione di un museo che potesse valorizzare anche l’esposizione del carro dopo la celebrazione, che è, come noto, meta dei devoti; ed in un percorso simbolicamente rilevante per la città avrebbe potuto esserlo anche per turisti e visitatori.

Tutto questo non è avvenuto, e temo non avverrà mai. Perché in realtà nessun amministratore vorrà mai dare corso ad un processo amministrativo che comporti perdita di discrezionalità da parte di chi amministra.

Ed a proposito di questa discrezionalità sarebbe da chiedere, a chi ha deciso il tema di quest’anno, il senso di questo tema e quale progettualità sottintende per la città: "Palermo sceglie di sentirsi bambina, capace di guardare con fiducia al futuro, capace di immaginarlo e costruirlo!.

Trovo in queste parole, scritte da qualcuno per il sindaco e per l’assessore, una retorica molto sterile unita ad una amara ironia.

Il Festino sempre più spento nella riattualizzazione folcloristica di se stesso, vive nella completa assenza di visione e progetto ed è chiamato a raccontare l’esatto opposto di quello che rappresenta: una fotocopia di anno in anno sbiadita dovrà raccontare la nostra illusoria capacità di costruire il futuro.

Un detto orientale dice il momento migliore per piantare un albero era venti anni fa. Il secondo miglior momento è adesso. Che dire, ho la sensazione che non abbiamo piantato nulla venti anni fa e che anche adesso non stiamo piantando un bel niente.

Buona fortuna a chi si aggiudicherà questo ennesimo ed inutile esercizio di stile.

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