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Siamo nell’era del sovranismo prêt-à-porter: se non ti sta bene tornatene a casa tua

Iniziamo a farci caso solo perché ci ha colpiti dritti in faccia: è successo su un taxi notturno, rientrando a Pisa dopo una delle tante discese in Sicilia per visitare la famiglia

  • 31 marzo 2019

Uno degli striscioni di Casa Pound

Quando iniziamo a farci caso è soltanto perché alla fine ci ha colpiti dritti in faccia, a noi che proprio no, non ce lo aspettavamo, né tantomeno credevamo di meritarlo.

«Se non ti sta bene via, tornatene a casa tua»: nell’Italia che si riscopre razzista, che ripassa ad inchiostro confini sbiaditi e si dice disposta a difenderli con violenza, che a negare i diritti fondamentali – migrare, abitare, circolare liberamente sul territorio nazionale – incomincia da quelli degli “ultimi” per dare meno nell’occhio, una frase del genere arriva ormai alle nostre orecchie con una frequenza maggiore di quella che dovremmo essere disposti a tollerare. Il più delle volte non è rivolta a noi, ma è solo questione di tempo.

Nel momento in cui ogni elemento ritenuto estraneo a quella che tanto orgogliosamente definiamo «casa nostra» inizia a essere percepito come una minaccia alla stabilità della stessa, alle sue regole, niente è più garanzia di immunità assoluta. Impegnati a restringere il perimetro di questa nostra casa e a blindarne gli accessi, quasi ci dimentichiamo di essere tutti l’estraneo di qualcun altro; a ricordarcelo, con crudeltà, una frase meschina: «tornatene a casa tua».

È successo su un taxi notturno, rientrando a Pisa dopo una delle tante “discese” in Sicilia per visitare la famiglia.

Desideroso di evangelizzarmi sulla geniale trovata dell’amministrazione comunale leghista di «combattere il degrado nel centro storico» (cit.) a colpi di acqua insaponata, sguinzagliando le idropulitrici alle 21, il tassista non poteva certo immaginare di avere lì sul sedile posteriore proprio una rappresentante di quella schiera di debosciati arrivati a Pisa per studiare o lavorare, colpevoli a suo dire di mettere a repentaglio il decoro della città con quella loro strana e insolente voglia di uscire la sera e affollare le vie del centro con i loro corpi e le loro voci.

«Se vogliono sta’ qui devono studia’ e lavora’, non andarsene a giro» tassista dixit. Aggiungendo, qualora il messaggio non fosse stato già abbastanza chiaro: «se non gli sta bene se ne tornino a casa loro!».

Giusto, bravo, 92 minuti di applausi. E io lì schiacciata sul sedile, con la gola stretta, a domandarmi dove stesse esattamente casa mia nell’idea che il signor tassista si era fatto del mondo e dei suoi confini.

Ho sempre saputo che io a Pisa sono un’ospite, una che deve sempre chiedere permesso e non illudersi mai che qualcosa le sia dovuto per diritto.

Un’estranea, insomma, che se da una parte viene definita “forestiera” da amici e parenti rimasti in Sicilia, dall’altra si ritrova a dover stringere i denti di fronte a uno secondo cui quelli come lei dovrebbero tornarsene «a casa loro».

Nell’epoca del sovranismo prêt-à-porter, di chi guarda alle radici e inorridisce all’idea della mobilità altrui, di chi chiude i porti senza ascoltare ragioni e si auto-reclude nel deserto, affermare che “casa” è qualcosa di più del Paese in cui sei nato o dell’indirizzo stampato sul documento viene considerato un vezzo da fricchettoni buonisti.

Temo che gli unici ad avere vita facile di questi tempi siano i commercianti di filo spinato. Per tutti gli altri la vedo abbastanza nera.

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