La trentaduesima edizione della "Sagra della Vastedda" a Torretta
Torna la Sagra della Vastedda a Torretta, giunta alla sua 32esima edizione, giovedì 8 dicembre, in occasione della festa dell’Immacolata Concezione. Il culto dell’Immacolata è profondamente radicato a Torretta, essendo stata sin dalle origini un attivissimo centro di devozione mariana, tanto da guadagnarsi il bel titolo di "Badia della Madonna".
La Sagra della Vastedda è una manifestazione dedicata alla tipica focaccia condita, che si svolge nella centrale via Roma, ai piedi del Santuario, sotto lo sguardo dell’artistico simulacro di Maria SS. Immacolata, esposto solennemente sul sagrato.
La vastedda è una focaccia di pane condita con olio d’annata, sale, pepe, caciocavallo e ricotta. La tradizione vuole che il giorno dell’Immacolata, i giovani "ziti" (fidanzati), portassero le vastedde alla propria "zita" (fidanzata) ed a tutto il "parintatu" (parenti) in ceste di vimini, foderate con tovaglie ricamate. I forni a pietra sono a lavoro dalle prime ore della notte, per non mancare all’appuntamento e per fornire le vastedde calde fin dalle prime ore dell’alba.
Da questi forni in passato si diffondeva per le viuzze del borgo contadino, l’"abbaniu" (annuncio), come un canto arabo, "cavuri cavuri e va cuonza" (caldi caldi e vai a condirli), penetrava i muri delle modeste case contadine e svegliava quanti dovevano prepararsi ad affrontare una giornata di sana fatica nei campi.
La Sagra della Vastedda è una manifestazione dedicata alla tipica focaccia condita, che si svolge nella centrale via Roma, ai piedi del Santuario, sotto lo sguardo dell’artistico simulacro di Maria SS. Immacolata, esposto solennemente sul sagrato.
La vastedda è una focaccia di pane condita con olio d’annata, sale, pepe, caciocavallo e ricotta. La tradizione vuole che il giorno dell’Immacolata, i giovani "ziti" (fidanzati), portassero le vastedde alla propria "zita" (fidanzata) ed a tutto il "parintatu" (parenti) in ceste di vimini, foderate con tovaglie ricamate. I forni a pietra sono a lavoro dalle prime ore della notte, per non mancare all’appuntamento e per fornire le vastedde calde fin dalle prime ore dell’alba.
Da questi forni in passato si diffondeva per le viuzze del borgo contadino, l’"abbaniu" (annuncio), come un canto arabo, "cavuri cavuri e va cuonza" (caldi caldi e vai a condirli), penetrava i muri delle modeste case contadine e svegliava quanti dovevano prepararsi ad affrontare una giornata di sana fatica nei campi.
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