"L’Orestea" in una nuova veste apre le Orestiadi 2026: l'anteprima al Cretto di Burri
Emilio Isgrò (foto di Lorenzo Palmieri)
Un’edizione speciale delle Orestiadi immaginata per Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea non poteva non partire da "L’Orestea" di Emilio Isgrò in una nuova riscrittura installativa immaginata per il Cretto di Burri.
L’opera iconica che nel 1983 diede il nome al Festival segnando anche quella linea tra classico e contemporaneo che ha guidato le Orestiadi in queste 45 edizioni, torna a Gibellina venerdì 26 e sabato 27 giugno alle 19.30. L’incasso sarà devoluto alla “Biblioteca Comunale Gesualdo Bufalino” di Gibellina per l’acquisto di libri per l’infanzia.
I tre drammi di Isgrò, presentati in anteprima come lettura-laboratorio nell’inverno 1983, debuttano nelle tre estati successive (Agamènnuni nel giugno 1983, I Cuèfuri nel giugno 1984, Villa Eumènidi nel luglio 1985) sulle rovine di Gibellina, dove all’epoca ancora non esisteva il Cretto, e dove ancora oggi si tengono gli spettacoli: proprio qui una nuova versione di quell’Orestea, appositamente creata dallo stesso Isgrò inaugura l’edizione 2026 del Festival che ancora oggi porta il nome di quella prima, mitica impresa.
L’eredità della prima Orestea si perpetua negli spettacoli ospitati dal Festival Orestiadi nelle passate edizioni e specialmente quest’anno, nella città che è capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026.
«Nel 1982, quando affidai agli attori l’Agamènnuni, prima parte de L’Orestea di Gibellina, la didascalia indicava con assoluta chiarezza le “macerie” della città distrutta dal terremoto come luogo dell’azione - spiega Isgrò -. Solo che la parola “macerie” non suonava bene ai dirigenti del Teatro Massimo di Palermo, che dell’impresa era partner con il Comune di Gibellina. Così, sui manifesti, le macerie diventarono “ruderi”, attestando una nobiltà di origine che in Sicilia è molto diffusa.
D’altra parte quelle macerie (o ruderi che fossero) sarebbero state ricoperte di là a qualche anno dal superbo Cretto di Alberto Burri, cancellando per sempre il problema, almeno a Gibellina, senza riuscire tuttavia a cancellare le ceneri e le macerie che stavano per ricoprire il mondo.
Le macerie dell’Ucraina, del Venezuela, di Gaza. Sono infatti persuaso che la storia del mondo non è nient’altro che una storia di cancellazioni che possono essere persino costruttive qualora non vengano deviate o bloccate da guerre feroci e inutili stragi. Sotto il sudario del Cretto, in pratica, le macerie della vecchia Gibellina non sono sparite, come non è svanito il richiamo dei venditori ambulanti che offrivano le loro povere merci con voci bellissime modulate su nenie coraniche».
L’opera iconica che nel 1983 diede il nome al Festival segnando anche quella linea tra classico e contemporaneo che ha guidato le Orestiadi in queste 45 edizioni, torna a Gibellina venerdì 26 e sabato 27 giugno alle 19.30. L’incasso sarà devoluto alla “Biblioteca Comunale Gesualdo Bufalino” di Gibellina per l’acquisto di libri per l’infanzia.
I tre drammi di Isgrò, presentati in anteprima come lettura-laboratorio nell’inverno 1983, debuttano nelle tre estati successive (Agamènnuni nel giugno 1983, I Cuèfuri nel giugno 1984, Villa Eumènidi nel luglio 1985) sulle rovine di Gibellina, dove all’epoca ancora non esisteva il Cretto, e dove ancora oggi si tengono gli spettacoli: proprio qui una nuova versione di quell’Orestea, appositamente creata dallo stesso Isgrò inaugura l’edizione 2026 del Festival che ancora oggi porta il nome di quella prima, mitica impresa.
L’eredità della prima Orestea si perpetua negli spettacoli ospitati dal Festival Orestiadi nelle passate edizioni e specialmente quest’anno, nella città che è capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026.
«Nel 1982, quando affidai agli attori l’Agamènnuni, prima parte de L’Orestea di Gibellina, la didascalia indicava con assoluta chiarezza le “macerie” della città distrutta dal terremoto come luogo dell’azione - spiega Isgrò -. Solo che la parola “macerie” non suonava bene ai dirigenti del Teatro Massimo di Palermo, che dell’impresa era partner con il Comune di Gibellina. Così, sui manifesti, le macerie diventarono “ruderi”, attestando una nobiltà di origine che in Sicilia è molto diffusa.
D’altra parte quelle macerie (o ruderi che fossero) sarebbero state ricoperte di là a qualche anno dal superbo Cretto di Alberto Burri, cancellando per sempre il problema, almeno a Gibellina, senza riuscire tuttavia a cancellare le ceneri e le macerie che stavano per ricoprire il mondo.
Le macerie dell’Ucraina, del Venezuela, di Gaza. Sono infatti persuaso che la storia del mondo non è nient’altro che una storia di cancellazioni che possono essere persino costruttive qualora non vengano deviate o bloccate da guerre feroci e inutili stragi. Sotto il sudario del Cretto, in pratica, le macerie della vecchia Gibellina non sono sparite, come non è svanito il richiamo dei venditori ambulanti che offrivano le loro povere merci con voci bellissime modulate su nenie coraniche».
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