"La Passione secondo Giovanni": Pippo del Bono legge Bach al Teatro Massimo
Va in scena al Teatro Massimo, da giovedì 27 a sabato 29 aprile, "La Passione secondo Giovanni" di Bach con la regia di Pippo Del Bono.
La composizione, eseguita per la prima volta nella chiesa di San Nicola di Lipsia, il 7 aprile del 1724, era originariamente presentata all’interno della celebrazione liturgica: una parte prima e una dopo la predica.
Si tratta di una forma oratoriale di Passione in stile polifonico, che prevede la presenza di solisti, coro e strumenti. È costruita sui capitoli 18 e 19 del Vangelo di Giovanni, con alcuni inserti da quello di Matteo.
Del Bono (che è anche attore, teatrale e cinematografico) è presente in scena, una scena scarna, delimitata da impalcature e da tralicci, opera di Renzo Milan, direttore dell’allestimento scenico del Teatro Massimo.
Pippo Delbono, una delle intelligenze più originali e acute della scena attuale, premio speciale per la regia ai Nastri d’argento per il film "Vangelo" rilegge l'opera di Bach in forma scenica, trasformando l’oratorio in uno spettacolo vibrante e poetico dove Cristo è nero ed è il Cristo degli ultimi, dei deboli, dei poveri, dei profughi.
La composizione, eseguita per la prima volta nella chiesa di San Nicola di Lipsia, il 7 aprile del 1724, era originariamente presentata all’interno della celebrazione liturgica: una parte prima e una dopo la predica.
Si tratta di una forma oratoriale di Passione in stile polifonico, che prevede la presenza di solisti, coro e strumenti. È costruita sui capitoli 18 e 19 del Vangelo di Giovanni, con alcuni inserti da quello di Matteo.
Del Bono (che è anche attore, teatrale e cinematografico) è presente in scena, una scena scarna, delimitata da impalcature e da tralicci, opera di Renzo Milan, direttore dell’allestimento scenico del Teatro Massimo.
Pippo Delbono, una delle intelligenze più originali e acute della scena attuale, premio speciale per la regia ai Nastri d’argento per il film "Vangelo" rilegge l'opera di Bach in forma scenica, trasformando l’oratorio in uno spettacolo vibrante e poetico dove Cristo è nero ed è il Cristo degli ultimi, dei deboli, dei poveri, dei profughi.














