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A Palermo c'era (e c'è) la "via dei biciclettai": alzi la mano chi sa il vero nome

Era quel tempo in cui l’esistenza veniva temprata: Palermo, i palermitani, le facciate dei palazzi. Quando molto era artigianale e modellato dalla pazienza

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 30 marzo 2026

La via Divisi a Palermo

Tengo una di quelle foto con nonnò. Tutti teniamo una di “quelle foto”. Siamo in piazza Giulio Cesare, quella antistante alla stazione centrale, al centro della quale invece di esserci l’imperatore romano a cui è intestata c’è Vittorio Emanuele a cavallo. C’è sempre un Vittorio Emanuele a cavallo. Nonnò è in sella a una bicicletta che pedala.

Elegante, vestito di un abito in doppio petto, con la brillantina Linetti tra i capelli neri e un sorriso smorzato dal sole che gli batte in faccia. A cavalcioni, sul telaio superiore della bicicletta ci sono io, avrò avuto quattro anni, con l’espressione rilassata di chi è seduto comodamente su una Poltronesofà. A giudicare dalla mia postura sul ferro tubolare, dovevo avere già due adduttori degni di un fantino del Palio di Siena. Era una di quelle cose pericolose e sconsiderate che una volta erano normali e che tempravano l’essere umano prima che l’intelligenza artificiale venisse a spiegarci come fare ogni cosa.

Era quel tempo in cui l’esistenza veniva temprata: Palermo, i palermitani, le facciate dei palazzi. Era il tempo in cui quasi tutto era artigianale e modellato dalla pazienza. Lo dicono gli stessi luoghi: Maccheronai, Chiavettieri, Calderai, Materassai, Biscottai, Sedie volanti, Conceria, Vucciria, Scippateste. Già, pure le scippate di teste erano artigianali. Non lontano da lì, cioè da dove Vittorio Emanule aspetta ancora che Garibaldi gli consegni un’Italia più o meno unita, o forse che il semaforo diventi rosso per attraversare, ci sta una via che divide, che ha sempre diviso, che continua a dividere: via Divisi. Divide proprio quell’oggi in cui tutto immediato, supersonico, trapassato mentre è ancora presente, da quei giorni felici un minuto aveva il valore di un minuto.

È proprio da lì che venivamo io e nonnò con la bicicletta. Perché si chiami così, questa via, nessuno lo sa veramente. Pare che venga dalla parola araba “dayyasin”, cioè “coloro che lavorano il giunco”, ma nessuno ne è certo veramente. Una verità inviolabile, invece, è che nel cuore di tutti i palermitani quella via si chiami ancora “via dei biciclettai”. Un luogo forse più unico che raro, con un richiamo ai mercati mediorientali, certo, ma dove a farla da protagoniste erano le centinaia di biciclette colorate, di ogni razza ed età senza discriminazione alcuna, quasi a sottolineare il concetto di “Convivenza” che ha sempre contraddistinto Palermo, ora fiere e muscolari sui cavalletti ora più naif appese ai muri, neanche fossero esposte al MoMA. Nonnò era un po’ fissato, e ogni volta che passavamo di lì ripeteva sempre la stessa cosa: “un giorno in questa città sarà più facile comprare un pezzo di ricambio di un’astronave che trovare qualcuno che ti cambi la camera d’aria”.

E non aveva tutti i torti, perché oltre a essere stato più profetico di Nostradamus, era anche ben consapevole che via dei biciclettai non fosse solo una strada, ma un vero e proprio contenitore di memorie. In quella ruga lunga neanche 300 metri e larga 4-5 non c’è palermitano che non ci abbia scattato una foto col cuore, di quelle che non ingialliscono. E anche se non c’è più, o quantomeno non in quella forma, ognuno di questi ricordi rappresenta un tassello di un mosaico che in un qualche modo ne ricompone l’essenza. Luigi, per esempio, abitava in via Calderai e quelle bici se le mangiava con gli occhi.

Giuseppe ricorda che l’acquisto di una bicicletta era un vero e proprio evento. I biciclettai ti permettevano di scegliere da una bici di fabbrica o una più economica da assemblare. La signora Giovanna dice che le bici comprate duravano una vita. Sergio aggiunge che prima di entrare in via Divisi c’era anche un negozio di dischi e l’edicola del signor Andrea. Vito La Marca ci andò con suo padre che gli comprò una bicicletta color arancio. La descrive come fosse ieri: “per me era un razzo, un cavallo selvaggio, una chiave segreta per conquistare il mondo. Quel giorno tornai a casa in bici. Tornai più grande. Magia pura. Indimenticabile”.

I più famosi erano i negozi di Cosentino e De Santis. Quest’ultimo, addirittura, gestiva un gruppo sportivo di corridori dove fece le sue prime pedalate il ciclista palermitano Nino Catalano, che poi partecipò al Giro d’Italia. Santi ha ancora la bici comprata per il suo diploma negli anni ’80, mentre Rosangela qualche anno avanti si regalò una Champion rossa dopo aver superato il faticoso esame di Patologia medica. Rosy comprò lì la sua prima Graziella beige, mentre Simona ogni volta che entrava in via Divisi aveva l’impressione di entrare in un lunapark. Antonia aveva il suo primo fidanzato che abitava in via Divisi, e lo conobbe giusto portandoci la bicicletta dopo aver bucato una ruota.

Quando venne il mio momento, in via Divisi, Nonnò mi ci comprò una vecchia bici senza marce; mi lamentai perché era toppo faticosa da portare. Se la prese un po’ a male e rispose: “il giorno che le biciclette cominceranno a pedalare senza fatica, l’uomo dimenticherà il sapore della conquista dopo una salita”. Potremmo continuare a citare di questi ricordi per km ancora, ma non lo facciamo perché questa non è una storia finita, e nemmeno una storia infinita. È semplicemente una storia che vuole rimanere aperta cosicché lo possano continuare gli altri, anche voi.
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