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A Palermo c'era il "mulino del sommacco": la pianta (miracolosa) si coltiva ancora oggi

La storia di una pratica antichissima. La coltura del sommacco anticamente era straordinaria a Palermo in virtù della qualità dei suoi terreni calcarei

Antonino Prestigiacomo
Appassionato di storia, arte e folklore di Palermo
  • 12 agosto 2022

La pianta di sommacco siciliano

«La culture modèle existait toujours dans le jardin de la Favorite près de Palerme». Così si espresse Gasparin, uomo politico e agronomo francese del XVIII sec., per raccontare la coltivazione in Sicilia del sommacco, quando visitò l'isola nel 1839.

Sebbene si tratti di una pratica antichissima, pare che la coltura del sommacco sia divenuta straordinaria a Palermo in virtù della qualità dei suoi terreni calcarei, favorevoli allo sviluppo della pianta.

«Il sommacco che raccogliesi nei terreni calcarei ed aridi, che in apparenza sembra meno rigoglioso di quello che producesi nei cosiddetti terreni fertilissimi, produce in verità una minor quantità in volume di foglia, ma però questa foglia presenta sempre meglio la sua forza tannante cotanto ricercata in commercio».

La coltura del sommacco pare arrivarci dalla dominazione araba, la parola sommacco deriva, infatti, dall'arabo “sommậq”, ma la coltivazione deriva dall'Asia e dall'Europa mediterranea dove, oltre alla concia delle pelli, il sommacco veniva utilizzato anche in cucina.
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«La coltura del sommacco ha di mira la produzione di un abbondante fogliame ricco di tannino che si adopera come materia da concia.

La raccolta delle foglie può utilmente incominciarsi fino dal primo anno dopo l'impianto del sommaccheto, e farsi in una sola volta (raccolta continua) ovvero ad intervalli (raccolta intermittente), avendo cura di non lasciarle esposte alla pioggia dopo staccate, poiché questa farebbe perdere buona parte del tannino, diminuendo il valore del prodotto».

Il sommacco siciliano appartiene generalmente alla Rhus Coriaria «pianta perenne della famiglia delle terebintacee anacardiacee, che raggiunge coi suoi arbusti i 3 o 4 metri di altezza».

In Sicilia esistono due varietà di sommacco, «il “mascolinu” e il “fimmineddu”; la prima ha fusto alto, foglie relativamente grandi, lisce nella pagina superiore, lamiginose nella inferiore con picciolo munito di due alette verso l'estremità.

La seconda ha il fusto più basso, le foglie più piccole e peluginose nelle due facce e il picciuolo intero. Le foglie della prima varietà sono più ricche di tannino (26 – 30%) della seconda (22 – 24%) le due varietà appartengono, però, ad una stessa pianta e la differenza è dovuta alla natura del terreno ed alla sua posizione (collina o marina)».

Le principali città della Sicilia che coltivavano il sommacco erano Palermo e Messina. Maggiori guadagni, sia per la qualità del prodotto che per le tecniche di produzione erano in favore del capoluogo siciliano.

A Palermo, nella cultura popolare, è ormai un'informazione diffusissima che nel 1852 Vincenzo Florio, poco dopo aver incaricato l'architetto Carlo Giachery per la realizzazione della torre neogotica dei Quattro Pizzi alla tonnara dell'Arenella, fece realizzare un'altra torre, apparentemente fuori contesto architettonico, ma utile per la continua sperimentazione industriale dei più grandi imprenditori che questa città abbia mai avuto.

Stiamo parlando del cosiddetto "mulino del sommacco", rimasto in funzione sino ai primi del Novecento e poi divenuto un faro, dentro al quale girò alcune scene il celebre attore Renato Pozzetto per la realizzazione del film Questo e quello.

Nella prima metà del XX secolo «la lavorazione del sommacco in Sicilia si esegue quasi esclusivamente a Palermo, ove funzionano otto o dieci fabbriche, mentre soltanto una sola lavora altrove, a Termini Imerese, anche nella provincia di Palermo.

Le principali fabbriche appartengono alle notate ditte esportatrici: E. & A. Graziano – via Sampolo, 248, Palermo; T. Graziano & Mirto, via – Rosario Riolo, 84-88, Palermo; R. Pojero & C. – via Sammuzzo, 7, Palermo».

Quando il sommacco raccolto nei campi arrivava nelle fabbriche in sacchi da 50 Kg, dopo una preventiva essiccatura, veniva “ventilato”, bisognava depurarlo, separarlo cioè dai detriti terrosi e legnosi.

Questa operazione avveniva inserendo le foglie all'interno delle apposite torri dei mulini che presentavano il “buratto”: una struttura esagonale rotante che razionava le foglie e le indirizzava nei “ventilatori” che separavano le foglie dai detriti. L'operazione successiva era la "macinatura" che avveniva grazie alle "molazze": «ogni molazza ha una macina dormente e due macine verticali girevoli molto avvicinate all'asse e molto larghe».

Le macine erano realizzate in pietra calcarea e potevano compiere 26 giri al minuto. Il prodotto macinato veniva insaccato, pronto per l'esportazione. Solitamente i mulini di sommacco erano mulini a vento, ma un palermitano, un certo Luigi Orlando «nel 1845, primo in Sicilia, insieme a Salvatore, egli applica infatti la forza del vapore ai molini da grano e da sommacco, e da Palermo esporta i nuovi congegni in Licata e in altre città dell'isola».

Purtroppo, però, da una relazione del 1915 traggo il rammarico dell'Ing. Ernesto Ascione che denunciava, già allora, la mancata visione degli imprenditori del Sud Italia per gli scarsi investimenti (sempre riguardanti la coltivazione del sommacco) nel proprio territorio, lasciando campo ad altri investitori “stranieri” pronti a sfruttare materie prime ed energie locali con tornaconti per le città di provenienza.

«Nel mostrare come si esercita la molitura del sommacco, nell'esporre alcuni suggerimenti tecnici atti a migliorarla, nel descrivere gli apparecchi di preparazione degli estratti tannici che si adoperano nei più moderni e razionali impianti del genere e che abbassano il costo di lavorazione al minimo oggi possibile.

Mi sorregge un'idea e mi sospinge uno scopo: mostrare, cioè, la convenienza e la possibilità di spingere la lavorazione del sommacco, ed invogliare i nostri capitalisti a trar miglior profitto da una materia prima da tenersi in gran conto, senza aspettare che Società estere, come è avvenuto per l'acido citrico, vengano in casa nostra a lavorare i nostri prodotti, esportando premi e congrui dividendi, quando trovano maggior convenienza che non ad esportare la materia prima».

Non mi pare che le cose siano cambiate.

Ci manca la visione commerciale, i nostri prodotti sono unici al mondo, lo sono sempre stati, ma non riusciamo a creare dei consorzi tali da proteggere la nostra economia. Siamo nati colonia, dopo tremila anni, dovremmo sapere ormai come crearne qualcuna a nostro vantaggio.

Tuttavia, voglio rimanere speranzoso. Esiste in Sicilia, con sede a Termini Imerese, una società che coltiva sommacco biologico e dal quale realizza numerosi prodotti utilizzati in cucina, nella cosmesi, farmaceutica, carta e pelli.

Non è un caso unico che ragazzi della nostra terra impieghino i propri studi e le proprie competenze a servizio del loro luogo di origine, dovremmo spalleggiarli, aiutarli, credere in loro, credere in noi.

(Per approfondimenti sull'argomento è consigliata la lettura di Le piante legnose italiane di Lodovico Piccoli; Manuale pratico della coltivazione del sommacco in Sicilia di Giuseppe Insegna; L'Industria rivista tecnica ed economica illustrata)
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