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A Palermo è più che un'istituzione: quello che (ancora) non sai sull'antico chiosco

Un altro omaggio di Basile alla tradizione islamica, tra le ultime opere della fase eclettica dell'architetto palermitano in una delle piazze più belle della città

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 24 novembre 2022

Il chiosco Vicari a Palermo

È sempre Gianni Pirrone a regalare la lettura più suggestiva di questo straordinario monumento urbano che non è affatto Liberty: «È un altro omaggio di Basile alla tradizione islamica recuperata attraverso testimonianze minori, come la mobilia intarsiata con le membrature eseguite al tornio così cara alla sensibilità fin de siècle.

Il profilo studiatissimo del coronamento in cui trapelano memorie indiane dimostra l’interesse per l’eclettismo cosmopolita dell’architettura coloniale vittoriana».

Opera tra le ultime della fase eclettica dell’architetto palermitano, priva di ogni riferimento al lessico floreale ormai prossimo a dilagare, resta un manufatto simbolo di una grande e ricercata sperimentazione creativa.

Ancora una volta ferri battuti, legno, marmo convergono a delineare le fortune di un edificio dalla calibrata armonia affidata ad una simmetria geometrica assoluta, in cui la singola parte dialoga costantemente con l’interezza dell’intero monumento e senza deroghe.
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Nonostante gli abusi perpetrati ed il degrado continuo subito negli ultimi decenni, il chiosco continua a possedere una assoluta carica monumentale, unitamente a quell’aura quasi antica, come suggerito da Pirrone forse per l’eco di una vicinanza stilistica e formale a più spirituali forme centro-asiatiche.

La pianta è la medesima a croce greca del vicino chiosco Ribaudo, ma texture, materiali e vivacità compositiva sembrano appartenere a decenni di distanza di ricerca progettuale quando sono solo tre gli anni invece quelli che ne dividono le rispettive realizzazioni a poca distanza l’uno dall’altro.

Come dioscuri, fieri e indipendenti entrambi soprintendono a guardia del capolavoro di quel Giovan Battista Filippo Basile padre ancor prima che di Ernesto, dell’Eclettismo architettonico sperimentale dell’intera Isola.

Sparito il tamburo ottagonale, sopraggiunti quattro avancorpi dal decoro arabeggiante con merlature lungo il timpano superiore che disegna le rispettive quattro coperture a doppia falda inclinata, chiude la composizione un grande e aggettante tetto-ombrello a base quadrata e composto da quattro sezioni di un tetto a padiglione al centro del quale insiste una sequenza di anelli circolari sormontati da un elaborato elemento in forma di cupola arabeggiante in ferro battuto.

Con il chiosco Vicari dunque è chiusa un’epoca quando già da un paio di anni (1893) le capitali europee bruciano per la sinuosa linea floreale, antiaccademica e sensuale, completamente proiettata a costruire i desiderata di quella emergente classe borghese interamente proiettata verso la joie de vivre primo novecentesca.

L’attuale condizione di abbandono in cui versa il piccolo chiosco dalla grande carica monumentale, svilisce il contenuto dell’articolo 9 della Costituzione italiana e dovrebbe attirare già “da ieri” le attenzioni di ogni politico palermitano affinché venga immediatamente approntato il necessario progetto di restauro per questo scrigno di grande bellezza italiana di proprietà pubblica.
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