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Una palermitana a Milano: cronache del rientro

La nostalgia di una Palermo che profuma di mare, dei suoi luoghi e delle sue atmosfere: un diario che racconta di notti magiche e romanticherie a go-go

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 20 giugno 2017

La Cala di Palermo

C’è un giorno, nella storia di quella che si può ormai ufficialmente definire la mia “migrazione”, che penso non scorderò mai: il giorno della mia prima volta da emigrata che rientra per le festività.

E la prima volta che tornavo nella mia isola dopo il periodo che – fino a quel tempo – era stato il più lungo trascorso al di là dello stretto.
Il 24 dicembre 2016, la vigilia di Natale. Vivevo a Milano da due mesi e mai ero stata così tanto lontana dalla Sicilia. Mai.

Era un sabato mattina, uno di quei soliti sabati mattina siciliani di dicembre e ricchi di sole. Uno di quei soliti sabati mattina con un sole così caldo al punto che puoi anche tenere i finestrini dell’auto abbassati. Atterrai intorno alle 11 del mattino e, dopo aver lasciato la pista di atterraggio e aver cercato un taxi, inizio a muovermi con altri passeggeri in direzione di Palermo.

«Che bella giornata – esclamò con accento milanese uno dei viaggiatori con cui dividevo il taxi – Che ne direste di andare tutti a prendere un gelato a Mondello?» disse, guardando tutti noi con un sorriso tra il malinconico e l’entusiasta.

«Magari» dissi io, pensando al viaggio in treno di almeno due ore che ancora mi attendeva. Il viaggio per tornare nel paese dei miei genitori.

E fu in quel momento che taxisista poggiò il dito sul pulsante e fece scendere giù il vetro del suo finestrino.
Un’aria fresca, ma non troppo, entrò nella vettura e un odore ci avvolse, ci rapì. Un odore inconfondibile, un odore che altrove non puoi trovare.

Il taxi percorreva l’autostrada che costeggia il mare. E il profumo del mare ci invase. Restai di pietra.
«L’odore del mare – pensai – No, non l’odore: il profumo! Lo senti? Lo senti?» mi chiedevo, iniziando a tirare su la schiena nel tentativo di avvicinare ancora di più il naso al finestrino.

Oddio, l’odore del mare. Il profumo del mare! Da quanto tempo non lo sentivo? E come non mi sono mai accorta, prima, di questo profumo?.

Già. Prima di lasciare Palermo per Milano per così tanto tempo (due mesi, ai tempi, solo due), non mi ero resa mai conto di quel profumo che accompagnava le mie giornate.

Eppure c’era sempre. C’era quando andavo alla Cala a mordicchiare il Pan de Chocolate della cioccolateria Lorenzo. C’era quando, tra la Cala e il Foro Italico, avevo tentato – invano – di diventare un’appassionata della corsa. C’era la prima volta che presi la bici, dopo tanti anni, per pedalare in quella città che non è a misura di ciclista.

Lì iniziai a esercitarmi un po’ perché, dopo più di 15 anni senza bici, ero molto arrugginita. E quell’odore c’era: quando correvo, quando pedalavo, quando facevo colazione. E anche nelle calde e afose sere d’estate in cui, sui tacchi e con le mie gonne a volte troppo corte, scendevo fino alla Cala, negli spazi allestiti per accogliere i clienti dall’aperitivo in poi.

Dall’aperitivo in poi. E fino a che ora era, questo poi? In quell’ultima estate trascorsa a Palermo mi sedevo, con i miei tacchi e le mie gonne forse un po’ troppo corte, per terra, sulla banchina della Cala, oppure sulle poltroncine in eco-pelle dei locali.

Mentre in tanti, alle mie spalle, danzavano e buttavano giù in gola l’ennesimo cocktail della serata. E io, seduta lì, non volevo ballare. Preferivo guardare il mare. Forse, nella inconsapevole lungimiranza, capivo che mi restavano ancora pochi giorni per ammirarlo.

E mi dicevo «Dio mio, come è bello qui. Qui dove puoi ballare fino a notte fonda immersa nell’odore del mare».

In tanti altri posti del mondo, potete rispondere voi, si possono trovare dei locali così.
Certo, vi dico io. Ma non sono Palermo.
O meglio: non portano con sé quel profumo. Ogni posto ha un suo odore, come ogni persona. E anche Palermo.

L’odore di Palermo lo iniziai a conoscere solo dopo due mesi di assenza, nel momento in cui l’autista abbassò il suo finestrino. Prima avvertivo solo la puzza dell’immondizia accatastata ai bordi delle strade – anche dove non c’era il cassonetto – o la puzza dello smog. Vedi sempre il lato peggiore delle cose, quando ci vivi dentro.

Ma quando iniziano a mancarti, quando non le hai più tutti i giorni con te, quando non sono più così scontate, allora sì, inizi a capire quanto siano belle.

Ma solo dopo, solo poi. Solo quando sei altrove. Solo quando è troppo tardi.
Solo quando la città che ti ha cresciuta t’ha gettato lì, in mare, al largo, senza salvagente, senza tenderti la mano.

«Va via – mi ha detto – per te, qui, non ho più posto». Perché questo? Perché questo a me, che Palermo l’amavo così tanto?

Le tante frasi fatte dicono che i perché delle cose arrivano solo dopo, solo poi.
Adesso io, che ho un piccolo salvagente gettatomi da Milano, attendo di vedere se da quest’acqua Milano vorrà ripescarmi.

O se vorrà ancora lasciarmi là, in mezzo al mare, a cercare un posto, una destinazione, un luogo e un qualcosa che dia un perché a tutto questo.

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