CURIOSITÀ

HomeMagazineSocietàCuriosità

"Chi cavuru che fa": vi sveliamo come ai tempi antichi (in Sicilia) combattevano il caldo

Cosa succedeva in Sicilia quando la siccità ci metteva le corna? Il primo a risentirne era il grano, di conseguenza il pane, e quando mancava il pane partivano le scannate di quelle potenti

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 16 agosto 2021

Quando incontri qualcuno del continente il discorso sempre quello è:

«Sei siciliano? Lo si sente dall’accento.»

«No, sono di Nizza con influenze Austroungariche… l’accento si somiglia.»

«Bella la Sicilia: estate, sole, mare!»

Bella l'estate? L’estate in Sicilia bella è? Ma dov’è che è bella l’estate in Sicilia, che cominciamo a sudare ad aprile e ci asciughiamo a dicembre? Ma poi la pasta con i tenerumi (che è una minestra calda 3000° Fahrenheit che si mangia a luglio e agosto) cosa da sani di mente è? È come se in pieno gennaio prendi l’aereo, te ne vai in Russia, e ti vai a leccare il ghiacciolo sotto il Cremlino.

Per naturale conseguenza di tale processo deduttivo, analizzando le varie dominazioni e la storia della mia terra, una cosa che mi sono spesso chiesto è: “ma come facevano gli antichi quando d’estate faceva questo caldo?”. Da tempi ormai immemori ogni volta che la temperatura supera il 30° noi, invece di dire che fa caldo, diciamo: “si ecca sangu” (letteralmente si butta il sangue) perché, non facciamoci false idee, il caldo lo ha sempre fatto e inevitabilmente ha sempre inciso sulla qualità della vita.



Per esempio all’inizio del XVI secolo ci fu un’ondata di caldo anomala che provocò una terribile siccità. Ora, cosa succedeva in Sicilia quando la siccità ci metteva le corna? Semplice, il primo a risentirne era il grano, di conseguenza il pane, e quando mancava il pane partivano le scannate di quelle potenti.

Basti pensare che nel 1500 una salma di grano costava 10 tarì e nel 1529 arrivò a costare 26 tarì. Proprio come a noi nel 2001, anno in cui arrivo l'Euro: nel giro di tre mesi le cose che costavano 1.000 lire (circa 50 centesimi), cominciarono a costare 1 euro (tranne che per gli stipendi che rimasero sempre gli stessi).

In migliaia di anni di dominazioni ed elezioni regionali (il politico è il secondo mestiere più antico del mondo) gli unici che risolsero il problema del caldo grazie all’acqua sfurono gli arabi che erano grandissimi ingegneri idraulici: tant’è che costruirono sistemi di canalizzazione, in superfice come sottoterra, e che ci insegnarono l’irrigazione.

Tanto erano perfetti questi canali, qanat per la precisione, che dal XVI secolo in poi i nobili palermitani li usarono per costruire le camere dello scirocco, ovvero delle stanze sotterranee che incorporando questi canali e sfruttandone la frescura dell’acqua e delle correnti, ricreavano l’effetto aria condizionata.

Ai tempi dei nostri nonni, che camere dello scirocco non ne possedevano ma avevano lo scirocco, come ci ha mostrato il beato Tornatore in Baaria, usavano lavare il pavimento per rinfrescarlo e coricarsi per terra.

Di questi esempi di ingegno ce ne stanno tantissimi nella storia della Silicia, ma loro, i più fighi, i più intelligenti, i più avanti di tutti, i greci intendo, come facevano da noi a combattere il caldo? A riprova che il problema del caldo gli antichi greci se lo siano sempre posto basta dire che la parola “clima” viene dalla parola greca “klima” e che significava inclinazione; inclinazione a cosa io non l’ho capito, forse a scoppare a terra per il caldo o molto più semplicemente (com’è in effetti) all’inclinazione dei raggi solari che incide sulle stagioni e sul clima.

Per misurare il caldo usavano conficcare una sbarra contro il terreno e ne osservavano l’ombra: scoprirono che più caldo faceva e più si accorciava l’ombra; poi scelsero il giorno dell’anno in cui l’ombra sembrava essere più corta e lo chiamarono solstizio d’estate perché Totò non suonava bene.

E pure i filosofi si interrogarono a lungo su questa cosa del freddo/caldo, anche perché, in Sicilia come in Grecia, gli unici a cui era vietato togliersi la barba erano proprio i filosofi e i soldati: a chi più di loro avrebbe potuto interessare l’argomento? Anassimene, per dirne uno, forse stando tutto il giorno a soffiarsi sul dito e alitarsi sul palmo, scoprì che l'aria che esce dalla bocca stretta è fredda, mentre quella che esce dalla bocca aperta è sempre calda: questo perché la temperatura è determinata dal grado di condensazione e di rarefazione e non dal fatto che un uomo sia caldo o freddo.

Uno dei modi più antichi di combattere il caldo ai tempi dei greci era sicuramente il cibo. Famosissima era la dieta di Ippocrate, considerato il padre della medicina (ai tempi doveva essere come oggi Alberigo Lemme, meglio conosciuto come il dietologo dei vip), che raccomandava sempre di mangiare cerali, legumi, frutta, e con moderazione un po' di carne, senza farsi mai mancare il vino e subito dopo una bella camminata (e vedi le botte che salivano).

E siccome tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, c’erano anche gli allievi più fidati di Socrate: Aristippo, che amava la cucina gourmet da ricchi e detestava i piatti dei poveri, tanto che una volta vide il filosofo Diogene mangiare lenticchie calde d’estate e gli disse: “Se tu imparassi ad essere ossequioso con il re non dovresti vivere di robaccia come le lenticchie”; e Antistene, amante della povertà, risolveva il problema non mangiando completamente.

Vittima di una botta di caldo in Sicilia fu uno dei più grandi, se non il più grande, dei padri della tragedia greca: Eschilio. Il signore in questione era il William Shakespeare dei suoi tempi, ma a differenza sua era dotato di un fisico bestiale; e lo dimostra il fatto che partecipò alle battaglie di Maratona, Salamina e Platea, tornando a casa fresco come un quarto di pollo.

Accadde un giorno che Eschilio venne esiliato in Sicilia, o più probabilmente venne invitato dal tiranno Gerone che era un suo fan, e si trasferì a Gela. Era una giornata di caldo che passava pure la voglia di campare e quel giorno il drammaturgo per sfuggire alla morsa decise di andarsi a fare una passeggiata per le campagne al fine di rinfrescarsi.

Aveva un problema Eschilio: era tignuso (calvo). Proprio mentre boccheggiava in cerca di un filo d’aria, seduto su di un ceppo, un gipeto (avvoltoio barbuto), pure lui preso dalla botta di caldo, scambiò la sua testa per una bella pietra e gli lasciò cadere una tartaruga di sopra al fine di spaccare il guscio.

Eschilio morì così: con testa aperta e il sole che lo arrostiva; avesse avuto il condizionatore molto probabilmente se ne sarebbe stato a casa. Onde evitare gli sbagli dei nostri antenati, mi raccomando, nelle giornate afose bevete meno vino e non uscite nelle ore di punta, soprattutto se non avete capelli.

Ricordate quello che diceva Ippocrate: prevenire è meglio che curare!
Se ti è piaciuto questo articolo, continua a seguirci:
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

ARTICOLI RECENTI