Colpi di pistola contro la chiesa dello Zen: "Fermate questi ragazzi prima che sia tardi"
Dopo il primo episodio, stavolta si è sparato con armi da fuoco. Il parroco, padre Giovanni Giannalia: "Non è una bravata, quadro più inquietante e pericoloso"
«Negli ultimi episodi avvenuti nel nostro territorio emerge con forza un quadro inquietante, che non può essere liquidato come una semplice bravata. Alcuni segnali, dai colpi di pistola presso luoghi simbolici come il teatro della chiesa, fino al ritrovamento di bossoli e all’uso di armi sempre più pericolose, indicano che si sta delineando una pista più complessa e preoccupante». Questo lo scenario tracciato da padre Giovanni Giannalia in seguito agli ultimi colpi di arma da fuoco contro la parrocchia San Filippo Neri, un luogo rappresentativo di supporto, crescita, inclusione e lotta contro la marginalità.
Una lenta escalation che non lascia alcun dubbio: alla fine di dicembre un ordigno pirotecnico era stato scoppiato davanti all’ingresso laterale dell’edificio di culto di via Fausto Coppi, più tardi ancora bersaglio di alcuni colpi esplosi con un fucile a pallettoni. L’ultimo episodio, il 31 dicembre, delinea un quadro che preoccupa la comunità tutta. I proiettili hanno oltrepassato l’esterno, penetrando all’interno della struttura, conficcandosi nelle pareti e provocando danni al quadro elettrico.
«Non si tratta di violenza fine a se stessa – spiega padre Giannalia – quello che colpisce è il miscuglio di arroganza e brutalità e senso di impunità che caratterizza questi comportamenti. Si è partiti dall’uso di bombe carta e fucili da caccia, con una gittata limitata ma già pericolosa: poi un salto di qualità, con colpi di pistola capaci di perforare muri e finestre: abbiamo sfiorato l’ennesima tragedia. Questo fenomeno non è isolato -continua il parroco -. È parte di una deriva più ampia che attraversa il mondo giovanile e che, in alcuni contesti, trova terreno fertile per espandersi. Gli episodi che si susseguono, da Monreale ad altri luoghi, non sono eventi scollegati, ma anelli di una stessa catena».
Eppure, il sentimento che prevale è la volontà di trasmettere ai giovani il sostegno: «Sono ragazzi che, se non fermati, sono destinati a fare una brutta fine», commenta il sacerdote.
Una delle soluzioni, secondo padre Giannalia, è affrontare l’emergenza in modo coordinato e sinergico coinvolgendo tutte le competenze disponibili. Emerge, infine, una domanda che chiama in causa famiglie e società civile: «Ho pensato spesso alle mamme e ai papà, come possono tollerare la violenza che potrebbe colpire il prossimo giovane? Serve una reazione collettiva.
La parte sana della collettività deve farsi sentire, non per spirito di vendetta, ma per responsabilità. L’obiettivo non è creare nemici: ma spezzare una spirale di violenza e aiutare questi giovani ad uscire da una bolla distruttiva, prima che il prezzo da pagare diventi irreversibile».
Anche l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice condanna con fermezza l’accaduto e incoraggia Padre Giannalia nel suo prezioso operato: «Ostentare violenza e aggressione è segno di debolezza, di grettezza e di sottosviluppo umano. Chi usa violenza non è un uomo, è un bruto, un mostro – si legge nella nota – rinnovo il nostro appello a tutti coloro che ne hanno il ruolo di continuare a mettere in campo un’azione sinergica che preveda, oltre ad una costante attività di controllo, una lungimirante politica urbanistica su questi quartieri della città unitamente ad una rinnovata progettualità educativa e di cura delle persone».
Anche secondo Domenico Gambino, collaboratore parlamentare del M5s, la responsabilità di tali episodi ricade su tutti gli attori istituzionali: «Lo Stato qui non c’è. Il coraggio si genera con la presenza dello Stato e qui lo stato è assente. Non bisogna ghettizzare il quartiere Zen: tutto ciò che accade qui si trasferisce fuori, su tutta la città di Palermo, anche in provincia. Noi non dobbiamo avere paura, dobbiamo stare accanto alle persone oneste che vivono in questi quartieri e nella nostra città. Non lasciamoci intimorire».
Una lenta escalation che non lascia alcun dubbio: alla fine di dicembre un ordigno pirotecnico era stato scoppiato davanti all’ingresso laterale dell’edificio di culto di via Fausto Coppi, più tardi ancora bersaglio di alcuni colpi esplosi con un fucile a pallettoni. L’ultimo episodio, il 31 dicembre, delinea un quadro che preoccupa la comunità tutta. I proiettili hanno oltrepassato l’esterno, penetrando all’interno della struttura, conficcandosi nelle pareti e provocando danni al quadro elettrico.
«Non si tratta di violenza fine a se stessa – spiega padre Giannalia – quello che colpisce è il miscuglio di arroganza e brutalità e senso di impunità che caratterizza questi comportamenti. Si è partiti dall’uso di bombe carta e fucili da caccia, con una gittata limitata ma già pericolosa: poi un salto di qualità, con colpi di pistola capaci di perforare muri e finestre: abbiamo sfiorato l’ennesima tragedia. Questo fenomeno non è isolato -continua il parroco -. È parte di una deriva più ampia che attraversa il mondo giovanile e che, in alcuni contesti, trova terreno fertile per espandersi. Gli episodi che si susseguono, da Monreale ad altri luoghi, non sono eventi scollegati, ma anelli di una stessa catena».
Eppure, il sentimento che prevale è la volontà di trasmettere ai giovani il sostegno: «Sono ragazzi che, se non fermati, sono destinati a fare una brutta fine», commenta il sacerdote.
Una delle soluzioni, secondo padre Giannalia, è affrontare l’emergenza in modo coordinato e sinergico coinvolgendo tutte le competenze disponibili. Emerge, infine, una domanda che chiama in causa famiglie e società civile: «Ho pensato spesso alle mamme e ai papà, come possono tollerare la violenza che potrebbe colpire il prossimo giovane? Serve una reazione collettiva.
La parte sana della collettività deve farsi sentire, non per spirito di vendetta, ma per responsabilità. L’obiettivo non è creare nemici: ma spezzare una spirale di violenza e aiutare questi giovani ad uscire da una bolla distruttiva, prima che il prezzo da pagare diventi irreversibile».
Anche l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice condanna con fermezza l’accaduto e incoraggia Padre Giannalia nel suo prezioso operato: «Ostentare violenza e aggressione è segno di debolezza, di grettezza e di sottosviluppo umano. Chi usa violenza non è un uomo, è un bruto, un mostro – si legge nella nota – rinnovo il nostro appello a tutti coloro che ne hanno il ruolo di continuare a mettere in campo un’azione sinergica che preveda, oltre ad una costante attività di controllo, una lungimirante politica urbanistica su questi quartieri della città unitamente ad una rinnovata progettualità educativa e di cura delle persone».
Anche secondo Domenico Gambino, collaboratore parlamentare del M5s, la responsabilità di tali episodi ricade su tutti gli attori istituzionali: «Lo Stato qui non c’è. Il coraggio si genera con la presenza dello Stato e qui lo stato è assente. Non bisogna ghettizzare il quartiere Zen: tutto ciò che accade qui si trasferisce fuori, su tutta la città di Palermo, anche in provincia. Noi non dobbiamo avere paura, dobbiamo stare accanto alle persone oneste che vivono in questi quartieri e nella nostra città. Non lasciamoci intimorire».
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