Da Palermo a Tokyo la stessa idea di cucina: cosa hanno in comune l'arancina e l'onigiri
Le separano oltre 10mila chilometri e circa 13 ore di volo. Eppure, tra le due città esiste un legame gastronomico inatteso. I nomi raccontano molto, ve ne parliamo
Un'arancina e un onigiri
Oltre 10mila chilometri e circa 13 ore di volo separano Palermo da Tokyo. Eppure, tra le due città esiste un legame gastronomico inatteso: le polpette di riso. In Sicilia occidentale si chiamano arancine, in Giappone onigiri. Due specialità lontane per geografia e cultura, ma sorprendentemente simili nella loro essenza.
Già i nomi raccontano molto. Onigiri nasce dall’unione del prefisso onorifico giapponese O, utilizzato per esprimere rispetto o familiarità verso oggetti quotidiani e cibo, e del verbo nigiru, “stringere” o “modellare con le mani”. Letteralmente, dunque, l’onigiri è qualcosa “modellato a mano”, pensato per essere pratico e facile da afferrare.
Il termine arancina, invece, richiama la somiglianza con il frutto dell’arancia. Un’abitudine linguistica che affonda le sue radici nella tradizione araba e che compare già nella traduzione latina del trattato medico Minhāj al-bayān fīmā yastaʿmiluhu al-insān (“Il metodo dell’esposizione di ciò che l’uomo utilizza”), scritto nel XIII secolo da Ibn Jazla e tradotto dal medico lombardo Giambino da Cremona.
Nel testo si racconta di come, nel mondo mediorientale, le polpette prendessero il nome dai frutti a cui somigliavano. Così, in Sicilia, una polpetta di riso colorata dallo zafferano sarebbe diventata "arancina". La storia documentata dell’arancina è relativamente recente, anche se le sue origini culturali sembrano molto più antiche.
La ricetta attuale deriverebbe infatti dall’usanza araba di preparare polpette di riso cotto e speziato, pensate per essere consumate con le mani e accompagnate da stufati di carne. La prima attestazione scritta del termine “arancinu” compare nel 1857 nel dizionario siciliano-italiano di Giuseppe Biundi e, curiosamente, indica una polpetta di riso dolce. Per quanto riguarda gli onigiri, alcune tracce di riso pressato destinato al consumo risalgono a circa duemila anni fa.
Le prime fonti scritte che parlano di fagottini o polpette di riso compaiono intorno all’VIII secolo d.C., mentre una delle testimonianze più note appare nel Murasaki Shikibu nikki, diario legato alla vita della corte giapponese. La forma variava da famiglia a famiglia, ma la funzione era sempre la stessa: un cibo pratico da consumare durante gli spostamenti, nei viaggi o tra una cerimonia e l’altra. Il riso veniva condito con sale, oppure con umeboshi — albicocche fermentate molto salate e acidule — per conservarsi meglio durante i tragitti.
La somiglianza più evidente tra arancina e onigiri riguarda proprio il modo in cui vengono consumati: entrambe si mangiano con le mani. Nel caso dell’onigiri, questa abitudine sarebbe legata soprattutto all’assenza di posate nel periodo della sua diffusione; dare al riso una forma compatta lo rendeva semplicemente più facile da mangiare.
Per l’arancina, invece, il legame sembrerebbe derivare dalla tradizione araba, nella quale il cibo viene tradizionalmente portato alla bocca con le mani. La successiva introduzione della panatura e della frittura avrebbe poi contribuito a renderla ancora più popolare. Queste ricette si assomigliano anche nella loro semplicità. Ingredienti essenziali e praticità d’uso rivelano una forte componente funzionale comune.
Se l’onigiri nasce come pasto rapido per contadini e samurai — compatto, facile da trasportare e condito inizialmente solo con sale — l’arancina rappresenta oggi una versione moderna e occidentale di quella tradizione araba da cui probabilmente deriva. Nonostante la distanza geografica e le profonde differenze storiche tra Sicilia e Giappone, arancina e onigiri mostrano come il cibo possa sviluppare forme simili quando risponde a bisogni universali.
Dal gesto semplice di compattare il riso con le mani, per renderlo pratico da mangiare senza posate, fino all’aggiunta di un ripieno o di un guscio croccante: due tradizioni lontane che, in fondo, raccontano la stessa idea di cucina quotidiana.
Già i nomi raccontano molto. Onigiri nasce dall’unione del prefisso onorifico giapponese O, utilizzato per esprimere rispetto o familiarità verso oggetti quotidiani e cibo, e del verbo nigiru, “stringere” o “modellare con le mani”. Letteralmente, dunque, l’onigiri è qualcosa “modellato a mano”, pensato per essere pratico e facile da afferrare.
Il termine arancina, invece, richiama la somiglianza con il frutto dell’arancia. Un’abitudine linguistica che affonda le sue radici nella tradizione araba e che compare già nella traduzione latina del trattato medico Minhāj al-bayān fīmā yastaʿmiluhu al-insān (“Il metodo dell’esposizione di ciò che l’uomo utilizza”), scritto nel XIII secolo da Ibn Jazla e tradotto dal medico lombardo Giambino da Cremona.
Nel testo si racconta di come, nel mondo mediorientale, le polpette prendessero il nome dai frutti a cui somigliavano. Così, in Sicilia, una polpetta di riso colorata dallo zafferano sarebbe diventata "arancina". La storia documentata dell’arancina è relativamente recente, anche se le sue origini culturali sembrano molto più antiche.
La ricetta attuale deriverebbe infatti dall’usanza araba di preparare polpette di riso cotto e speziato, pensate per essere consumate con le mani e accompagnate da stufati di carne. La prima attestazione scritta del termine “arancinu” compare nel 1857 nel dizionario siciliano-italiano di Giuseppe Biundi e, curiosamente, indica una polpetta di riso dolce. Per quanto riguarda gli onigiri, alcune tracce di riso pressato destinato al consumo risalgono a circa duemila anni fa.
Le prime fonti scritte che parlano di fagottini o polpette di riso compaiono intorno all’VIII secolo d.C., mentre una delle testimonianze più note appare nel Murasaki Shikibu nikki, diario legato alla vita della corte giapponese. La forma variava da famiglia a famiglia, ma la funzione era sempre la stessa: un cibo pratico da consumare durante gli spostamenti, nei viaggi o tra una cerimonia e l’altra. Il riso veniva condito con sale, oppure con umeboshi — albicocche fermentate molto salate e acidule — per conservarsi meglio durante i tragitti.
La somiglianza più evidente tra arancina e onigiri riguarda proprio il modo in cui vengono consumati: entrambe si mangiano con le mani. Nel caso dell’onigiri, questa abitudine sarebbe legata soprattutto all’assenza di posate nel periodo della sua diffusione; dare al riso una forma compatta lo rendeva semplicemente più facile da mangiare.
Per l’arancina, invece, il legame sembrerebbe derivare dalla tradizione araba, nella quale il cibo viene tradizionalmente portato alla bocca con le mani. La successiva introduzione della panatura e della frittura avrebbe poi contribuito a renderla ancora più popolare. Queste ricette si assomigliano anche nella loro semplicità. Ingredienti essenziali e praticità d’uso rivelano una forte componente funzionale comune.
Se l’onigiri nasce come pasto rapido per contadini e samurai — compatto, facile da trasportare e condito inizialmente solo con sale — l’arancina rappresenta oggi una versione moderna e occidentale di quella tradizione araba da cui probabilmente deriva. Nonostante la distanza geografica e le profonde differenze storiche tra Sicilia e Giappone, arancina e onigiri mostrano come il cibo possa sviluppare forme simili quando risponde a bisogni universali.
Dal gesto semplice di compattare il riso con le mani, per renderlo pratico da mangiare senza posate, fino all’aggiunta di un ripieno o di un guscio croccante: due tradizioni lontane che, in fondo, raccontano la stessa idea di cucina quotidiana.
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