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Darsi delle "arie" senza turbare il prossimo: i siciliani e le flatulenze nei tempi antichi

"Sciàtere ‘e matri!" è un modo di dire fantastico, quasi poetico, ma in verità non è tutto oro quello che luccica e, questa storia puzza che più di così non può puzzare

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 2 novembre 2021

L'antica vanvera

Sarà capitato a molti, di fronte a una situazione di stupore, di esclamare o sentire utilizzare l’espressione Sciàtere ‘e matri!, magari spesso accompagnata da “e vogghiu riri”, cioè “e voglio dire”, che è un rafforzativo.

Sì, è un po’ come dire bedda matri o minchia, solo che è un po' meno, conosciuto. “Ma che fantastico modo di dire è!”, mi sono detto analizzando il contenuto letteralmente: “Ciato ri matri” (Fiato di madre).

Cosa mai può essere tanto soave e più poetico, per un figlio, che il respiro della propria madre, come quando vi cantava la ninna nanna e vi minacciava di darvi una settimana alla befana e una settimana all’uomo nero? Detto così è bellissimo.

Andiamo subito a scoprire da dove deriva.

Dunque, in verità non è tutto oro quello che luccica, ragazzi, e, ve lo devo dire, questa storia puzza che più di così non può puzzare.



Alcuni parlano di Shatar, una principessa araba, altri fanno risalire l’etimologia della parola dal greco, noi (cioè io) che abbiamo un amore spassionato per le cose grottesche e sporche percorreremo tutt’altra strada. Vediamo… come trattare l’argomento senza cadere nel volgare? Ci sono!

In campo musicale per “aria” si intende un brano, quasi sempre per voce solista, articolato in strofe o sezioni.

Bene, e se mettiamo caso queste “arie” non uscissero per via orale, ma da altrove, come si chiamerebbero? Accade sul finire del XVII secolo che l’uomo - pure lui nell’arco dei secoli è stato un rompi balle - comincia, senza alcuna ragione precisa, a non sopportare più l’odore dei solfeggi “sfinterogeni”, se così si può dire, della donna.

Ora, guarda caso, facendo una piccola ricerca, vengo a scoprire che giusto giusto quello è il periodo (o quello poco antecedente) in cui i fagioli, dopo essere stati importati dalle Americhe e aver stazionato in Spagna per un po’, prendono piede in tutta Europa.

Io non so come era combinato il buco dell’ozono in quegli anni ma il problema doveva essere più serio di quello che sembra.

Comunque, fagioli o non fagioli, qualunque cosa facesse quella povera crista di donna, l’uomo parlava a vanvera. Oddio, la vanvera. Avete presente il modo dire parlare a vanvera? Ebbene, la vanvera e “Sciàtere ‘e matri” sono la stessa cosa. E cosa essere questa vanvera?

Mamma mia, sembra una scatola cinese questo discorso.

La vanvera altro non è che un meccanismo di risoluzione del problema detto sopra (le arie) ma applicato quasi esclusivamente alle donne, perché se l’uomo sfarfallava da dietro era cosa normale, se invece lo facevano le femminucce, soprattutto se puzzavano, era sacrilegio.

Consisteva in un tubo (come quelli dei moderni condizionatori) che da una parte si attaccava ai glutei della signora concertista mentre l’altra estremità andava fuori dalla finestra di modo che i cattivi odori andassero per la loro strada.

Questo nello specifico era il modello da letto, e ne esistevano due versioni: una con un attacco simil mascherina dell’Aerosol per essere più avvolgente, e questa si chiamava prettamente “vanvera”, e una con l’attacco a beccuccio di sigaretta (ovvero si infilava proprio lì) che era denominata piritiera. Secondo gli studiosi la parola vanvera viene da un'altra parola onomatopeica (che riproduce il suono, tipo “Bau!” per l’abbaiato), cioè “fanfera”, che si significa “cosa senza alcuna importanza” e dovrebbe riprodurre il suono fan- fan (in effetti voci di corridoio dicono che quelli a sfiato siano i più terribili).

E dalla stessa parola, fanfara, deriva pure una parola che noi palermitani usiamo spessissimo e che sta ad indicare una persona spaccona: “fanfarone”.

Eh, ma c’era pure un parente ancora più vecchio della vanvera e si chiamava “prallo”. Il prallo era già una cosa più signorile e raffinata che non si limitava ad allontanare i solfeggi ma addirittura li profumava.

Ai banchetti rinascimentali, si sa, si mangiava come se si dovesse morire il giorno dopo. E come dargli torto, quelli ogni uno e due avevano la peste, la lebbra, le carestie, guerre… meglio un giorno da leone che uno da pecora.

Di conseguenza quando questi si sedevano a tavola succedeva il Viva Maria. Per fortuna che c’era questo prallo, un aggeggio a forma di uovo forato che veniva riempito con delle erbe profumose e applicato sempre nella stessa zona di modo che chi ti mangiava accanto non vedesse tutti i gironi dell’inferno (una sorta di Deo Spin dell’epoca se vogliamo).

Ma la cosa più bella del prallo non era tanto il profumo ma il fatto di trasformare lo sgarbato “fan-fan” in un fischiettio gradevole. Purtroppo, è risaputo anche questo, quando l’uomo assaggia una comodità si adagia e non ne riesce a fare più a meno.

È successo con i telefonini, vuoi che non fosse successo prima ancora con la vanvera? Per i più esigenti, sempre in movimento, per gli sportivi e i mondani, ne esisteva anche una versione smart: la vanvera da passeggio.

Era solitamente di pelle con un attacco sempre ad imbuto per garantirne una perfetta aderenza e un collo che terminava in vescica forata che permetteva lo sfiato; numerose fantasie e varianti, contattate in privato solo se interessati, no ore pasti.

Così, le donne la indossavano sotto la gonna e gli uomini sotto il mantello e passeggiavano tutti felici e contenti. Ora che sapete da dove viene questo “Sciàtere ‘e matri”, dato che ogni testa è tribunale, siete liberi di attrezzarvi come vi pare.

Io personalmente preferisco una padellata di fagioli e che suonino le trombe.
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