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Divorava pastori e bestiame: la leggenda della donna misteriosa e della grotta sull'Etna

Per molto tempo, la grotta fu il banchetto prediletto di Lucifero. Qui, a detta dei montanari, le rocce brillavano di colore rosso e dalla sua cavità si udivano urla di disperazione

Livio Grasso
Archeologo
  • 22 dicembre 2021

Antro roccioso di Monte Stornello in località Vena

Antichi racconti popolari narrano di una misteriosa donna che, durante la notte, si aggirava per i tetri boschi dell’Etna. Molti dicevano che fosse avvolta in uno scialle scuro come il buio notturno, incutendo sgomento e terrore a chiunque vi si fosse sventuratamente imbattuto.

Diversi aneddoti raccontano che era solita divorare pastori e bestiame senza distinzione alcuna; anzi, quasi sempre, lei stessa ignorava se tra i denti pendesse carne umana o di bestia.

Secondo la tradizione letteraria il primo a parlare delle sue efferatezze fu un certo Calì Fragalà, cronista a cui si attribuisce il merito di averne rintracciato l’inquietante storia.

La medesima vicenda pare che sia stata riportata anche da Benedetto Radice, il quale si cimentò altrettanto a divulgarne i terribili misfatti. Da quest’ultimo, però, viene descritta come una mendicante ignorata da tutti e ridotta in miseria; infatti, malgrado la sua estrema indigenza, nessuno mai le diede cibo o ricovero.
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Dunque, molto presto, si diresse lontano giungendo alla famigerata Grotta della Vena. Qui, a detta dei montanari, le rocce brillavano di colore rosso e dall’interno della cavità si udivano urla di disperazione.

Una volta giunta davanti all’ingresso della spelonca, molto simile all’antro dell’inferno, la vecchia decise di entrarvi; tuttavia, non passò molto che venisse risucchiata dalle fiamme ardenti del Vulcano. La narrazione prosegue rivelando che venne rigettata fuori dopo circa tre giorni, trasformandosi subito in un orribile mostro famelico e vorace.

A partire da quel momento divenne una creatura spaventosa e spietata, girovagando per quasi un millennio tra le “selve” dell’Etna. Si crede, per di più, che abbia pure consumato le nozze con Satana. Questo legame sigillò per l’eternità la sua devozione al diavolo, sempre più bramoso e desideroso di vittime sacrificali.

Fu così che la nuova consorte dedicò la sua vita alla caccia di pecore e fanciulle da offrire alle fauci del proprio padrone. Ogni giorno, quindi, non solo predava in giro per saziare la propria fame ma anche per donare un lauto e soddisfacente pasto al suo “ sposo”.

Dagli episodi tramandati sappiamo che era dotata di grande fiuto e ingegno, catturando con abilità le povere malcapitate. Quasi sempre, si presentava al loro cospetto ingobbita e con un lungo scialle che le copriva il volto; molti pensavano pure che incedesse alla stregua di quegli animali fiacchi e mansueti.

Dal temperamento mite e dall’aspetto innocente, ecco che d’un tratto i suoi occhi diventavano fumosi e la pelle costellata di minuscoli foruncoli simili a dei crateri in eruzione.

Le giovinette, irretite e soggiogate dalla magia nera della vecchia, si lasciavano condurre verso la grotta nella speranza di ottenere il privilegio di un amore immortale con il principe delle tenebre. Non di rado, alcune di loro venivano avvistate dai pastori che facevano pascolare il gregge nei dintorni; difatti, quando ciò capitava, scoppiavano in un doloroso pianto per il cruento destino a cui le fanciulle sarebbero andate incontro.

Per molto tempo, nell’immaginario collettivo, questo luogo venne considerato il banchetto prediletto di Lucifero; invece, le striature chiazzate di rosso nelle rocce rimanderebbero proprio al vivido rossore del demonio e alle nefandezze da lui stesso perpetrate.

Perciò, secondo la “letteratura fantastica”, il colore sanguigno delle pareti rocciose non sarebbe altro che il sangue di tutte le vittime scagliate contro i massi lavici.

È tradizione pensare che il diavolo abiti ancora oggi laggiù con la vecchia, pronta ad adescare la sua prossima preda.
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