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È la custode delle tartarughe malate: Daniela che ha lasciato Nizza per vivere a Lampedusa

Daniela ha studiato Scienze Biologiche a Roma e sull’isola più a sud dello Stivale ha fondato il Lampedusa Turtle Rescue, che gestisce con altri volontari

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 15 settembre 2021

Daniela Freggi con una volontaria del centro (foto Aethus Linosa)

Chi giunge a Lampedusa, in qualunque veste, sente subito parlare di lei o la conosce già: stiamo parlando di Daniela Freggi, la custode di tutte le tartarughe che giungono sull’isola e che hanno bisogno di cure.

Daniela ha studiato Scienze Biologiche a Roma e sull’isola più a sud dello Stivale ha fondato il Lampedusa Turtle Rescue, che dirige.

«Sono arrivata a Lampedusa nel 1990 - ci ha detto Daniela - mandata dal mio professore dell’epoca per approfondire per verificare sul posto la presenza di tartarughe ed eventuali nidi di uova.

All’epoca arrivai con un piccolo contratto stipulato con il WWF che si concluse in breve tempo, ma io non lascia più l’isola.
Dopo aver deciso di non fare ritorno cominciai ad approfondire le cause di mortalità tra le tartarughe presenti, scoprendo che era la pesca la principale fra esse.

Da lì cominciai tutta una serie di attività volte a sensibilizzare i pescatori e tutta la popolazione dell’isola; la Lampedusa di oggi è ben diversa da quella che conobbi io all’epoca. Ero in primis una donna, che a tutto pensava tranne che a metter su famiglia, che lavorava, che tentava di dire loro in cosa sbagliavano nell’antica pratica della pesca e che, per di più, non era neanche siciliana.



Tutte queste caratteristiche erano viste come stranezze e per ciò anche poco apprezzate. Ma per fortuna per me le difficoltà sono stimolo per crescere e andare avanti e così non mi sono fatta scoraggiare né tantomeno ho mollato la mia attività». Oggi Daniela, oltre a dirigere il centro di cura delle tartarughe, insegna anche alla scuola media, le materie matematica e scienze, non trascurando mai la cura degli esemplari che costantemente giungono al centro, bisognose di cure.

«Ci tengo a precisare che il nostro centro, a dispetto di quanto dica qualcuno, non è abusivo ma riconosciuto dall’Assessorato Agricoltura e Foreste, come tutti i luoghi di tutela ambientali, e, negli anni, ha salvato migliaia di esemplari. Per fare un esempio, in 10 anni il professore Antonio Di Bello, che vive e lavora a Bari, e che ancora fornisce, quando può, la sua collaborazione, ha operato circa 2.000 tartarughe.

Ogni anno io e i volontari paganti come me, come ci definisco io perché non abbiamo mai avuto contributi esterni alle nostre personali risorse, curiamo dai 60 agli 80 esemplari di tartarughe, coinvolgendo tutti i volontari che si presentano e divulgando questa giusta pratica alle migliaia di turisti che ogni anno arrivano a Lampedusa e passano da noi.

Se riusciamo a fare tutto questo è solo grazie alla passione che condivido con i veterinari volontari che, periodicamente, mi raggiungono dalla Sicilia e dal resto d’Italia e ai giovani, studenti e non, che arrivano anche dai paesi europei».

Daniela è arrivata in Sicilia dopo essere cresciuta a Nizza ma oggi si sente assolutamente siciliana.

«Ho girato la Sicilia portando i miei progetti ovunque li abbiamo richiesti; ricordo un emozionantissimo incontro con dei bambini di terza elementare di Linguaglossa, e ho avuto modo di vedere la natura che la contraddistingue, scoprendo anche la profonda cultura che la caratterizza e per ciò mi sento di dire che questa terra sia eccezionale.

Duole vedere che chi è nato qui a volte la tratti male o non si renda conto delle sue bellezze. A volte li invido perché questo è il legame viscerale che a me manca; mi sento però assolutamente siciliana ed ho imparato ad amare le profonde contraddizioni di questa cultura.

Ho incontrato molte resistenze e difficoltà nel portare avanti l’attività di tutela e salvaguardia delle tartarughe - continua -, per fare un esempio non c’è un solo cartello sull’isola che indichi il centro o come raggiungerlo, ma non importa. Tutto ciò però mi ha tolto, negli anni, la capacità di pensare al futuro, penso ormai a cosa fare un giorno alla volta.

L’unica cosa che non mi perdono è essere sempre lontano dalla mia famiglia d’origine per quanto qui, dal primo momento, nei ragazzi che all’epoca hanno condiviso con me il progetto, ho trovato una seconda famiglia accogliente e non giudicante».
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