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È lì dal Settecento e ha rischiato di crollare: una perla nel cuore del Cassaro di Palermo

Ci sono edifici storici che testimoniano arte e vita e che sono ancora più "fragili" di altri. Fra questi c'è un palazzo (oggi recuperato) che sorge nel centro storico di Palermo

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 20 maggio 2021

La facciata d'ingresso di Palazzo Natoli a Palermo

Ci sono edifici storici, che testimoniano arte e vita, ancora più "fragili" di altri. Fra questi Palazzo Natoli che sorge nel centro del vecchio Cassaro, a Palermo, precisamente nella salita di San Salvatore.

L’edificio - perla architettonica che custodisce anche importanti affreschi al suo interno - è inserito nella Carta del rischio, documento definito dagli esperti della Soprintendenza di Palermo che annovera, appunto, le strutture architettoniche che, se non messe in sicurezza, rischierebbero di crollare su se stesse.

Palazzo Natoli, ancora oggi è una dimora vincolata (secondo la legge n.364/1909), prevalentemente restaurata e frazionata in appartamenti, destinati ad albergo a 4 stelle.

Storicamente la sua costruzione risale al 1765, voluta dal marchese Vincenzo Natoli, giudice della Gran Corte criminale, che vantava anche un titolo nobiliare ricevuto da Carlo III di Borbone nel 1756.

Punto di arrivo di un dedalo di viuzze il Palazzo spicca, e spiccava già allora, a partire dalla facciata dove si trova lo stemma della famiglia Natoli, composto da una torre merlata, da cui fuoriesce un vessillo e alla quale si appoggia un leone rampante.



Sotto il mascherone con la fronte bendata si trova la data e la scritta, ancora leggibile, «Marchio Vincentius Natoli, regens, consultor, praeses, fecit anno Domini MDCCLXV».

All’epoca la città di Palermo contava circa duecentomila abitanti e circolavano poco più di ottocento carrozze, motivo a cui si deve il grande portone d’ingresso.

Quest’ultimo è adornato, ai lati, da colonne in marmo Billiemi e paraste tufacee, sormontato da un fregio con l'iscrizione «Marc. Vinc. Natoli R.C. P. Perfecit».

Entrando all’interno si trova un elegante scalone a due rampe, caratterizzato da un atrio di ingresso molto grande e scenografico e da diversi ambienti interni riccamente affrescati e decorati con stucchi.

Dallo scalone si accede al piano nobile dove si trovano i celeberrimi saloni affrescati anche da Gioacchino Martorana.

Tra le tracce rimaste integre la "Madonna con Bambino che prega San Vincenzo Ferreri”, posta tra un gruppo di angeli che compaiono in mezzo a nuvole, e, opera del Martorana, “l'Assunta tra angeli e arcangeli" che ricopre il soffitto di un ampio salone, realizzata su commissione del marchese stesso, secondo quanto riportato da De Spuches, in ricordo della moglie Maria Sieripepoli, spirata durante la costruzione del Palazzo.

Le notizie sulla Madonna con Bambino, nel tempo, sono state contraddittorie e, secondo alcuni, più che opera del Martorana (anche questa) sarebbe stata una produzione di un giovane discepolo del Borremans.

L’Assunta del Martorana, invece, come fu prassi dopo la Controriforma, viene rappresentata con le braccia aperte, lo sguardo assorto e il volto in su. Inoltre è trasporta tra nubi verso il cielo da angeli e arcangeli, secondo la tradizione dei Vangeli apocrifi.

Subito dopo il terremoto del 1968 il palazzo fu visitato da ladri che asportarono diverse sculture e pezzi di pavimento maiolicato.

Sul finire degli anni '80, più o meno, Palazzo Natoli entrò nella lista della Carta del rischio e, grazie all'intervento della Soprintendenza l'edificio no andò perduto. Fu al centro di un restauro archiettonico in primis e, successivamente, di un aun altro restauro che riguardo gli affreschi e le oper custodite al suo interno.

Intorno al 1994, terminati questi interventi, il palazzo venne inaugurato con una mostra al suo interno che, oltre a riaprirlo alla città, mostrava bellezze che stavamo sul confine rispettoso di un recupero, se non totalmente, filologico di certo conservativo.

«Ad occuparsi del restauro degli affreschi - ci ha detto il professore Aldo Gerbino, che ha curato la pubblicazione di un testo a corredo della mostra, con i contributi scientifici di Maria Antonietta Spadaro e Piero Longo - fu il pittore toscano Paolo Malsanti con le sue due figlie.

Il lavoro molto attento e, per quanto possibile, rispettoso delle opere orinigarie portò a nuovo importanti affreschi attribuiti, alcuni certamente a Gioacchino Martorana».

«In più - continua - per quell'occasione lo stesso Malsanti realizzò opere ex novo sfruttando piccoli reperti trovati sul posto, come mattonelle in maiolica non utilizzabili o affreschi che rappresentavano momenti di approfondimento legati appunto ai restauri.

Ad esempio, durante, questi lavori vennero ritrovate delle ossa che appartenevano a feti umani, rinvenuti al confine architettonico tra il Palazzo e l'antico monastero che vi sorgeva accanto. Ciò che rimaneva di quelle ossa, custodite poi in un ossario nella chiesa di San Salvatore, fu spunto per un'opera, nuova, realizzata da Malsanti.

Si è dibattuto per molto tempo sul giusto intervento, non assolutamente filologico ma, a mio avviso, è sempre importante riuscire a non perdere tutto un bene - aggiunge il profettore -. Aver avuto la possibilità di restaurare questi affreschi ha dato la possibilità di salvaguardare un'importante testimonianza artistica tra fine Classicismo e Rococò».
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