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È scomparsa come tante belle tradizioni siciliane: l'antica arte della lana e il mulino Paratore

Tra le tante tradizioni che abbiamo avuto in Sicilia ce n'è una che non tutti conoscono, quella della lavorazione della lana. Tra "sodatura" e "follatura", ve la raccontiamo

Marco Giammona
Docente, ricercatore e saggista
  • 10 maggio 2022

La presenza dei mulini ad acqua, paratori e trappeti nella Valle dell’Eleuterio tra il XII-XV secolo, conferma la precocità della tecnologia idraulica in Sicilia e di un relativo sfruttamento capillare del territorio in oggetto. La permanenza geografica di questi ingegnosi esempi di archeologia industriale nel paesaggio odierno è tuttora ricca di fascino e storia.

Nel comune di Misilmeri, nella zona di Risalaimi, è presente l’antico mulino “Paratore” che si trova sulla destra del fiume tra i mulini Cozzi e il Ponte della Fabbrica, funzionante a condotta forzata con l'acqua presa direttamente dall’Eleuterio.

La stessa denominazione dell’impianto, “Paratore”, usata in modo esclusivo e locale per la Sicilia, introduce un’espressione idiomatica che esprime la funzione di tali opifici, quella di "parari" nel senso di effettuare tutte le lavorazioni necessarie per ottenere l’orbace o abbrasciu, il panno di lana sgrassato e diventato chiaro e pulito.
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Altrove questi impianti, vengono indicati come folloni o gualchiere. Già in epoca romana esisteva una piccola industria che, in apposite officine dette fullonicae, provvedeva all'operazione di follatura. Le pezze tessute venivano messe a bagno in grandi vasche piene d'acqua e battute coi piedi, sfregate e torte con le mani dai “follatori”, l'acqua calda con l'aggiunta di argilla smectica, combinata con l'azione energica dei piedi, infeltriva la lana.

Chiaramente, tutto ciò che veniva fatto manualmente e faticosamente all’epoca dei romani venne sostituito nel XI secolo da un macchinario alimentato ad energia idrica, chiamato gualchiera. Si trattava di una nuova applicazione dell'energia idraulica prodotta dai mulini che lavoravano la lana, con la differenza che la ruota, anziché orizzontale così come di regola nei mulini siciliani adibiti alla molitura del grano, doveva essere disposta verticalmente rispetto all'acqua. Sembra che la prima gualchiera funzionante in Italia sia stata costruita nel 962 in Abruzzo e insieme al molino ad acqua ha contribuito a dar vita a quella che gli storici chiamano “la rivoluzione industriale “del Medioevo.

L’etimologia del termine è di probabile origine francese “gauchier” o germanica “walkan”, entrambi i casi il termine indica una macchina che gira. Il procedimento di lavorazione, per lo più della lana, non è molto dissimile a quello delle fullonicae, con la chiara differenza che il lavoro umano è sostituto dal lavoro di magli, ovvero grossi martelli di legno spinti da una ruota (più spesso verticale) alimentata da un corso d’acqua. La ruota ì idraulica faceva ruotare su se stesso un albero a camme, le cui alette creavano un movimento alternato a due martelli.

I martelli schiacciavano alternativamente e continuamente in un recipiente di legno di quercia, chiamato pila, il tessuto messo a bagno in una soluzione di acqua bollente, sapone, lisciva, urina fermentata che aveva prodotto urea e una argilla che era un silicato di alluminio idrato con proprietà sgrassanti.

Questa operazione aveva una durata di circa tre ore ed era chiamata sodatura o follatura ed agiva sulla struttura interna del tessuto in quanto provocava l’infeltrimento delle fibre, le quali si ritiravano serrandosi le une alle altre e rendendo la stoffa più compatta, morbida, resistente e in parte impermeabile.

Alla fine dell’operazione, la pila veniva scaricata e il tessuto lavato con acqua fredda e strizzato. Questo tessuto di lana grezzo che alla fine ne fuoriusciva, veniva chiamato orbace, dall’arabo al “bazz”, che vuol dire stoffa, tela, caratterizzato dall’irregolarità del filato ed era molto prodotto nelle zone montane della Sicilia e della Sardegna, con la quale venivano create queste popolari mantelle col cappuccio (in siciliano cappullaru), di solito in tinta scura, utilizzate durante i mesi freddi da bordonari e pastori, ma anche da ecclesiastici e nobili, con il colletto in pelliccia o con le boccole in argento, secondo l’occasione e le possibilità economiche dei rispettivi possessori.

Dalle ultime date, coincidenti con la metà del secolo scorso, nella quale si dava esistente e funzionante il Mulino “Paratore” di Risalaimi, sono trascorse quattro o cinque generazioni, sufficienti a fare scomparire ogni testimonianza o ricordo orale del macchinario in legno che effettuava la follatura dei panni.

La sua costruzione risultava già attestata nel 1637 quando il feudo di Risalaimi veniva ceduto da Francesco Ferrero, donatario di Girolama, a Giovanna Ferrero Arrighetti ed era posto in deputazione nel 1655, passando sotto l’amministrazione del Tribunale nel 1702 alla morte di Eleonora Ferrero baronessa di Pettineo, vedova di Marco Mancini, terzo marchese dell’Ogliastro. E’ l’unico dei mulini della Valle dell’Eleuterio che presenta la conformazione a due botti e doppia funzione di lavoro (macinazione del grano e follatura).

Le prise corrispondenti alle due torrificazioni, si diramano dallo stesso condotto principale. Allo stato attuale non esistono indizi che rivelino la presenza di un secondo apparato macinante cui risultasse asservita la botte ovest, questo fa pensare che era in uso proprio alla gualchiera. Recentemente sono stati effettuati interventi strutturali per adibire il mulino a residenza privata e dell’apparato molitorio rimane una mannaia di sollevamento, una mola suttana integra e vari pezzi di mola esposti nel giardino. Il più moderno canale di adduzione presenta quattro grandi arcate di sostegno ancora oggi ben visibili ad imitazione di quelli degli acquedotti romani.

Finché rimase in funzione, la gualchiera del mulino “Paratore” di Risalaimi fu l'unica disponibile e in uso per gli abitanti della zona di Misilmeri, Marineo, Ficarazzi, Godrano e Ogliastro, testimonianza anch’essa di un territorio a grande valenza agricola ma anche e soprattutto industriale. Suoni, armonie e gestualità ripetute ciclicamente nel tempo delle stagioni e del lavoro come cita nella sua opera poetica Giosuè Carducci nel “canto dell’amore” in cui riecheggia il rumore emesso dalla gualchiera:
“Pe’ casolari al sol lieti fumanti
Fra stridor di mulini e di gualchiere,
Sale un cantico solo in mille canti,
Un inno in voce di mille preghiere […]”
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