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Febbraio 1931: la storia di come "i giorni dell'alluvione" hanno cambiato Palermo

Aneddoti, ricordi e cronache: venerdì 20 febbraio 1931 iniziava a piovere su tutta la Sicilia e quei giorni sono ricordati ancora come "i giorni dell'alluvione"

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 20 febbraio 2018

Un'immagine dell'alluvione del 1931

Immaginate 50 ore di pioggia continua. Un sogno, direbbero alcuni, vista l’attuale emergenza idrica, un incubo se lo chiedessimo ai siciliani che, 87 anni fa, hanno vissuto quelli che sono stati definiti “i giorni dell’alluvione”.

Tra il 20 ed il 22 febbraio 1931 l’intera Sicilia fu attraversata da un sistema depressionario che apportò piogge eccezionali su tutta l’isola. Un evento meteorologico straordinario, che arrecò notevoli danni all’agricoltura, oltre a provocare imponenti frane, estesi allagamenti, esondazioni e vittime.

Nei giorni precedenti il 20 febbraio un forte richiamo sciroccale fece schizzare le temperature di oltre 10 gradi sopra la media del periodo su gran parte della nostra regione. Un tipico richiamo di aria calda africana legato al movimento del sistema depressionario che si muoveva dal Mediterraneo occidentale a quello orientale.

Un vero e proprio ciclone Mediterraneo che diede luogo a fenomeni estremamente violenti, con nubifragi diffusi, temporali e bufere. In alcune zone, nei tre giorni di alluvione, cadde la pioggia che si registra in svariati mesi.



Maggiormente colpita la Sicilia occidentale e in particolare il palermitano, dove si registrarono impressionanti valori pluviometrici: 520 mm a Pioppo, 435 mm all’Istituto Zootecnico di Palermo, 416 mm ad Altofonte, 318 mm a Brancaccio, 315 mm a Mondello, 306 mm a Casteldaccia.

Valori compresi tra 200 e 300 mm furono misurati nel messinese e nell’ennese, come confermato dai valori rispettivamente di Mistretta (265 mm) e Gualtieri Sicaminò (277 mm), Nicosia (276 mm) e Valguarnera Caropepe (351 mm).

Le forti piogge provocarono ovviamente esondazioni ed eccezionali piene in molti fiumi e torrenti dell’isola. Nei pressi di Termini Imerese, per esempio, il torrente San Leonardo registrò una piena di 6 metri, in alcuni punti il Sosio-Verdura e l’Imera meridionale (o fiume Salso) si innalzarono di circa cinque metri, mentre il Belice crebbe di tre metri esondando in diversi tratti e provocando danni a ponti e campi coltivati.

A Palermo, a differenza di quanto si crede, non fu l’Oreto a creare i maggiori disagi ma il torrente Passo di Rigano, le cui acque disalvearono all’inizio del suo corso artificiale riprendendo a scorrere in tutti gli antichi impluvi naturali, allora già lasciati a secco da nuovi interventi di ingegneria idraulica.

Riprese così a scorrere il Papireto, questa volta però in mezzo ai palazzi, allagando la zona dei Danisinni. Ripresero a scorrere altri antichi torrenti che, incontrando strade e piazze, inondarono la zona nei pressi dell’attuale tribunale.

Stessa sorte per il torrente Cannizzaro, che esondò alle porte della città andando a rialimentare il corso naturale del Kemonia. Gli allagamenti più importanti si registrarono alla naturale confluenza di tutti questi antichi corsi d’acqua, ovvero nei pressi della Cala.

Via Venezia, via Roma, la Vucciria, e gran parte della zona compresa tra il Seralcadio ed il mare andarono sottacqua. Per circa 24 ore, a partire dal giorno 21 febbraio, la paralisi del traffico (certamente meno intenso di oggi) fu totale.

Le cronache dell’epoca riportano un bollettino di guerra: si registrarono nove casi di annegamento, il vento fece precipitare la gru del costruendo Palazzo delle Poste di Via Roma che si abbatté sul vicino Palazzo Lombardo, distruggendone l’ultima elevazione. In Corso Alberto Amedeo si costruì addirittura una passarella con barche per consentire l’attraversamento della strada.

Come effetto dell’alluvione, nei mesi successivi, la falda freatica crebbe in tutta la piana dei Colli con incrementi fino a circa quattro metri. In alcuni punti l’acqua raggiunse il piano campagna, causando allagamenti e alimentando abbondantemente antiche sorgenti (ad esempio la sorgente di Maredolce, nei pressi del castello arabo) o creando nuovi laghetti (in zona Tommaso Natale).

In gran parte dell’isola, le forti piogge innescarono numerose frane e smottamenti, con fenomeni anche di grandi dimensioni. A tal proposito un curioso aneddoto riguarda le Madonie. La riattivazione di una grande frana storica nel territorio di Polizzi Generosa, distrusse ben 18 km della strada Polizzi-Collesano, arteria di comunicazione importante e soprattutto parte del circuito “medio” della Targa Florio.

La gara si sarebbe dovuta disputare nel giro di qualche mese così, con un sopralluogo condotto dal cavaliere Vincenzo Florio e dai membri dell’allora Dipartimento dei Lavori Pubblici, vista l’impossibilità di ripristinare per tempo quel tratto stradale, si decise di modificare il tracciato di gara tornando al vecchio “Grande Circuito delle Madonie”.

Fu così che tornarono in voga i 584 km di strada che videro nascere nel 1906 la gara automobilistica più antica del mondo. Aldilà di questa piccola curiosità, l’alluvione del 1931 fu una grande tragedia per gran parte della Sicilia, un episodio che non dobbiamo e non possiamo dimenticare e che ci deve fare riflettere sulla pericolosità attuale di fenomeni simili e sugli eventuali interventi di mitigazione del rischio associato.
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